Grazie Gianni (36): «Un sogno» e «Fucilazione»

trentaseiesimo appuntamento – di 52 – con Rodari (*): la doppia scelta di Anna Marcolini

  Un sogno

Storia di un sogno che nessuno sognava.

Vagava insonne di cuscino in cuscino

offrendo vanamente le sue immagini.

Batteva gli autostelli con l’autostop,

penetrava nelle carceri dalle bocche di lupo,

aveva già visitato tutti i conventi,

i collegi, i dormitori pubblici, i grandi alberghi

dove si insinuava nel telefono sui comodini,

o si mescolava ai fantasmi del teleschermo.

Entrava nelle camere su vassoi di lacca a fiori.

Offriva la sua merce gratis, s’intende.

Non indietreggiava davanti ai tentativi di corruzione.

Più volte provò a farsi accettare per denaro,

promettendo un regno, un cavallo, il favore delle belle,

mentì, strisciò, bestemmiò, implorò, leccò il pavimento

in una abietta volontà di esistere.

Non diversamente la materia diventa

scolopendra sanguisuga tafano

pur di toccare i parapetti della vita,

non diversamente l’amante respinto

si umilia per un sorriso o anche uno schiaffo.

Questo sogno in sostanza non poteva sapere

se era un bel sogno o un brutto sogno

fin che gli toccava aggirarsi nei corridoi più oscuri

senza mai poter gettare un’occhiata in uno specchio.

Gli venne finalmente offerto un posto da incubo

in una casa di cura.

L’ho fatto per mangiare”, si giustifica.

Ma è ingrassato, ha due macchine, fiorisce,

vota a destra.

Fucilazione

Un bimbo faceva le bolle di sapone

dalla finestra mentre mi fucilavano

sulla piazza piantata di alberi senza nome,

una mattina deserta con poco sole

tra i rami secchi che non trattenevano le voci,

tra quinte grige di imposte sprangate

oscillavano effimere formazioni, grappoli

subito disfatti in acini trasparenti.

Un bimbo, solo una tenera macchia viva

in un rettangolo nero,

c’era un vasetto rosso sul davanzale,

la sola cosa rossa di quel giorno tutto grigio,

io non potevo vedere i suoi occhi

sentivo la sua anima appendersi dondolando

in cima alla cannuccia di paglia,

staccarsi con un brivido, volare in silenzio,

trattenere il fiato per pregare il vento,

attraversare il poco sole in punta di piedi,

rapita in una smorfia di felicità.

I miei carnefici gli voltavano le spalle,

nessuno di loro potè vedere le sue mani

sollevarsi in adorazione quando una bolla

più gonfia, la più bella di tutte,

partì dal davanzale come un pianeta di cristallo

e prima di scendere salì verso il tetto

come una preghiera, come una favola,

piena d’ogni dolcezza che non si può perdere,

intatta e vera per il suo tempo giusto,

non ci sono abbastanza plotoni d’esecuzione

in questo mondo e in ogni altro

per fucilare tutte le bolle di sapone.

Sono due delle venti poesie pubblicate nell’aprile 1968 sul «Caffè»; poi nel libro «IL CANE DI MAGONZA»

(*) Gianni Rodari è nato il 23 ottobre 1920. Per ricordarlo è partito “L’ANNO RODARIANO”. Io lo amo molto e penso di essere in numerosa (e bella) compagnia. Così ho deciso di festeggiarlo in bottega almeno fino all’ottobre 2020, cioè per 52 settimane. Ho chiesto a 51 fra amiche e amici di scegliere un suo brano. Perciò ogni lunedì – dalle 02 – lettori e lettrici della bottega potranno scoprire come qualcuna/o ricorda Rodari e magari commentare o fare le loro proposte. Ho una ideuzza per tutte/i: nello spirito “rodariano” mi parrebbe una bella iniziativa se ogni lunedì chi passa di qui poi regalasse il testo letto a qualcuna/o, possibilmente proprio a persone che leggono poco o nulla. Così per «vedere l’effetto che fa». Ci state? [db]

Redazione
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