Il genio di Pulcinella contro l’Amica geniale

di Fabio Troncarelli

Il 30 maggo 1593 morì il poeta Christopher Marlowe. E comsegnò la sua fama ai posteri. Il suo nome in Inghilterra divenne sinonimo di “maledetto”. Non solo perché visse una vita travagliata, piena di risse e di violenza, ma soprattutto perché aveva scritto il Doctor Faustus, rendendo immortale in un poema il personaggio di Faust che sarà ripreso da Goethe: lo scienziato stregone che stringe un patto col diavolo per arrivare dove nessun uomo è arrivato. Se permettete vorrei fermarmi qui e limitarmi a riflettere solo sulla fama sinistra che avvolge il protagonista del poema e il suo autore. Saltiamo a piè pari secoli e secoli e arriviamo al Novecento. Credete sia un caso se il detective” maledetto”, sbandato, randagio e ribelle inventato da Raymond Chandler e reso immortale da Humphrey Bogart si chiami proprio Marlowe? E’ evidente che per il grande pubblico di lingua inglese la parola stessa Marlowe ha odore di zolfo e significa per antonomasia “diavolo, inferno, lacrime e stridore di denti”. Già. Antonomasia. Il problema è tutto lì. Questa figura retorica antica è divenuta nel mondo moderno una categoria del pensiero: una forma di conoscenza che ci permette di comprendere intuitivamente uomini e cose, senza troppi ragionamenti. Che voglio dire? Pensate a Orlando. Da protagonista di un poema è divenuto col tempo l’archetipo dell’eroe senza macchia e la sua figura si è moltiplicata in decine e decine di forme, al punto che ritroviamo ancora oggi Orlando nel teatro dei burattini siciliani come sinonimo dell’eroe puro che sconfigge i malvagi. Lo stesso si può dire di tanti altri personaggi, che non a caso sono finiti a loro volta nel teatro dei burattini e non solo. Pensate a Pulcinella, emblema di chi scherzando scherzando dice la verità che resiste ancora oggi non solo tra i burattini al Pincio (che goduria!) ma anche negli spettacoli di ogni tipo, proiettando la sua ombra sulle più divertenti figure di comici del passato come Totò o del presente come Lorenzo di Corrado Guzzanti. C’è poco da fare: il successo seriale di certe figure o di storie dipende strettamente dal fatto che tutti le riconoscono al primo sguardo e che non hanno dubbi sul loro significato “per antonomasia”. E cioè che l’eroe o la commedia portati alla ribalta sono esattamente ciò che ci si aspetta. Il pubblico non ha bisogno di conoscerli, ma di riconoscerli.

Sfruttando l’antonomasia di certi personaggi o di certe vicende si ha indubbiamente un grande vantaggio: nessuno si meraviglia se un individuo si comporta in un certo modo o se una storia va in una certa direzione. Non c’è bisogno di sprecare parole; tutto è credibile di per sé. Autoreggente. Il pubblico vuole solo un’ennesima variazione dello stesso tema ed è ben disposto sin dall’inizio nei confronti di quello che vedrà.

E’ proprio questo che accade con i cicli più famosi di spettacoli del mondo moderno. L’epoca dei mezzi di comunicazione di massa si è avvantaggiata enormemente di ciò che abbiamo descritto, producendo valanghe di libri, commedie, tragedie, opere liriche, film e serie televisive di successo basate sul principio di antonomasia. Gli eroi dei nostri tempi sono i detectives infallibili da Sherlock Holmes a Philippe Marlowe, da Hercule Poirot al tenente Colombo, perché su di loro si proietta l’ombra lunga di Edipo che cerca accanitamente il colpevole di delitti che ha commesso senza saperlo. Ma vale anche per eroi di cappa e spada, dai Tre Moschettieri a Zorro, perché su di loro si proietta l’ombra dei Paladini di Francia. O maestri del doppiogioco che nascondono un’identità segreta come Superman e Batman, perché sono nel cono d’ombra dell’astuto Ulisse, il cui nome è Nessuno.

Eppure, nonostante i successi garantiti da questo meccanismo ben collaudato, l’avidità e la smania ossessiva del consumismo sono sempre in agguato e rischiano di compromettere tutto. Schiavi delle logiche di mercato, i produttori di spettacoli seriali a corto di idee non esitano a rovinare ogni cosa in nome della loro sfrontata avidità, quella stessa che un imbecille calzato e vestito come Boris Johnson sbandiera ai quattro venti come ragione principale dei successi della sua nazione, dimenticando i morti che questo successo ha provocato per colpa della stessa avidità.

E’ ovvio che in una produzione seriale sia annidato un elemento di meccanicità: uno spettacolo che si basa sulla prevedibilità degli eventi rischia per sua stessa natura di essere noioso e di trasformare i personaggi in stereotipi. Preoccupati di una simile involuzione, che porterebbe a un calo dei profitti, che si vanno a inventare gli “avidi” di turno? Una riflessione filosofica sui limiti dell’avidità e la necessità della moderazione? Macché. Si inventano su due piedi altri eroi e altre storie meccaniche e prevedibili, decretando che queste vecchie novità siano altrettanto stupefacenti quanto quelle che c’erano prima. Basta sostituire il negro al bianco, l’omosessuale all’eterosessuale, il prete al detective, il maghetto al dottor Faust, lo sfigato all’eroe e il gioco è fatto. Sull’immediato è possibile che la furbata dia i suoi frutti: il consumatore compulsivo di spettacoli seriali si butta entusiastico nella nuova coazione accettando la sua patologia come se niente fosse: né più né meno di coloro che bevono troppo quando scoprono i paradisi artificiali. Ma il gioco dura poco.

La ragione è semplice. Il paese dei balocchi che viene promesso agli allocchi è fatto di cartapesta. Basta un po’ di tempo e la truffa viene fuori. Ecco allora che spettacoli spacciati come “epocali” e rivoluzionari, cadono nel dimenticatoio senza rimpianti; dalle saghe di Guerre Stellari alle frescacce di Harry Potter, dalle mostruosità del Trono di Spade alle telenovelas noiosissime della tv, che possono pure affliggerci per trent’anni, ma tanto nessuno se le ricorda dopo pochi mesi che sono finite come Uccelli di rovo o Beautiful. Tutti fanno la fine di Via col vento: una “cagata pazzesca” come direbbe Paolo Villaggio, che sopravvive ormai, non a caso, solo nella sigla di un altro spettacolo di simile natura, come Porta a porta, docu-fiction e telenovela seriale adatta solo ai consumatori compulsivi di simili spettacoli.

Già direte voi. Ma pure i cicli seriali del passato erano fatti di cartapesta. Perché quelli andavano bene e questi no? Perché nessuno sa più il nome dei protagonisti di Beautiful e tutti si ricordano ancora di Pulcinella e di Faust?

Ve l’ho detto. E lo ripeto. Pulcinella è un personaggio che si giova del principio della antonomasia. Non è una trovata escogitata dagli organizzatori del Festival di San Remo per fare audience. Ci sono voluti secoli per rivestirlo del suo nobile carattere di personaggio emblematico. Questo fa la differenza. La classe non è acqua. E neppure l’antonomasia è acqua. L’antonomasia è come l’ombra: mostra fedelmente il profilo dell’individuo, anche se l’individuo vero è un’altra cosa. Lo stereotipo invece come una caricatura che schematizza i lineamenti delle persone e li deforma, ma perde di vista la realtà.

Per questo tutti si commuovono ancora e si commuoveranno sempre se vedono o rivedono le avventure di Zorro. Invece i malcapitati che dovessero disgraziatamente rivedere il mai più giustamente riproposto in replica birignao dell’Amica geniale non si ricordano più neppure il nome di tanto genio.

MA COSA SONO LE «SCOR-DATE»? NOTA PER CHI CAPITASSE QUI SOLTANTO ADESSO.

Per «scor-data» qui in “bottega” si intende il rimando a una persona o a un evento che il pensiero dominante e l’ignoranza che l’accompagna deformano, rammentano “a rovescio” o cancellano; a volte i temi possono essere più leggeri ché ogni tanto sorridere non fa male, anzi. Ovviamente assai diversi gli stili e le scelte per raccontare; a volte post brevi e magari solo un titolo, una citazione, una foto, un disegno. Comunque un gran lavoro. E si può fare meglio, specie se il nostro “collettivo di lavoro” si allargherà. Vi sentite chiamate/i “in causa”? Proprio così, questo è un bando di arruolamento nel nostro disarmato esercituccio. Grazie in anticipo a chi collaborerà, commenterà, linkerà, correggerà i nostri errori sempre possibili, segnalerà qualcun/qualcosa … o anche solo ci leggerà.

La redazione – abbastanza ballerina – della bottega

 

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