Identikit di un/una razzista
Piccolo prontuario per riconoscere i piccoli razzismi quotidiani
di LAVINIA MARCHETTI – da laviniamarchetti.substack
Capita spesso di imbatterci in razzisti “travestiti”, con la maschera del “buon senso” e della “natura” (o meglio della naturalizzazione) che cercano di convincere gli astanti che loro non sono razzisti. Per questo mi sono chiesta che aspetto assuma una persona razzista nel momento in cui la politica e la società gli/le abbiano dato gli strumenti delle buone maniere per potersi nascondere. L’energumeno a braccio teso, dichiaratamente fascista o neonazista esiste e vive accanto a noi, ma è chiaro che, per fortuna, appartiene ad una minoranza statistica, quasi irrilevante. Sarebbe rassicurante se i razzisti fossero solo quelli (o anche quello in foto). Questi individui fanno il gioco della “buona società” civile che crede di espellere il razzismo da sé, isolando il picchiatore di turno, e relegando il razzismo nella testa di pochi fanatici.
Il tipo che incontriamo più spesso e anche quello più diffuso, si ritiene equilibrato e moderato e anche la società lo considera così. Non necessariamente è un elettore di destra (anche se la maggioranza lo sono, come quello nella foto). Capita, comunque, più di quanto pensiamo che molti di questi razzisti votino a sinistra. In genere questo “tipo psicologico” ha imparato certosinamente ad evitare le parole compromettenti, eppure ha conservato la convinzione che alcune persone nascano con minore civiltà o con un diritto più incerto a stare fra noi. Philomena Essed, studiosa di razzismo, ci invita a giudicare le pratiche attraverso ciò che producono, lasciando in sospeso, momentaneamente, il processo all’interiorità di chi le compie. Per questo ho deciso di descrivere piccole scene nelle quali queste convinzioni si manifestano, poi vengono ritrattate, poi ricompaiono, quasi intatte, sotto la protezione del “buonsenso”. Facciamo qualche esempio che mi è capitato e che probabilmente è capitato anche a voi. Alcune di queste tipologie le trovate ben spiegate in “Nanorazzismo” di Achille Mbembe.
·Storpia deliberatamente il nome. Continua a pronunciarlo male dopo essere stato corretto oppure decide di sostituirlo con uno più facile, riservandosi il completo diritto di rinominare l’altro.
·Imita l’accento per screditare chi parla. Il collega sta esponendo un problema e lui ripete una parola con una pronuncia caricaturale e cerca qualcuno disposto a ridere.
·Sostituisce il nome con una provenienza. Parla del «marocchino» o della «cinese» anche quando conosce perfettamente il nome della persona e la sua origine è irrilevante.
·Interroga sulle origini fino a ottenere la risposta desiderata. Alla persona che risponde «Sono di Parma» domanda dove sia nata davvero, poi passa ai genitori, gli fa l’albero genealogico. Cerca una ragione per considerarla straniera.
·Si stupisce di una competenza ordinaria. Dice «Parli benissimo italiano!» a una persona che gli ha appena spiegato di essere nata e cresciuta in Italia, lasciando prevalere l’impressione suscitata dal colore della pelle.
·Concede complimenti che contengono una svalutazione collettiva. «Sei proprio una persona educata, per essere…». La lode individuale include lasciando intatto il disprezzo per il gruppo, che eslcude.
·Accoglie l’amico per lui “diverso” come eccezione. Gli ripete «Tu sei diverso dagli altri» e pretende che consideri un privilegio essere stato personalmente esonerato dal pregiudizio.
·Attribuisce al gruppo l’errore del singolo. Un ritardo del collega straniero dimostra che «quelli sono fatti così». Per il proprio ritardo dispone invece di una spiegazione personalizzata. «C’era traffico» vale solo per lui e per i bianchi.
·Chiede conto di persone sconosciute. Pretende che il vicino musulmano spieghi un attentato o che il collega rom risponda di un furto letto sul giornale.
·Parla come se avesse davanti un bambino. Usa un tono paternalistico e semplifica ostentatamente le frasi anche dopo aver constatato che l’interlocutore comprende e parla perfettamente la sua lingua.
·Assegna un mestiere guardando la pelle. In una riunione scambia automaticamente una professionista nera per l’addetta al servizio e le chiede un caffè, senza essersi informato sul suo ruolo.
·Si rivolge all’accompagnatore bianco. La persona interessata gli sta facendo una domanda, ma lui consegna la risposta a chi le sta accanto, trattandolo come interlocutore più autorevole.
·Tratta il corpo altrui come una curiosità accessibile. Tocca i capelli di una donna nera senza chiedere il permesso e si stupisce quando lei si sottrae.
·Attribuisce caratteristiche intime a un’intera popolazione. Fa allusioni sulla sessualità di uomini neri o donne asiatiche e presenta la riduzione della persona a stereotipo come apprezzamento.
·Trasforma la propria diffidenza in una prova. Cambia posto in treno o in metro, oppure stringe la borsa a sé per il colore della pelle dello sconosciuto che gli/le sta accanto, poi, successivamente, parla del proprio disagio come conferma della sua pericolosità.
·Sospetta sempre della stessa persona. Quando sparisce un oggetto, rivolge subito domande al collega straniero. Agli altri concede l’innocenza iniziale che a lui chiede di dimostrare.
·Minimizza la discriminazione raccontata. Interrompe chi descrive un episodio con «Avrai capito male» e considera la propria impressione più attendibile dell’esperienza appena riferita.
·Umilia e pretende una reazione gradevole. Dopo aver fatto una battuta offensiva, accusa il destinatario di essere permaloso. Gli chiede di sorridere per confermare l’innocenza di chi lo ha deriso.
·Subordina l’appartenenza alla gratitudine. Quando una persona di origine straniera critica il luogo in cui vive, le ricorda che dovrebbe essere riconoscente. Le concede di abitare accanto a lui a condizione che rinunci a contestare qualcosa oppure gli/le dice di tornare a casa propria, anche in caso di eventi gravi.
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