Fra quanti, mondi e identità

«L’uomo che credeva di essere se stesso»: ottimo romanzo di David Ambrose e ultimo (della vecchia serie) Urania

Richard Harold si sveglia inquieto. Le coccole di Anne, sua moglie, lo rassicurano. Poi c’è un guaio: il figlio Charlie è preoccupato per Gummo, il gatto, che non vuol scendere dal tetto. Harold sale su e fa per prendere il micio che, di scatto, cerca di graffiarlo. Preso alla sprovvista l’uomo scivola. Cadendo nel vuoto riflette su come sia stupido morire così… ma finisce sul concime puzzolente. Sporco ma intatto. Gli tocca solo sentire il figlietto che canticchia: «papà sulla popò, papà sulla popò».

La giornata per Harold si annuncia densa di impegni. In autostrada evita, solo per un soffio, un incidente. In ufficio il solito tran-tran, poi una riunione importante. Durante la quale Harold cade come in trance. “Sente” che la moglie sta per avere un incidente. Corre via. Si precipita in autostrada. Quando arriva il figlio è salvo ma Anne è morente, il corpo sanguinante incastrato fra le lamiere «con l’esagerata violenza di un cartone animato».

Harold la vede morire e sviene.

Quando si risveglia si accorge che Anne è viva, la stanno estraendo dalle lamiere. Corre ad abbracciarla. «Tutto a posto». Poi si gira per cercare Charlie ma il figlio è introvabile. Si dispera ma la moglie lo scuote e guardandolo negli occhi gli dice: «Non so cosa tu stia dicendo. Non abbiamo bambini».

Ho riassunto, sino a pagina 27, «L’uomo che credeva di essere stesso» dell’inglese David Ambrose ovvero l’Urania 1586, in edicola (4,50 euri per 208 pagine; traduzione di Cristina Monari) per tutto settembre. Non vi ho svelato segreti perché questo inquietante e avvincente inizio viene anticipato nella quarta di copertina. E sulla trama altro non dirò per due ragioni. La prima ovviamente è che non mi pare giusto togliere a chi legge il piacere di scoprirlo (però ricordatevi ogni tanto di chiudere la bocca, se no potrebbe entrarci una mosca). La seconda è che spiegare cosa accade in questo caleidoscopico romanzo è un casino totale, superiore alle mie capacità.

Leggetelo, è davvero qualcosa di “mai visto” e, fra l’altro, Ambrose scrive benissimo. Urania presenta l’autore come un incrocio tra Alfred Hitchcock, regista del brivido, e l’astrofisico Stephen Hawking; giusto ma io aggiungerei un pizzico di Matheson (o di Bloch) e magari Jean-Paul Sarte oppure qualche filosofo (chiederò a Fabrizio Melodia di svelarmi il nome giusto in un mazzetto di 8).

Aggiungo tre avvisi. Il primo è per chi ha il sonno difficile e/o i nervi fragili: non leggetelo di sera. Il secondo suggerimento è per chi frequenta la fantascienza: quando troverete citati gli universi paralleli o la teoria dei quanti non pensate d’aver capito, anzi scordatevi tutto quello che finora avete letto al riguardo e ricominciate da capo – «l’immaginazione è la chiave di tutto» – come se fosse un’idea nuova. Ultimo consiglio: quando finite la prima parte e il romanzo appare concluso, se vi sembra che Ambrose cincischi un pochino, quasi per allungare il brodo, non rilassatevi troppo: la terza parte e il poscritto vi getteranno di nuovo nel caos interiore. «Tutto il possibile anche se forse non tutto il concepibile».

Dal prossimo mese Urania cambia: più grande, in una nuova veste grafica e anche nella versione e-book. Ad inaugurare la serie nientemeno che «L’ultimo teorema», firmato dalla (strana) coppia Frederik Pohl-Arthur C. Clarke. A novembre toccherà a «I senza tempo» di Alessandro Forlani, vincitore del premio Urania. Nel frattempo la Collezione recupera due chicche: a settembre il memorabile «Paria dei cieli» di Sssms – cioè sua scienza sapiente mai saccente – Isaac Asimov e a ottobre una celebre storia alternativa, «Anniversario fatale» di Ward Moore.

PICCOLA NOTA PERSONALE

Un protagonista che si chiama Richard, detto Rik, per me rimanda a Riccardo Mancini il quale, in mezzo a tutta la fantascienza, apprezzava particolarmente i viaggi nel tempo e gli annessi paradossi. Ricordo una volta che la Stradale gli fece la multa (aveva mollato la macchina lungo la via Aurelia per andare a “cercare l’arcobaleno” in compagnia di un altro pazzo che poi ero io) e lui mi propose di giocare a riavvolgere tutta la sequenza temporale per evitare di pagare: ci divertimmo come due scemi a sondare tutte le opzioni. Cosa c’entra con il romanzo di Ambrose? Ben poco, me ne rendo conto ma è che spesso – soprattutto nel martedì che in blog è dedicato alla fantascienza – penso a Rik e vorrei vederlo, parlargli. Lui però se n’è andato “nel quartiere accanto” o forse dove nasce l’arcobaleno; non mi ha lasciato un indirizzo, così prima o poi dovrà andarlo a cercare, sperando che facciano del buon jazz da quelle parti (db)

Redazione
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4 commenti

  • Mannaggia, Dan. Mi hai convinto!
    Matheson e Bloch, eh? Hitchcock?
    Tiri fuori sti nomi con una naturalezza spiazzante e intanto fischietti facendo finta di niente.
    Diavolo d’un recensore.
    Mi fiondo in edicola.

  • A Ravenna non c’è ancora o è già esaurito?!

    • Non conosco la situazione di Ravenna (ho sempre pensato che la città si fosse “estinta” dopo la morte dell’imperatrice Teodora) ma in generale posso dire che, da anni, Urania è mal distribuita e/o nascosta fra gadget e kenesò. Bisogna dunque «armarsi» di pazienza e passare da un’edicola all’altra. Chi ha seguito il mio consiglio (a esempio per «Www-2» di Sawyer) poi alla fine l’ha spuntata. Magari 5 edicole non la ricevono, un’altra ne ha una sola copia e la vende subito ma la settima perbacco ne ha due copie intonse e luccicanti. Tenetemi aggiornato. Se proprio non ve la fate avvisatemi e chiedo ad Ambrose (è mio cugino, si era capito vero?) di scrivere un romanzo sulle edicole mutanti; un bell’inizio ginsbergiano potrebbe essere «ho visto le menti e le scarpe migliori della mia generazione aggirarsi….»
      buona caccia, db
      PS: mio cugino per via di Cam, Jafet e Sem ovviamente

  • Bellissima la nota personale.

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