L’Amazzonia che resiste al Covid

di Francesco Martone (*)

Paulinho Paiakan (Kayapò Betkoroti) era un leader indigeno, di quelli che hanno fatto la storia delle lotte per l’autodeterminazione dei popoli indigeni e contro le grandi infrastrutture e la deforestazione in Amazzonia brasiliana.
Anche lui è stato stroncato nei giorni scorsi dal Covid 19.

Di storie come la sua ne arrivano a decine dalle terre indigene di Amazzonia, dove il virus si sta allargando a macchia d’olio. Secondo COICA e REPAM, al 15 maggio, erano 33 le etnie colpite, con 526 contagiati e 113 morti. Nel giro di un mese si è arrivati a 8733 casi e 696 morti in tutto il bacino amazzonico. Questi i dati aggiornati a un paio di giorni fa.

Una tragedia che affonda le radici nella storica marginalizzazione, nello sfruttamento e nella colonizzazione delle culture e delle terre indigene.
Il COVID aggrava una situazione già di per sé critica per molti popoli indigeni, caratterizzata da diseguaglianze e discriminazione.

Il virus aumenta il rischio di conflitti e accentua la scarsità di risorse (acqua e cibo) e l’aumento della povertà. Ha campo fertile in una situazione nella quale i popoli indigeni soffrono di discriminazione nell’accesso a politiche pubbliche e servizi sanitari e nell’assenza di protocolli specifici alla loro cultura e situazione.

Il Covid 19 si espande con la complicità delle autorità pubbliche, che poco o nulla stanno facendo per aiutare quelle comunità a fronteggiare la pandemia. Porta alla luce le ingiustizie strutturali che già esistevano “prima”, le amplifica, fino a renderle una miscela letale per popolazioni già vulnerate, perché aggredite da colonizzatori senza scrupoli, dagli interessi dell’estrattivismo, dall’invasione delle terre, dall’illegalità e dalla connivenza tra interessi pubblici e di imprese private senza scrupoli.

Perché la deforestazione non si arresta, anzi.

Nell’Amazzonia brasiliana, ad esempio, dove – tra gennaio e marzo – sono stati deforestati oltre 800 kmq di foresta primaria e dove si calcola che la superficie deforestata nel 2020 sarà pari a 16mila kmq. Oppure in Colombia, dove a marzo sono stati registrati 13mila punti di calore, in grandissima parte incendi, e dove il 21 maggio la Camera dei Deputati ha respinto un progetto di legge che avrebbe bloccato estrazioni petrolifere nella foresta.

Da anni i popoli indigeni ci insegnano a non considerarli vittime, ma soggetti politici attivi, con proprie agende e proprie legittime rivendicazioni. Con diritti a una propria cultura e a pratiche ancestrali, alla conoscenza tradizionale. Quella stessa conoscenza che oggi applicano, con le medicine naturali, per tentare di arginare il contagio.

Le immagini che ci arrivano da comunità storicamente in resistenza come quelle di Paty, del popolo Sarayaku nell’Amazzonia Brasiliana, o da Elizabeth, leader Shuar della Cordillera del Condor, o ancora di Salomé, sempre nell’Amazzonia ecuadoriana, sono drammatiche. Si fa la conta di chi abbandona questa terra. Una corsa contro il tempo per evitare il peggio.

Con gli anziani, con le donne se ne vanno la cultura, la storia, la lingua, la cosmologia, quella relazione intrinseca tra umani, vivente ed ecosistemi che è alla radice della vita stessa. Se ciò non bastasse, molti governi stanno approfittando del Covid e delle misure di lockdown per rivedere le politiche sociali e ambientali e permettere di continuare ad estrarre e sfruttare risorse naturali.

Per quei popoli, da sempre in resistenza contro l’estrazione di minerali e petrolio, il Covid significa anche difficoltà ad organizzarsi, a creare reti, a costruire strategie per contrastare l’avanzata del capitale estrattivista in un continente che conta il maggior numero di difensori dell’ambiente uccisi. Infatti, dei 300 difensori dei diritti umani uccisi nel mondo nel 2019, il 40 per cento era indigeno e, per la maggior parte, viveva in America Latina. Dati confermati anche in un recente studio su conflitti ambientali e difensori della Terra pubblicato da ricercatori ed accademici che producono l’Environmental Justice Atlas. Quei guardiani della Terra oggi sono ancor più a rischio. A rischio di un vero genocidio culturale.

Hanno scelto di organizzarsi secondo le proprie modalità comunitarie, andando in isolamento volontario, organizzando ronde di vigilanza per controllare i confini delle proprie terre ed evitare l’ingresso di possibili portatori del virus. Resistono alle tattiche senza scrupoli di imprese che provano a comprare il loro consenso con aiuti medicinali e di emergenza, con lo sguardo già verso il dopo, quando potranno arricchirsi delle loro risorse. C’è chi organizza distribuzione di cibo, per le comunità in difficoltà, chi produce medicine tradizionali. Chi lavora per permettere la diffusione di informazioni sulla prevenzione in lingua locale.

Ci chiedono aiuto. Per fronteggiare l’emergenza e sostenerli nell’acquisto di beni di prima necessità, medicinali, mascherine, disinfettanti. Per rafforzare la loro capacità di produrre cibo e di attuare i loro piani di gestione integrale dei territori e degli ecosistemi; ci chiedono solidarietà nel prevenire ulteriori attacchi a chi difende la Terra e la possibilità che i governi traggano vantaggi da questa situazione di grande difficoltà.

Foto tratte dal Fliker di Alessio Spinaci

In Italia il loro appello è stato accolto dalla rete In Difesa Di, per i diritti umani e chi li difende, (una coalizione di oltre 40 organizzazioni ed associazioni della società civile italiana), dall’associazione A Sud, dal Centro Documentazione dei Conflitti Ambientali nazionale e dal Centro Documentazione dei Conflitti Ambientali dell’Abruzzo.

E’ stato lanciato un appello che verrà consegnato al governo italiano affinché, nel corso dell’attuale riunione del Consiglio ONU sui Diritti Umani di Ginevra, tenga fede al proprio impegno di contribuire a proteggere i difensori dei diritti umani e della Terra, chiedendo che si adotti una politica di tolleranza zero verso attacchi o minacce a che protegge la Terra, in primis i popoli indigeni.

E poi raccogliendo fondi di emergenza da inviare alle comunità. Nel nostro caso comunità in Amazzonia ecuadoriana, con le quali da tempo si sono intessuti rapporti di collaborazione e solidarietà, e piattaforme di lavoro comuni contro l’estrattivismo e per la protezione della Madre Terra.

Assai significativo, al riguardo, il sostegno dell’Associazione Bianca Guidetti Serra e del movimento No TAP in Salento, che l’anno scorso  accolsero una leader indigena amazzonica dall’Ecuador oggi impegnata a proteggere la sua comunità dal COVID19. Alleanze tra territori in lotta, che oggi acquisiscono ancor più rilievo.

Come i coltivatori biologici dell’associazione Mercato Scoperto in Abruzzo, altro territorio in resistenza contro l’estrattivismo, che ha organizzato un mercato a San Vito Chietino per raccogliere fondi da inviare. O come Extinction Rebellion, che sosterrà queste iniziative nella consapevolezza che l’estinzione riguarda tutte le popolazioni del pianeta, e del ruolo determinante dei popoli indigeni nella protezione delle foreste e del clima.

Il testo dell’appello, aperto alla firma di organizzazioni, associazioni e movimenti, è accessibile a questo link https://asud.net/appello-popoli-indigeni/

A questo link il dossier “Popoli indigeni amazzonici e COVID19”  https://asud.net/wp-content/uploads/2020/06/Appello-popoli-indigeni-e-dossier.pdf

Per inviare contributi al fondo in sostegno ai popoli indigeni amazzonici:

 

(*) Rete In Difesa Di, per i diritti umani e chi li difende – www.indifesadi.org.
Questo articolo è tratto da Comune-info.

alexik

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