Grandina disgrazia e noi restiamo ciechi

Recensione al libro di Carla Forza (4 Punte edizioni).

di Gian Marco Martignoni

Mi avventuro nel campo poetico, sollecitato dall’urticante e sorprendente lettura della silloge “Grandina disgrazia e noi restiamo ciechi“ (4 Punte edizioni, pagg.111, euro 13) di Carla Forza, con una puntuale prefazione di Renata Ballerio, che giustamente sottolinea i tempi abitati da uno “smarrimento improvvido“ collettivo.

Se come ha scritto il poeta Antonio Prete: “Davvero esigua, intermittente e debole è l’indignazione per quel che da mesi accade nella striscia di Gaza, tanto che di questo dissenso non c’è un riflesso forte nella pubblica comunicazione“ (L’Immaginazione luglio-agosto 2024), è anche vero che oggi non ci sono più intellettuali della levatura di Franco Fortini o Pier Paolo Pasolini, solo per fare due nomi di un’epoca che, purtroppo, ci sta dolorosamente alle spalle.

Ma essendo la figura dell’intellettuale, fortunatamente, non solo quella di chi ha accesso ai media più rilevanti, mi pare che l’urgenza della versificazione di Carla Forza sia dettata da un noto monito fortiniano: “La poesia non muta nulla; dunque, tu scrivi“; e soprattutto dall’indignazione eloquente nella poesia “Tutti giù per terra“ rispetto allo sterminio che il fascismo israeliano sta impunemente compiendo a Gaza, in Cisgiordania e in Libano.

Toscana di nascita e dotata di un robusta formazione filosofica all’insegna della Scuola di Francoforte (Walter Benjamin, Herbert Marcuse in particolare), che emerge prepotentemente nelle quattro sezioni tematiche cha compongono questa raccolta di poesie, con tutta probabilità Carla è stata segnata nell’adolescenza dalla morte sul Lungarno Gambacorti dell’anarchico Franco Serantini, al quale ha dedicato la fulminante poesia “Di Maggio”, che è la chiave di lettura della sua ontologia come persona: “Era maggio: io nascevo, lui moriva , ed in memoria del «sovversivo» un garofano bianco deponevo“. Quando dopo una vicenda così dolorosa viene spontaneo distinguere il confine tra la vita e la morte, tra il giusto e l’ingiusto, la poesia civile di Carla si distende “resistente “ come nelle sei strofe che compongono “Cinque Strade“, in una ardita ma efficace immagine storica dell’ Italia: “che si è svegliata fascista“, per poi con Olivetti “anche l’utopia avere udienza“.

E’ anche musicale e assai pregna di una approfondita ricerca sul piano semantico la scrittura di Carla, che al contempo non dimentica come nella poesia “Bianca” le morti e lo sfruttamento del lavoro, e quindi la necessità – seppur “il presente incombe con la sua maledizione“ – di rivendicare quei diritti sanciti nella Costituzione.

E’ pertanto, se consideriamo “la catena di consenso digitale“ a suon di like nella emblematica poesia “Panoticon digitale“, un messaggio quello di Carla decisamente potente e controcorrente, che avrebbe meritato il plauso dei redattori della rivista “ abiti – lavoro“, che sono stati la voce poetica dell’indignazione operaia in tutt’altri tempi storici.

Ps: Un plauso anche al progetto editoriale antifascista della casa editrice 4 Punte Edizioni, che è stata per l’occasione una felice scoperta.

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