Il futuro dei miei

 

 

Un bellissimo racconto di Alessandro Ghebreigziabiher, un plagio, le scuse e il testo originale    

 

MEA CULPA: chiedo scusa ad Alessandro Ghebreigziabiher (pubblicato 05/03/2014 da «paroladistrega» di Barbara Giorgi)

Mea culpa perché a volte sono davvero ingenua. Mea culpa perché credo sempre nelle persone.
Mea culpa perché mi fido senza farmi venire mezzo dubbio.
E’ accaduto che nel 2010 io fossi responsabile di un progetto patrocinato dalla Regione Toscana e dal ministero della Gioventù: dovevo realizzare un libro contenente scritti interculturali. Questi scritti dovevano essere redatti da ragazzi italiani e stranieri e l’obiettivo era valorizzare la conoscenza dell’Altro, come arricchimento personale, culturale, sociale.
Un lavoro entusiasmante: i ragazzi e le ragazze (insieme, italiani e stranieri) lavoravano singolarmente o in gruppi, tramite interviste, scambiandosi informazioni, scrivendo racconti o poesie. Alla fine: ecco il libro. Io dovevo semplicemente raccogliere i loro scritti: nessuna modifica da parte mia (ho apportato solo qualche correzione grammaticale). Mi sono fidata ciecamente del contenuto “genuino” di tutti i racconti.
Il libro «
GLI ALTRI, QUESTI SCONOSCIUTI» è quindi stato pubblicato nel gennaio 2011.

Poi, ieri, accade un fatto per me mortificante.
Mi arriva per mail un racconto bellissimo: lo leggo. E penso: «ma è la copia, leggermente modificata, di un racconto contenuto nel libro!».
Come una Don Chisciotte parto in quarta per difendere l’autrice, allora sedicenne.
Invece scopro, con grande stupore, che il racconto era già stato pubblicato nel 2008 da uno scrittore (altro mea culpa, non conoscevo questo bellissimo scritto). Dopo una serie di mail di chiarimento, lo scrittore accetta le mie scuse: sincere, più che sincere….. anche se dovrebbe essere la ragazzina, allora sedicenne, a fare le sue scuse, assumendosi un minimo di responsabilità.
Il racconto è «IL FUTURO DEI MIEI» di Alessandro Ghebreigziabiher.
Odio il plagio e lo combatto anche quando, inavvertitamente, possa nascere da cose curate da me. A questo mondo serve correttezza e non solo sbandierata a parole: servono i fatti.

Il racconto «IL FUTURO DEI MIEI» oggi è contenuto nel libro «IL DONO DELLA DIVERSITA’» di Alessandro Ghebreigziabiher, Tempesta editore, 2013.

http://www.tempestaeditore.it/index.php?page=shop.product_details&flypage=flypage.tpl&product_id=90&category_id=7&option=com_virtuemart&Itemid=1&vmcchk=1&Itemid=1

Per correttezza, posto qui di seguito il testo.

http://alessandroghebreigziabiher.blogspot.it/2008/09/il-futuro-dei-miei.html

Il futuro dei miei

Su una nave. In mare. Da qualche parte.
“Zio Amadou?”
“Sì…”
“Zio?”
“Sì?”
“Mi senti?”
“Sì che ti sento…”
“Ma non mi guardi…”
L’uomo si volta ed accontenta il nipote. “Stai tranquillo”, gli dice inarcando il sopracciglio sinistro, “le mie orecchie funzionano bene anche senza l’aiuto degli occhi…” E si volta a studiare le onde.
Il ragazzino, poco più di sei anni, lo osserva dubbioso, tuttavia si fida e riattacca: “Zio… Tu conosci bene l’italiano?”
“Certo, laggiù ci sono già stato due volte.”
“Conosci proprio tutte le parole?”
“Sicuro, Ousmane.”
Il nipote si guarda in giro, come se avesse timore di essere udito da altri, e arriva al sodo: “Cosa vuol dire extracomunitario?”
L’uomo, alto e magro, ha trent’anni, ma la barba grigia gliene aggiunge almeno una decina. Non appena coglie l’ultima parola del bambino, si gira di scatto e fissa i propri occhi nei suoi.
Trascorre un breve istante che tra i due sa di eternità, possibile solo in un viaggio in cui è in gioco la vita.
“Extracomunitario, dici?” ripete abbozzando un sorriso sincero. “Extracomunitario è una bellissima parola. I comunitari sono quelli che vivono tutti in una stessa comunità, come gli italiani e l’extracomunitario è colui che ne entra a far parte arrivando da lontano. Non appena i comunitari lo vedono capiscono subito che ha qualcosa che loro non hanno, qualcosa che non hanno mai visto, un extra, cioè qualcosa in più. Ecco, un extracomunitario è qualcuno che viene da lontano a portare qualcosa in più.”
“E questo qualcosa in più è una cosa bella?”
“Certamente!” esclama Amadou accalorato. “Tu ed io, una volta giunti in Italia, diventeremo extracomunitari. Io sono così e così, ma tu sei sicuro una cosa bella, bellissima.”
L’uomo riprende a far correre lo sguardo sulla superficie dell’acqua, quando Ousmane lo informa che l’interrogatorio non è ancora terminato: “Cosa vuol dire immigrato?”
Lo zio stavolta sembra più preparato e risponde immediatamente: “Immigrato è una parola ancora più bella di extracomunitario. Devi sapere che quando noi extracomunitari arriveremo in Italia e inizieremo a vivere là, diventeremo degli immigrati.”
“Anche io?”
“Sì, anche tu. Un bambino immigrato. E siccome sei anche un extracomunitario, cioè uno che porta alla comunità qualcosa in più di bello, tutti gli italiani con cui faremo amicizia ci diranno grazie, cioè ci saranno grati. Da cui, immigrati. Chiaro?”
“Chiaro, zio. Prima extracomunitari e poi immigrati.”
“Bravo”, approva Amadou e ritorna soddisfatto ad ammirare il mare che abbraccia la nave.
Ciò nonostante, non ha il tempo di lasciarsi rapire nuovamente dai flutti che il bambino richiama ancora la sua attenzione: “Zio…”
“Sì?” fa l’uomo voltandosi per l’ennesima volta.
“E cosa vuol dire clandestino?”
Questa volta Amadou compie un enorme sforzo per sorridere, tuttavia riesce nell’impresa: “Clandestino… Sai, questa è la parola più importante. Noi extracomunitari, prima di diventare immigrati, siamo dei clandestini. I comunitari, come quasi tutti gli italiani che incontrerai di passaggio, molto probabilmente ancora non lo sanno che tu hai qualcosa in più di bello e qualcuno di loro potrà al contrario insinuare che sia qualcosa di brutto. Tu non devi credere a queste persone, mai. Promettilo!”
Il tono dell’uomo diviene all’improvviso aggressivo, malgrado Amadou non se ne accorga.
“Lo prometto!” si affretta a rispondere il bambino, sebbene non sia affatto spaventato.
“Per quante persone possano negarlo”, prosegue lo zio, “tu sei qualcosa in più di bello e questo a prescindere se tu diventi un immigrato o meno, a prescindere da quel che pensano gli altri. E lo sai perché?”
“Perché?”
“Perché tu sei un clandestino. Tu sei il destino del tuo clan, cioè della tua famiglia. Tu sei il futuro dei tuoi cari…”
L’uomo riprende ad osservare il mare.
Ousmane finalmente smette di fissare lo zio e si volta anch’egli verso le onde. Mi correggo, il suo sguardo le sovrasta e punta oltre, all’orizzonte. “Sono il futuro dei miei…” pensa il bambino. Le parole si mescolano ad orgoglio e commozione, gioia e fierezza.
E chi può essere così ingenuo da pensare di poterlo fermare?

(22.035 contatti al 6 marzo 2014)

Redazione
La redazione della bottega è composta da Daniele Barbieri e da chi in via del tutto libera, gratuita e volontaria contribuisce con contenuti, informazioni e opinioni.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *