Gestiamoci la crisi – vite precarie (2)

 di Federica Servilli (*)

Il diario di una romana in Malawi  

Sono atterrata in Malawi nel lontano 2008. Quando ho accettato il lavoro non sapevo neanche dove fosse il Malawi; ricordo amici che si congratulavano dicendomi «Ah bello, torni in Kenya, beh almeno un posto che conosci….». Molti lo confondono con Malindi, e non mi sorprende.

L’Africa agli occhi dei più ha ancora confini non ben definiti, un grande, enorme Paese, dove c’è sempre un gran casino e un sacco di poveri. In Italia ci viene descritta male e raramente, almeno dai mezzi di comunicazione convenzionali. Non dico che non sia un gran casino, ma se si ha tempo di approfondire si scoprono meraviglie e confini del tutto diversi da quelli delle mappe e delle cartoline.

Nel lontano 2008 il Malawi non era ancora il posto dove Madonna veniva ogni due anni ad adottare bambini, ancora meno conosciuto e dibattuto di oggi; mi è stato presentato come The Warm Hearth of Africa. Questo è il ritornello Lonely Planet quando si parla di Malawi. Beh, nessuna etichetta è meno azzeccata. Non ci si riferisce alle temperature, non fa mai un caldo asfissiante, sono le persone che ti fanno caldo. Con la loro incredibile gentilezza, i sorrisi sempre accesi, e le mani sempre aperte.

Scusate la digressione, torniamo alla casa.

Impossibile trovare un appartamento. Abituata a diversi anni di Europa, dove ogni centimetro è efficacemente utilizzato, ogni spazio catturato, occupato e gestito, intendevo entrare umilmente in questo nuovo Paese, occupare meno spazio possibile, un appartamentino in centro, ma dov’è il centro scusate? Lilongwe è capitale da poco e questo si nota immediatamente. Nei vari pellegrinaggi di amici e famiglia, la domanda era già scritta, Ma quando arriviamo in centro? E anche la risposta, Siamo già in centro.

Ma dove centro richiama agglomerato, cemento, luci, macchine, palazzi qui invece è verde, piante di mais ovunque, piccoli edifici sparsi qua e là, oh sì un semaforo e una rotonda (sono arrivate massicciamente anche qui, sembra di andare sempre in tondo! Un po’ come nei dilemmi sulla cooperazione internazionale… il cerchio è la figura geometrica che più spesso mi viene in mente…).

Scusate la digressione, la casa.

Ville, ville enormi, con rigogliosi giardini, muri alti due persone tutti attorno, casa principale e depandance per i domestici. Tetto e muri veri, quattro stanze minimo, salone immenso, cucina, lavatoio, camino (che ci fa il camino in salone, siamo in Africa!?) veranda, tre bagni… e potrei continuare. Immagino il faccino di mia nonna, quando mi immaginava in una capanna col tetto di paglia, a combattere con malaria e insetti di ogni misura, e invece la vita non si prospettava così difficile.

Nel lontano 2008, ho tirato fuori le radici dalle tasche e le ho messe qui al sole, in Malawi, e sono ancora qui, ben piantate.

Non è difficile abituarsi ai grandi spazi, al cielo basso, qui stelle e nuvole sembra di toccarle, al verde permanente, alla villa, a Johnston che mi aiuta dentro casa, ai tramonti che ogni sera sembrano una mess’in scena…

e potrei continuare. Immagino il processo inverso sia più doloroso, ma non intendo percorrerlo, non ancora.

Sono venuta qui a lavorare, a fare quello che mi appassiona, sono venuta qui ad ascoltare e osservare. Sono venuta qui per imparare, per fare collezione di storie da raccontare a mio fratello, per nuotare nel lago Malawi, per fare, e ancora non ho finito.

Lavoro nel settore della cooperazione internazionale, ci chiamano espatriati gli addetti ai lavori o Mzungu i malawiani, che vuol dire straniero, bianco. È un ambito molto controverso e dibattuto, criticato, ma oggi ancora necessario.

Preferisco la definizione di settore “cooperazione internazionale” a quella di “sviluppo”, mi piace pensare all’idea del cooperare oltre i confini, mentre sviluppo sembra tendere verso qualcosa di definito, una strada già battuta da altri, una destinazione già prestabilita. Cooperiamo per quello che ci sembra giusto oggi, poi si vede dove si arriva, magari si cambia strada cento volte… è questa componente di indeterminatezza che la parola sviluppo coglie poco.

Scusate la digressione, di nuovo.

Nella mia casa, come in tutte quelle degli espatriati in Africa, gravitano mondi diversi. È un po’ come un mercato, una fiera permanente, ognuno porta il suo e lascia traccia del proprio passaggio. Sono porti affollati con elaborati profumi: come le essenze sono fatti di note di testa e di coda, dove la testa è il Paese di provenienza e la coda è l’Africa, con tutti i suoi manufatti e gingilli colorati.

Molto succede nelle case in Africa, feste, cene, braai (parola presa in prestito dal Sudafrica per indicare barbecue, i sudafricani sono fissati con la carne alla brace…), e soprattutto tanti house warming e farewell parties. Questi sono momenti chiave del passaggio, perché come in ogni porto la maggior parte di noi arriva e presto o tardi riparte. Io sono considerata una veterana per i tempi standard, dal 2008, praticamente malawiana!

Di solito si resta non più di 2 anni e poi si rimpacchettano le radici e si va a piantarle da qualche altra parte.

Ho avuto tanti coinquilini, Marco, Luca, Gloria, Manolo, Helen, Sebastian, Roberto, Manuela – appena andata via – e altrettante visite da amici e famiglia, quindi tanti farewell parties. Si impara in fretta a dire Ciao e Arrivederci, si aprono e si chiudono vere e proprie ere nel giro di mesi, ognuna totalizzante e peculiare. Sono la prima della classe con i Ciao, con gli Arrivederci ho ancora bisogno di ripetizioni.

Ma poi la mattina arriva Johnston a rassettare il disastro combinato durante la notte della festa di Arrivederci, e ogni volta mi dice di non essersi mai divertito tanto, di aver assaggiato per la prima volta un sacco di cose buone da mangiare e da bere, mi dice di aver sputato un pezzo di carne cruda (prosciutto di Parma di prima qualità!) ma a parte quello la roba cotta era buona, mi confida di essersi ubriacato per la prima volta e che ora si sente la testa al contrario, e tutto questo me lo dice col sorriso acceso mentre rompe i bicchieri buoni e rimette in frigo intrugli che in Italia non proporremmo neanche ai nostri amici a quattro zampe. Johnston è un vero disastro con le faccende domestiche, ancora non ha colto che quell’acqua insaporita che sto preparando, detta brodo, mi servirà. Lui puntualmente la butta e mette da parte carota cipolla & co.; ma non esiste Malawi senza Johnston per me, ogni volta le chiacchierate con lui mi rimettono a posto. La casa sarà anche un delirio ma io sono a posto.

Scusate l’ultima digressione.

La mia casa è sì fatta di muri, tetto, giardino, tante stanze, veranda… e potrei continuare, ma soprattutto è fatta di persone, le persone che ci vivono oggi, che ci hanno abitato e anche quelle soltanto di passaggio. Perché ho dimenticato di precisare che solo parte delle mie radici le ho piantate nella terra africana, il resto è affondato sotto la pelle di quelle persone speciali che hanno “vissuto” e “vivono” con me, in The Warm Hearth of Africa.

(*) Anche questo post, come il precedente (di Ester Zappata) è rintracciabile al blog di NP (network precario) cioè http://www.networkprecario.com/category/blog-2/ dove potete leggere anche il primo blog su cui Federica aveva pubblicato la sua storia, METEOTRIP (ecco il link http://www.meteotrip.com/2013/06/10/4270/) che si autodefinisce «un laboratorio in cui meteo, geografia e letteratura interagiscono per riportare in superficie una dimensione umana che resiste all’indifferenza nei confronti del territorio».

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