Follia come fosse un rubinetto

recensione a «Maestro del passato» di Raphael A. Lafferty

In uno dei suoi romanzi, scoppiettanti e caotici (se proprio ci tenete a saperlo è «Le scogliere della terra») Raphael Aloysius Lafferty butta lì, a proposito di un personaggio: «Quell’uomo era capace di aprire e chiudere la pazzia come fosse un rubinetto». Un autoritratto probabilmente. Del resto lui stesso si presentava in modi insoliti. A esempio così: «Dopo aver frequentato assiduamente il bar, a un certo punto smisi. Queste decisioni lasciano un vuoto: quando lasciate gli interessanti personaggi del bar perdete una parte del fantastico e del pittoresco. Per sostituirla incominciai a scrivere fantascienza».

All’inizio di giugno Urania Collezione (i soliti 5,50 euri suppongo) rimanda in edicola «Maestro del passato» dove l’ingegnere elettronico Lafferty fa i conti con l’Isola che non c’è e si diletta dunque a richiamare in vita (o meglio a ripescare dal passato grazie a una sorta di macchina del tempo o meglio alla «cronometastasi») Thomas More – o Moore – insomma l’autore di «Utopia», scrittore e politico inglese decapitato (il 5 luglio 1535) e santificato, di recente, dalla Chiesa cattolica e dagli anglicani; da non confondere con l’omonimo poeta, commediografo e attore irlandese che visse fra 1700 e 1800. Si narra che, posando la testa sul ceppo, More scansasse con cura la barba grigia cresciutagli in prigione e spiegasse al boia di non tagliarla «perchè lei non era colpevole di tradimento». Già queste poche righe bastano a spiegare perchè More – spesso italianizzato in Tommaso Moro – possa affascinare “sua follia” Lafferty. «C’è un altro scrittore (come More) che sia mai stato condannato a diventare parte della favola maliziosa da lui scritta?». Insomma il buon Tommaso scherzava – un po’ come quell’omonimo altro santo quasi scettico – e maledette/i noi che lo abbiamo preso sul serio e continuiamo a cercare (o a sognare di costruire) l’isola che proprio non c’è.

Il romanzo (scritto nel 1968) inizia «alla venticinquesima ora» con tre «uomini robusti, importanti, potenti, intelligenti, interessanti» – «li univa un legame singolare: ciascuno dei tre credeva di controllare gli altri 2»che discutono di come salvare Astrobia cioè «la terza occasione dell’umanità» (le due precedenti furono, a loro dire, l’Europa e l’America) in crisi dopo 500 anni. Si cerca un candidato alla presidenza e si scartano Platone, Carlo Magno, Cosimo I, Machiaveli, Lincoln e altri (tutti maschi va da sè) optando alla fine per Thomas More che pure «ha perso la testa, alla lettera, in un momento critico».

Da qui in poi la trama è un optional, come sempre in Lafferty. Se ci tenete alle spiegazioni, al rapporto causa-effetto, agli eventi e ai personaggi ben definiti probabilmente Lafferty non vi piacerà; se gradite le storie improbab-impossib, il raccontare che ne generano un altro e un altro in gran disordine, il sarcasmo come metodo allora ve ne innamorerete. Dunque ben poco è riassumibile. I passaggi salienti riguardano elezioni e presidenti; la stranezza della miseria umana scelta invece che subita; il «domuscopio»; «la legge della mente aperta» (ma anche quelle della «Interdizione dell’Aldilà», della «Standardizzazione delle menti» e della «Benevolenza obbligatoria»); come collocare – e se – «le etichette Tutto e Nulla». Da non perdere – nel penultimo capitolo – la versione della Genesi (o meglio della continua ricostruzione del mondo) fornita da «George il siriano».

Visto che qui dominano le utopie (ambigue, avrebbe detto zia Ursula Le Guin) chi legge può essere assalito del dubbio di dove Lafferty si schierasse politicamente. Al riguardo può essere utile ricordare due cose. La prima è che più volte dichiarò di essere «un cattolico fuori moda, vale a dire conservatore, l’unico iscritto al Partito Centrista d’America». La seconda è che tutti lo hanno sempre considerato un adorabile bugiardo.

Lafferty è volato via nel 2002 ma ha lasciato romanzi (e soprattutto, almeno a mio giudizio, racconti ancor più belli) per riscaldarci le sere e agitarci le teste.

Redazione
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