Fibre forti – di Mark Adin

Il primo libro del 2012 mi ha rimesso al mondo.  Mi trovavo in libreria e mi ha scelto lui. Ma andiamo con ordine.

Se dovessi chiedermi quali sono i caratteri distintivi dell’essere provinciali, uno su tutti prevarrebbe nella mia classifica: il pregiudizio. Applicato, per fare un esempio, alla creazione intellettuale, avere pregiudizi significa che una cosa diventa vera, caricata di valore, a seconda di chi la dice.

Ecco che si corre il rischio di perdere il messaggio, svalutandolo, diminuendolo, ignorandolo. Uno scrittore è bravo se autenticato come tale, se vende molto, se viene pubblicato da una importante casa editrice. Quello che dovrebbe, al massimo, essere uno dei tanti pre-requisiti diventa il requisito fondamentale. Lo conosco? L’ho visto in televisione, ne parlano i giornali?

Diventiamo preda della manipolazione. E si contribuisce così a decretare, con l’acquisto, il successo commerciale anche di scempiaggini e rimasticazioni, di libri assolutamente banali.

Non si è più in grado di leggere a mente aperta. Quanti hanno il coraggio di andare oltre, di provare un autore sconosciuto,  lontano dalle consuetudini? Siamo portati a considerare, del nuovo, solo la componente di rischio. E non intendiamo accollarcela.

Il provincialismo è soprattutto questo:  che c’è scritto sul biglietto da visita dell’Autore? Come se una intuizione, un ragionamento, una invenzione potessero misurare la propria potenza a seconda non della loro intrinseca validità, ma della notorietà del loro produttore o produttrice. Anche nella vita di relazione, mi ha sempre colpito il fatto che ci si chieda, di una persona, che lavoro faccia. Come fosse una cosa davvero importante, come se non fosse implicito la domanda sottintesa, che è: quanto guadagna? Quanto conta nella scala sociale? Parlando del nostro Paese, pensando a quanto sia facile trovare fior di imbecilli in posti importanti, figuriamoci… Si galleggia in superficie.

Il successo di certi libri è inspiegabile diversamente. Elenchi di stupidaggini, battute da quattro soldi, opinioni degradate, volgarità, riempiono volumi che vanno a ruba. Possibile che chi li legge (ma verranno poi letti davvero?) non si accorge di avere tra le mani qualcosa di scadente? Possibile non si senta truffato? Non voglio ridurre l’argomento alle questioni sulla incapacità degli editori a reperire talenti, il problema è diverso. L’editore fa impresa con i suoi soldi ed è perciò libero di puntare sui cavalli che crede. E siccome la nostra editoria non solo è in difficoltà, ma è scadente anche come imprenditoria, non rischia con chi ha cose da dire, ma non possiede la popolarità necessaria. Anche noi abbiamo responsabilità in questo. Sì, perché siamo noi che compriamo. E lo facciamo spesso senza un criterio qualitativo. Solo quantitativo.

A conferma di quanto sopra, entrando in libreria, ho sbattuto contro un libro davvero interessante, oso dire importante: “Dietrologia – i soldi non finiscono mai”, di Fabri Fibra, prefazione di Marco Travaglio, una specie di anacoluto librario. Mi ero appena dato altri criteri di ricerca, lontani anni luce. Solo la casualità mi ha portato alla meta. Fortunatamente.

L’ho aperto a caso, e mi sono trovato davanti a questo passo che riporto tale quale: Mi fa ridere la gente che resta impalata a guardare il telegiornale convinta di fare qualcosa di utile per se stessa, come per dire: vediamo cosa succede oggi da noi, quando in realtà sta accadendo di tutto ma non è in televisione e nei telegiornali.

Ora, se a qualche commentatore  dovesse partire lo stimolo per dire che sotto sotto questo è un ragionare banale, chiedo rispettosamente di astenersi almeno questa volta. Anche ai “benaltristi” di professione, ovvero coloro che passano il proprio tempo a sottolineare che “ci vuole ben altro”, qualsiasi cosa si dica, nei loro noiosi commenti, chiedo una sosta.  Non farebbero, con quel conformismo travestito, che confermare una mancanza di volontà di capire, di porsi senza pregiudizi. Non testimonino ancora una volta il loro provincialismo, non ce n’é bisogno.

Comprato! E il resto ha mantenuto la promessa del suo manifesto anticonformismo. Di pagina in pagina, la prosa fresca e diretta, che va al punto senza concedere nulla all’esercizio formale, alla retorica contro-culturale, apre punti di vista meritevoli di ogni attenzione per l’originalità che esprime e la sua libertà di critica. Non spetta a me dare consigli, tanto meno sulle letture possibili, non ne sono capace. Offro a chi legge questo post solo la mia sorpresa, la mia felicità di essermi trovato alle prese con un libro davvero interessante, che spiazza e offre strumenti per capire.

Cominciare l’anno con una simile scossa può fare soltanto bene, può dare quella rimescolata ai pensieri che ci riporti alla dialettica cui non siamo più abituati, che ci spinga a rischiare su punti di vista che, indipendentemente dalla loro condivisione, non possono che sollecitarci a cambiare i nostri pregiudizi, a migliorarci. Con Fabri Fibra? Sissignore, anche con lui, perché no?

La paura della contaminazione, la pigrizia del non volersi assumere il rischio insito nella relazione con gli altri, il rifiuto della chance offerta dal contatto con culture diverse, ci fissa in una immobilità pericolosa, ci rende di fatto reazionari. Buon anno a tutte e tutti, con l’augurio di uscire dalla routine e arricchirci, insieme, di ciò che, di valore, ancora non conosciamo. Senza alcun pregiudizio.

Mark Adin

 

 

 

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