«Il Mauritano» e «Il Corpo della Sposa»

una doppia recensione di Karim Metref

Due film, un filo conduttore: la Mauritania

La Mauritania è un Paese che fa raramente parlare di sé. Un vasto territorio per lo più desertico che lungo l’Atlantico fa da trait d’union fra Il Nord Africa e l’Africa Subsahariana.

In media si sente parlare della Mauritania ogni dieci anni, perché c’è un colpo di stato. Poi i militari fanno promesse, mettono un pugno di civili al governo e se ne tornano in caserma a non fare nulla in attesa del prossimo golpe.

Assente dalla prima pagina dei media, la Mauritania si trova anche raramente fra le righe dei libri e sugli schermi del cinema.

Tra i film più famosi che si svolgono in Mauritania c’è “Aspettando la felicità” (del 2002) un film diretto da Abderrahmane Sissako: è la storia di Abdallah, un ragazzo di diciassette anni che ritorna nel paese di origine (Nouadhibou in Mauritania) per  salutare i propri cari prima di partire per l’Europa.

E poi… Poi basta, non mi viene in mente un altro perché non ce n’è.

Stranamente nell’ultimo periodo mi è capitato di vedere ben due film di fila, ambientati (in parte o in toto) in questo Paese dimenticato da tutti.

  • Il primo è “The Mauritanian” diretto da Kevin Macdonald (USA, 2021) è un film statunitense solo in minima parte ambientato in Mauritania, con un cast internazionale di alto livello e che ha riscosso anche un discreto successo.
  • Il secondo, “Il Corpo della Sposa” diretto da Michela Occhipinti è un film italiano del 2019, anche se girato tutto a Nouakchott in Hassania, la lingua di radice araba più parlata in Mauritania, e con un cast tutto locale.

The Mauritanian di Kevin Macdonald (USA, 2021)

The Mauritanian è ispirato alla storia vera di Mohamedou Ould Slahi. Adattato dal libro delle sue memorie intitolato “Guantanamo Diary“, il film narra la storia dell’arresto abusivo e della detenzione dell’autore, Mohamedou Ould Slahi, dal 2002 al 2016 a Guantanamo, senza nessuna accusa formale.

Mohamedou si salverà grazie all’aiuto di una avvocatessa, socia di un famoso studio, sceglie il suo  caso da seguire come opera pro bono, come si suol fare nei grandi studi oltreatlantico.
Il ruolo di Mohamedou Ould Slahi è affidato all’attore franco-algerino Tahar Rahim, giunto alla fama internazionale come protagonista nel film “Il Profeta” di Jacques Audiard (Francia, 2009).

Nel ruolo dell’avvocato Nancy Hollander, c’è una Jodie Foster, che en passant si aggiudica Il Golden Globe 2021 come migliore attrice non protagonista.

Il film rientra in quella categoria di falsi mea culpa che il Cinema Yankee adora. Praticamente arrestano centinaia di persone senza nessuna forma di processo in giro per il mondo, bombardano, distruggono nazioni che non centravano niente, continuano invece a rimanere in ottimi rapporti con quelli che dovrebbero essere i nemici da abbattere “gli estremisti islamici”. Poi però, quando qualche avvocato riesce a liberare una delle decine di persone sequestrate, diventa tutta un’ode a questa grande nazione della libertà e del diritto che è l’America. Si finisce tutti a cantare il “Star-Spangled Banner”, con la mano sul cuore.

Il trailer:

“Il Corpo della Sposa” di Michela Occhipinti (Italia,2019)

Il secondo film è invece – nonostante il low budget e il cast più che modesto – molto più interessante ai miei occhi.

Il corpo della sposa racconta la storia di Verida (Verida Beitta Ahmed Deiche), una ragazza della capitale, che vive una vita tutto sommato serena, fra lavoro (in un centro di bellezza) e il tempo libero con le amiche.

La Mauritania ha una tradizione a forte impronta matriarcale. Le donne non sono sottomesse e svolgono liberamente ogni tipo di lavoro.

Nella tradizione locale è la famiglia della ragazza a cercare uno sposo per la loro figlia. Quella di Verida trova un buon partito: un ragazzo di una famiglia ricca. Verida deve sposarsi con lui.

Questo importa poco alla ragazza di per sé. Il matrimonio e il divorzio sono formalità abbastanza facili in Mauritania. E contrariamente a molte società essere pluridivorziata per una donna è un vanto.

Non è quindi la prospettiva del matrimonio combinato che spaventa la ragazza. E’ invece il fatto che per aderire ai canoni di bellezza locali la ragazza deve ingrassare. Dare una sposa magra è segno di povertà. Le donne più anziane spingono le future spose a sottomettersi a una pratica atroce: il “gavage”.

Nel film si usa la parola francese di “gavage” ovvero ciò che i contadini fanno per ingrassare maiali e oche per le feste. Costringono gli animali a mangiare fino ad ammalarsi. Nel caso delle oche, il gavage serve a far venire la cirrosi di fegato, per poi produrre il famoso Foie-gras (fegato grasso).

Derida cerca di sottomettersi alla pratica ancestrale ma è troppo dura: fino a dieci pasti abbondanti al giorno.

Questo trattamento finisce per esaurirla e farla uscire dalla sua placida tranquillità… Ammalarsi di gavage o per assunzione di quegli strani medicinali per ingrassare che compra di nascosto al mercato? Tali sono le scelte che le si presentano…

Oppure c’è la via della ribellione. Ribellarsi e perdere l’affetto dei suoi in una società in cui senza famiglia non si è nessuno.

Una profonda riflessione sul fatto che il corpo delle donne resta comunque un problema in molte società. C’è chi la vuole magra, chi la vuole grassa, chi la vuole nuda, chi la vuole coperta, chi la vuole con i piedi piccolissimi o con il collo lunghissimo… C’è sempre qualche legge ancestrale o moderna che costringe le donne a entrare in qualche “stampo”.

E spesso le guardiane di quella legge sono le donne stesse.

“La Mauritania nel mio film funziona come un “altrove”, in opposizione al mondo da cui provengo e vivo, e tuttavia, nella sua paradossale inversione di una serie di rapporti, si trasforma in uno specchio che mostra il modo distorto in cui il corpo delle donne viene sempre percepito.” dice Michela Occhipinti

Il film è disponibile su Rai play in visione gratuita. Non perdetelo! (clicca qui per vedere il film)

 

Qui sotto il trailer:

Karim Metref
Sono nato sul fianco nord della catena del Giurgiura, nel nord dell’Algeria.

30 anni di vita spesi a cercare di affermare una identità culturale (quella della maggioranza minorizzata dei berberi in Nord Africa) mi ha portato a non capire più chi sono. E mi va benissimo.

A 30 anni ho mollato le mie montagne per sbarcare a Rapallo in Liguria. Passare dalla montagna al mare fu un grande spaesamento. Attraversare il mediterraneo da sud verso nord invece no.

Lavoro (quando ci riesco), passeggio tanto, leggo tanto, cerco di scrivere. Mi impiccio di tutto. Sopra tutto di ciò che non mi riguarda e/o che non capisco bene.

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