«Horror ex machina»
Giuliano Spagnul sul libro di Fabio Malagnini
Difficile scrivere di qualcosa che cambia così in fretta come le intelligenze artificiali.
Forse il modo più efficace per interrogare questo cambiamento (epocale?) potrebbe essere quello di osservarlo attraverso la lente del cinema, e di un cinema che non può più neanche definirsi fantascientifico, essendo la fantascienza divenuta una obsoleta ferraglia perlopiù inadeguata a immaginare qualunque futuro che non sia già alle nostre spalle.
E così, per rappresentarsi, non resta altro a questa intelligenza (definita artificiale e, comunque, contronatura) che affidarsi a quel sottogenere horror, per definizione ibrido e sporco, che ha il mostro di Frankenstein come padre putativo in comune col fratello maggiore fantascientifico.
Intelligenze artificiali, robot e androidi nel cinema dell’orrore tecnologico recita infatti come sottotitolo quest’ultimo libro di Fabio Malagnini, Horror ex machina, Odoya, 2025.
Ma, va subito detto, quella che ci troviamo di fronte non è una semplice guida a un genere o sottogenere cinematografico, quanto piuttosto un’operazione ambiziosa, e in gran parte riuscita, di discernere tra le diverse possibili linee di lettura quelle più utili per affrontare l’orrore che il fantasma di Frankenstein proietta sul proscenio di una Modernità giunta al suo culmine e quindi anche al suo termine. Termine che ci lascia soli e sgomenti a gestire il confronto con il nulla, quel nulla che, ancora una volta (come all’alba della nostra specie) ci pone davanti alla sfida di dover dare nuovi significati alla nostra esistenza, nuove illusioni.
Parlando di film come Ex Machina di Alex Garland, Malagnini ci avverte che questa “super intelligenza non annuncia tanto la nostra obsolescenza quanto un confronto che si apre a noi come specie.”
Il postumano non significa altro che un punto a capo. Si ricomincia da capo ma con una nuova sfida che vuole una nuova avventura, pur sempre umana, anche se quest’umano avrà necessariamente altri nomi, altri significati, altri modi d’essere e di concepirsi.
Se questo è il prologo, almeno nella mia lettura – che non è assolutamente detto, né necessario, che coincida con quella dell’autore – i capitoli che seguono snocciolano una serie di incursioni in quella “interzona promiscua” popolata di giocattoli killer, mostri elettrici, scienziati pazzi, cervelli elettronici, buoni e cattivi robot e umanoidi vari.
Man mano che si va avanti nella lettura le domande che sorgono sono più di origine filosofica che prettamente scientifica. E riguardano temi come la coscienza “di cui oggi nessuno conosce il funzionamento, e che solleva quindi una serie di imbarazzanti questioni metafisiche” o la distanza tra reale e immaginario che si sta sempre più accorciando fino a quasi coincidere, fino a dover constatare che anche il solo passaggio di pochi anni può presentarci un mondo affatto diverso in cui quello che poco prima era avvertita “come un’ingenua fantasia [ora diviene] rapidamente una realtà non negoziabile.”
Ed è proprio questa non negoziabilità il dato orrorifico che più emerge da questo libro, ma anche dal precedente Antropocene horror (sempre Odoya, 2023), di Malagnini.
Possiamo ancora negoziare la nostra estinzione? E con chi dobbiamo negoziarla? Con Gaia, A.I., i non umani, o con chi altro?
Detto ciò potete anche cestinare quanto detto fin qui e leggere questo libro anche solo come una godibilissima guida al cinema dell’orrore tecnologico. Buona lettura!
