Gli anni della fenice

Profezie e roghi nel romanzo «Fahrenheit 451» di Ray Bradbury

di Fabrizio (Astrofilosofo) Melodia

«Era una gioia appiccare il fuoco. Era una gioia speciale vedere le cose divorate, vederle annerite, diverse. Con la punta di rame del tubo fra le mani, con quel grosso pitone che sputava il suo cherosene venefico sul mondo, il sangue gli martellava contro le tempie, e le sue mani diventavano le mani di non si sa quale direttore d’orchestra che suonasse tutte le sinfonie fiammeggianti, incendiarie, per far cadere tutti i cenci e le rovine carbonizzate della storia. Col suo elmetto simbolicamente numerato 451 sulla solida testa, con gli occhi tutta una fiamma arancione al pensiero di quanto sarebbe accaduto la prossima volta, l’uomo premette il bottone dell’accensione, e la casa sussultò in una fiammata divorante che prese ad arroventare il cielo vespertino, poi a ingiallirlo e infine ad annerirlo»: così Ray Bradbury in «Fahrenheit 451» (del 1953, in italiano traduzione di Giorgio Monicelli, Mondadori editore).

Posso dire con tutta sicurezza che fu uno dei libri che mi gelò il sangue nelle vene: mi sembrava quasi di sentire le sirene dei pompieri e lo strepitare dei maxi schermi televisivi che incitavano alla persecuzione.

Uno dei miei incubi peggiori aveva preso corpo, per ironia della sorte proprio sulle pagine di carta destinate alla tremenda fine prevista dalla legge del suo mondo.

Tutto inizia con le familiari sirene dei pompieri: professionisti pronti ad agire al minimo avviso per sedare le pericolose e letali fiamme che possono avvolgere luoghi ritenuti sicuri dalla maggioranza delle persone.

Il suono delle sirene è alto e forte e presto i valorosi pompieri giungono al luogo dell’incendio ma qui non ci sono fiamme, solo un’anziana donna che inveisce infuriata. Implora i pompieri di non farlo, che lei non ha commesso nessun reato, che leggere non può essere considerata una colpa.

Il pompiere Guy Montag la spinge via, afferra il bocchettone della pompa insieme ai suoi compagni e inizia a spargere fuoco e fiamme ovunque, in quell’abitazione colma di libri.

Il rogo dei volumi si sprigiona repentino, bruciando come foglie secche tutti i preziosissimi volumi, insieme all’anziana e coraggiosa criminale, macchiatasi del «reato di lettura».

Guy Montag, comunque colpito da quell’esperienza, fa ritorno alla base: qualcosa in lui lo rode, profondamente.

Va a casa, accende la mega televisione, l’unico mezzo di comunicazione permesso dal governo al cittadino per istruirsi e informarsi.

«Il televisore è reale, è immediato, ha dimensioni. Vi dice lui quello che dovete pensare, e ve lo dice con voce di tuono. Deve avere ragione, vi dite: sembra talmente che l’abbia»: ancora Ray Bradbury.

L’indomani una nuova missione, altra sirena, nuovo rogo di libri: i pompieri sono eccitati, altri volumi stanno per sprofondare nell’oblio più totale, fra i quali la Bibbia, di cui rimangono solo pochissime copie in tutto lo Stato.

Guy Montag, da anni ligio al dovere, per un attimo compie un atto che cambierà completamente la sua vita: afferra uno di quei libri rari, proprio la Bibbia, salvandolo dal rogo.

La decisione di infrangere le regole gli viene suggerita dalla conoscenza di Clarisse, una ragazza sua vicina di casa, che mostra un modo di vivere strano. Montag ha notato che i familiari di Clarisse alla sera non guardano la tv, anzi non la possiedono, e trascorrono il tempo parlando, con un’allegria e una spensieratezza difficili da comprendere e facilmente invidiabili.

«No, non era felice. Non era felice. Si ripeté le parole mentalmente. Riconobbe che questa era veramente la situazione. Egli portava la sua felicità come una maschera e quella ragazza se n’era andata per il prato con la maschera e non c’era modo di andare a battere alla sua porta per riaverla». Guy Montag vuole comprendere cosa non va nella sua vita, come mai non riesce ad essere felice, come mai sua moglie Mildred non vuole figli e ha tentato il suicidio ingerendo barbiturici.

Inizia a leggere: atto che per lui segnerà la rinascita ma anche la rovina totale.

Scoperto il reato, la moglie Mildred lo denuncia ai pompieri, i quali obbligano Montag a incendiare la sua stessa abitazione. Al limite del crollo nervoso, provocato dal suo ex capo Beatty, Montag lo uccide con un lanciafiamme e ingaggia una lotta con un segugio meccanico, da cui riuscirà a liberarsi sempre grazie al lanciafiamme.

Esausto e ferito, Montag si dirige verso la periferia della città, alla ricerca di una salvezza. Riparatosi lungo il fiume, incontra alcuni uomini fuggiti dalla società, riunitisi insieme ad altri sparsi per tutta la nazione.

Sono gli uomini-libro: ognuno di loro porta in sè, imparato a memoria, un testo bruciato nei roghi dei pompieri, costituendo in questo modo una memoria letteraria collettiva dell’umanità.

«C’era un buffissimo uccello, chiamato Fenice, nel più remoto passato, prima di Cristo, e questo uccello ogni quattro o cinquecento anni si costruiva una pira e ci si immolava sopra. Ma ogni volta che vi si bruciava, rinasceva subito poi dalle sue stesse ceneri, per ricominciare. E a quanto sembra, noi esseri umani non sappiamo fare altro che la stessa cosa, infinite volte, ma abbiamo una cosa che la Fenice non ebbe mai. Sappiamo la colossale sciocchezza che abbiamo appena fatta, conosciamo bene tutte le innumerevoli assurdità commesse in migliaia di anni e finché sapremo di averle commesse e ci sforzeremo di saperlo, un giorno o l’altro la smetteremo di accendere i nostri fetenti roghi e di saltarci sopra. Ad ogni generazione, raccogliamo un numero sempre maggiore di gente che si ricorda».

Nel mentre, viene sganciato un ordigno nucleare sulla città: Guy Montag e i suoi nuovi compagni si dirigono verso il luogo dell’esplosione, per prestare soccorso.

Un incubo a occhi aperti, un capitolo della fantascienza distopica che, nonostante la sua età (1953), ancora adesso non smette di conservare la sua potenza evocativa.

Un libro filosofico e fantascientifico senza precedenti, un autentico elegia della lettura e della memoria, contro la società massificante e capitalista, dominata dall’ignoranza e dalla disinformazione attuata per mezzo dei giganteschi televisori.

«Ogni giorno esistono centinaia di esseri umani che, abbindolati dai mezzi di comunicazione, darebbero persino la vita per gli stessi uomini che li sfruttano da generazioni. Io dico: è giusto così. Che questi cagnolini fedeli privi di alcun senso critico, braccio inconsapevole della classe dominante siano in prima fila nella crociata contro l’evoluzione dell’uomo! Saranno i primi a lasciare la faccia della terra (siano benedette le loro anime) al momento della resa dei conti, nessuno ne sentirà la mancanza. Amen: così Friedrich Engels in «Antiduhring» del 1847.

Vecchia storia, sistemi sempre tremendamente efficaci, di sicuro effetto. Una constatazione che l’essere umano quotidiano ha sotto gli occhi ogni giorno, quando su tv e mass media si decidono le sorti di una nazione.

Ecco il segreto del Potere, la violenza e l’arroganza dei pochi che non vogliono il gregge belante possa avere un futuro consapevole. In realtà il Potere, quello autentico, viene completamente stravolto nel mondo virtuale.

Dunque la scala di valori risulta persino invertita: il Capitalismo Autoritario mostra la sua vera faccia, non vuole solo il profitto ma determinare le scelte di massa attraverso il plagio delle menti. Tutto deve essere fatto senza che il popolo ne sia consapevole e per eliminare il pensiero critico si opera sistematicamente la distruzione della riflessione critica, della lettura e del tempo libero.

«L’illuminismo è l’uscita dell’uomo dallo stato di minorità che egli deve imputare a se stesso. Minorità è l’incapacità di valersi del proprio intelletto senza la guida di un altro. Imputabile a se stesso è questa minorità se la causa di essa non dipende da difetto di intelligenza, ma dalla mancanza di decisione e del coraggio di far uso del proprio intelletto senza essere guidati da un altro. Sapere aude! Abbi il coraggio di servirti della tua propria intelligenza! È questo il motto dell’illuminismo.
Sennonché a questo illuminismo non occorre altro che la libertà, e la più inoffensiva di tutte le libertà, quella cioè di fare pubblico uso della propria ragione in tutti i campi. Ma io odo da tutte le parti gridare: — Non ragionate! — L’ufficiale dice: — Non ragionate, ma fate esercitazioni militari. — L’impiegato di finanza: — Non ragionate, ma pagate! — L’uomo di chiesa: — Non ragionate, ma credete!»: Immanuel Kant in «Risposta alla domanda: che cos’è l’Illuminismo» («Beantwortung der Frage: Was ist Aufklärung?”, 5 dicembre 1783).

Nel romanzo di Bradbury viene messo in luce quanto poco sia bene che l’essere umano si faccia domande: risulta più facile vivere, delegare agli altri le decisioni importanti, sia a livello sociale che politico.

Alla fine la scintilla rivoluzionaria esplode perché si è preteso per se stessi tempo, bene comune purtroppo sempre più raro, poiché la nostra vita viene riempita costantemente con prodotti di largo consumo, con lo sport che anestetizza l’aggressività e l’energia positiva, con il controllo mentale e critico da parte dei mass media, che agiscono sulla zona ipotalamica, generando una specie di anestesia dei sensi.

Risvegliarsi da questa sensazione, da questa pesante droga di cui siamo dipendenti, è particolarmente doloroso: i coraggiosi che lo fanno devono nascondersi dalle persecuzioni ma sono i primi a intervenire quando il Pubblico Sonno della Ragione porta – nel romanzo di Bradbury – all’esplosione di un ordigno nucleare, causato, presumibilmente, dalle malversazioni dei governanti della nazione, intenti ai loro interessi egoistici.

Con la perturbante complicità del popolo, distaccatosi dalla vita democratica e intento solo a godere del Bene Consumistico, fino a consumare se stesso e la capacità di scelta, dettata ormai dalla possibilità di scegliere fra un canale o l’altro, fra un prodotto o l’altro.

«Ecco perché un libro è un fucile carico, nella casa del tuo vicino. Diamolo alle fiamme! Rendiamo inutile l’arma. Castriamo la mente dell’uomo»: è sempre Ray Bradbury.

In un Paese come il nostro che della cultura libraria non fa vanto, con statistiche da paura e ogni anno in peggioramento (siamo fra i popoli che leggono meno, subito sotto l’India, dove leggere è privilegio per pochi), l’abisso della castrazione mentale è ben aperto sotto i nostri piedi. Una fenice che non rinasce dalle sue ceneri?

Redazione
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2 commenti

  • Marco Pacifici

    Fabrizio Melodia… sempre preziose le tue parole…stanno incenerendo le lingue(vulgarmente dette dialetti) la Solidarieta, e senza Solidarieta non c’è Umanita.

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