Il pareggio di Bilancio e il messaggio…

… del presidente: tutto a tempo dovuto.

un racconto di Luigi Tuveri

Il meglio (FORSE) del blog-bottega /300…. andando a ritroso nel tempo (*)

L’ultimo giorno dell’anno 2113 non sarebbe stato l’ultimo.

Così aveva deciso Leopoldo Maria Onesto Castagnoni, presidente della Repubblica SettentrioItalica eletto, con l’81% delle preferenze, il 9 maggio del 2112.

«E il messaggio di fine anno?» gli era stato domandato dai più fidati collaboratori, oltre che da costituzionalisti e da leader della coalizione a lui alleata e da leader della coalizione a lui non avversa.

«Il messaggio lo faremo a tempo dovuto» aveva risposto Leopoldo Maria, «il ministro del Tempo mi ha rassicurato riguardo a una diversa calendarizzazione del futuro. A breve lanceremo su tutti i terminali un flash-mob congiunto».

Nessuno aveva osato contraddirlo.

Solo Antonio Nicola Integerrimo Brescialario, Consigliere Essenziale Aggiunto del Partito delle Vacche Grasse (coalizione non avversa), gli aveva suggerito di avvisare il presidente della Repubblica MeridioItalica riguardo lo spostamento del capodanno, in modo che i giorni degli anni 2113 e 2114 avrebbero potuto essere allineati peninsularmente: «Sperando siano d’accordo» aveva aggiunto Antonio Nicola, «altrimenti non credo che l’EuroGermania concederà il benestare».

È così che avevano cominciato a discutere Leopoldo e Antonio. La disputa non era durata molto. Qualche battuta rapida. Dieci minuti. Il tempo che le guardie, ricevuto il messaggio etere per le “troppe parole ascoltate” dal presidente, arrivassero a prelevare il consigliere per condurlo alle Terme della Gratitudine. Lì, Antonio Nicola, mentre le femmine padane provvedevano a passarlo e ripassarlo rispettando il protocollo previsto, aveva potuto meditare sull’inutilità delle critiche espresse, con sovrabbondante utilizzo di parole.

«Ci adegueremo al calendario cinese» discutendo aveva detto il presidente respingendo le riserve del consigliere: «altro che sud Italia o tedeschi. Me ne frego. Siamo cinesizzati in tutto e per tutto, adeguare anche il calendario non sarà poi così traumatico».

«Il calendario cinese» aveva precisato Antonio Nicola: «quello tradizionale, è lunisolare e i mesi iniziano in concomitanza con ogni novilunio, di conseguenza l’inizio del nuovo anno può variare di ventinove giorni!».

Il silenzio stizzito del presidente avrebbe dovuto mettere in guardia Antonio Nicola, fargli intuire che quel mutismo esigeva un contrapposto silenzio. Invece il consigliere era andato avanti a parlare: «A meno che lei non voglia istituire anche da noi la Festa delle Lanterne» aveva sorriso: «siamo la repubblica del nord Italia e sebbene la nostra economia sia tenuta in piedi da investimenti e manodopera cinese, non possiamo cedere ogni cosa agli stranieri. C’è un limite».

«Germania e sud Italia se ne faranno una ragione» aveva concluso il presidente: «abbiamo bisogno di un altro mese per arrivare al pareggio di bilancio e di certo io non farò alcun discorso di capodanno senza poter dare per acquisito il risultato».

Poi erano arrivate le guardie.

Tornato dalle Terme della Gratitudine, pochi giorni prima del Santo Natale, Antonio Nicola era stato pregato dal Sovraintendente della Finanza Macroregionale di recarsi dal Ministro Unico del Tempo, per definire con precisione i dettagli dello spostamento di un mese esatto dell’ultimo giorno dell’anno. Il ministro alloggiava a Castello Caprese, luogo che il consigliere raggiunse a bordo di un MultiEli Chrysler, decollando da Bergamo Orio.

La giornata era limpida. Come sereno era Antonio Nicola Integerrimo Brescialario. Dopo il trattamento subìto dalle femmine padane sarebbe rimasto tranquillo per almeno un mese. Il pilota chiese ai controllori di volo il permesso di sorvolare lo spazio aereo meridionale. Antonio Nicola mise in testa la cuffia dell’Acquisizione Rapida di Notizie e, in quei venti minuti di volo da Bergamo a Capri, acquisì in un baleno tutte le informazioni politiche, economiche e sociali perse durante la settimana di trattamento termale. Ne approfittò anche per spiare alcune notizie di gossip e, nonostante l’appagamento per le cure della gratitudine, ripassare qualche lezione d’arte di bel governo accrebbe il suo buon umore. Distraendosi dall’acquisizione forzosa, si affacciò dal blòblò del multieli: il Mar Tirreno splendeva di un blu cobalto e i faraglioni, sopra di cui era stato edificato a ponte il Castello Caprese, luccicavano come le squame di un animale in procinto di cambiare pelle e mimetizzarsi.

Il multieli discese lento, atterrando sul terrazzo alto del castello, in uno scenario carsico che toglieva il fiato. Il consigliere, accolto da un maggiordomo in bikini, scese con un balzo. Si riparò gli occhi dalle rifrazioni solari e raggiunse l’ascensore panoramico eretto tra la roccia e l’orizzonte. In basso, nella Sala delle Argomentazioni Importanti, il ministro fece servire la colazione, a base di pesce e melagrana.

A tavola, mentre alcune ancelle li massaggiavano, ministro e consigliere iniziarono a parlare di quella che sarebbe stata la nuova calendarizzazione.

«Semplicemente aboliamo gennaio. Facciamo finta che non esista» disse a un certo punto, dopo un po’ di ragionamenti tecnici, il ministro: «Avremo un trentadue e trentatré e trentaquattro dicembre».

«Eccetera, eccetera» approvò il consigliere ridendo e girellando il braccio destro per sfuggire al leggero solletico che le mani delle ancelle gli stavano procurando: «mi occuperò della questione con la mia coalizione e con i tedeschi».

«I cinesi saranno contenti di festeggiare il capodanno insieme a noi» ridacchiò il ministro: «faremo una grande festa congiunta. Su Marte».

«Sì».

«Il discorso del presidente del sessantadue dicembre duemilacentotredici resterà nella storia».

«Pareggio di bilancio e festa su Marte».

«Mi pare che alle terme sia andata bene».

«Benissimo» confermò il consigliere spezzando a metà la chela di un’aragosta e succhiando la polpa bianca e arancio: «ne avevo bisogno».

«Io è da un po’ che non vado. Troppi impegni» buttò in gola un sorso di vino bianco: «mi sa che farò inquietare anch’io il presidente di modo da essere portato a forza» rise. «Giusto?»

«Le voci corrono».

«Corrono sempre».

Il consigliere cambiò discorso: «Dal punto di vista sociale, come ha pensato di gestire l’impatto sulla popolazione» disse: «insomma, l’abitudine a festeggiare la natività e poi il capodanno e l’epifania. Togliamo alla gente un bel po’ di occasioni per far festa. Potrebbero esserci ripercussioni psicosociali, non trova?»

Il ministro sfiorò il display del polarizzatore che, dalla tasca, aveva posto sulla tavola. Un grande schermo trasparente iniziò a scendere dal soffitto, collocandosi di fronte a loro.

«Sentiamo se la ministra dei Divertimenti Sociali è preoccupata» disse sfiorando di nuovo il visore dell’aggeggio con l’indice: «andiamo a disturbarla».

Sullo schermo apparve una specie di fulmine giallo che tagliò a metà lo schermo.

«È occupata», disse il consigliere.

«Immagino» ammiccò il ministro del tempo: «aspettiamo un attimo».

«Romualdo» la voce della ministra uscì dallo schermo: «che hai? Sono sotto la doccia. Possiamo sentirci più tardi?».

«Sotto la doccia? Bene» sorrise il ministro del Tempo: «una ragione di più per cui avresti potuto onorarci di apparire anche in video».

«Non fare il cretino!» disse lei.

«Sono qua con il consigliere della coalizione non avversa…» specificò Romualdo Ranieri Retto Bernacca: «e pensavo che potresti spiegare anche a lui cos’hai previsto per questo ultimo giorno dell’anno che non sarà l’ultimo».

«Ah!» esclamò Olga Tina Fiera Minescale, ministra dei Divertimenti: «il dottor Brescialario. È lì con te?».

«Sì».

«Come è andata alle terme?» disse in mezzo a un’irrefrenabile risata: «Sereno?»

Il consigliere non rispose.

«Olga» s’intromise Romualdo: «lascia perdere adesso».

«Sì, sì».

«Ma com’è che non sento lo scroscio della doccia?» domandò il ministro.

«Mi sto insaponando».

«Non è che stai facendo qualcos’altro? Che ti stai rasserenando anche tu?».

«Sto passandomi la crema di sapone sulle gambe e poi sui piedi, ho tutte le dita insaponate».

«Vai avanti…»

«Sentiamoci tra venti minuti»; il fulmine scomparve e lo schermo tornò trasparente: «Ciao!».

Il ministro fece un sorriso complice al consigliere e sfiorò il polarizzatore. Lo schermo volò in alto, come un fantasma, e il soffitto lo assorbì in un istante.

«A ogni buon conto» – disse il ministro riprendendo a mangiare – «e poi la ministra lo spiegherà meglio, si è pensato di fare delle feste doppie. Il trentuno di dicembre si festeggerà il pre-ultimo e la vera festa si festeggerà il sessantadue di dicembre. Il primo di febbraio poi, festeggeremo insieme al capodanno cinese, il capodanno del duemilacentoquattordici. E ci sarà la celebrazione su Marte, insomma un tourbillon di mortaretti».

«Ma l’epifania?».

«L’epifania, il trentasette di dicembre» infilò con rabbia la forchetta nel trancio di pescespada: «ma lei non mi sembra ancora così convinto e sereno».

«Sono pignolo».

«Appunto» prese la salsa di cocco e la sparse sul dorso grigliato del pesce: «la pignoleria la usi per tenere a bada le teste calde della sua coalizione e non per rompere i coglioni alla nostra».

«Non volevo certo…».

«Certo, lei non voleva…» masticò lentamente la polpa di spada: «fatto sta che il nostro colloquio è solo informativo e non dubitativo. Lei mi capisce, vero?».

«Meglio sarò edotto da lei e meglio potrò controllare le teste calde della mia coalizione».

«Ne sono convinto, anche perché come a lei è ben noto, cercare un consigliere diverso …per noi, non sarebbe difficile».

«Non credo si debba arrivare a tanto».

«Non lo credo neppure io. Mi domando solo, visto che le terme della gratitudine non sembrano aver fatto il loro dovere fino in fondo, se ha mai sentito parlare del Kursaal Nadia?»

«Sì» mentre si serviva dell’insalata di alghe, alcune foglie scivolarono sulla tavola e per terra: «ne ho sentito parlare e credo d’aver compreso il senso delle sue parole».

«Ne sono lieto». Bevve del vino. «Lasci» intimò poi al consigliere vedendolo chinarsi a raccogliere l’insalata. Schioccò le dita e un’ancella si precipitò a pulire: «Non sia nervoso».

«Non lo sono».

«Le propongo, dopo pranzo, un convivio con alcune delle mie ancelle».

«Vorrei rientrare al nord, presto».

«Insisto».

«Ma…».

«Insisto».

«In questo caso, va bene. Sono onorato di accettare».

«Molto bene» disse il ministro: «così disturberemo la ministra più tardi. Dopo il suo convivio».

Leopoldo Maria Onesto Castagnoni, presidente della Repubblica SettentrioItalica, insieme al Simpatico Correttore di Bozze Statali, un ragazzotto di vent’anni diplomato al Gar (Ginnasio Antico Riservato) di Comolago, stava preparando il messaggio per il 62 dicembre 2113. Il discorso di fine anno e di augurio per il 2114. Era un bel discorso. Non troppo lungo, divertente per certi versi e soprattutto carico di effetti speciali volti al proseguo di una stabile legislatura. Sia i suoi alleati in coalizione, sia gli oppositori della coalizione a lui non avversa, avrebbero apprezzato. Applaudito. Festeggiato. Tutto il discorso si basava sul pareggio di bilancio che, siccome in realtà non era stato raggiunto neppure drogando di un mese il calendario, doveva essere in qualche modo iniquamente comprovato.

«Ora basta!» disse a un certo punto il presidente dando un calcio nel sedere al simpatico correttore e facendogli cascare il libro che teneva tra le mani: «Sono stufo. Che ore sono?».

«Le dieci e mezza» rispose un maggiordomo in bikini.

«Ecco, appunto. Ho fame!» disse: «voglio mangiare qualcosa».

«Torno nel pomeriggio?» domandò il correttore.

«Sì, ma non troppo presto, e ora vai, vai…».

«Cosa vuol mangiare, presidente?» chiese il maggiordomo: «frutta?»

«Che giorno è?».

«Il cinquantotto dicembre».

«Cretino! Non quello del calendario del cazzo che abbiamo inventato, che giorno è di gennaio?».

«Sarebbe il ventisette gennaio».

«Perfetto. Questo volevo sapere».

«Certo, presidente».

«Credi che il popolo abbia dimenticato che oggi è il giorno della memoria?» ridacchiò: «credi abbia perso la memoria?»

«Non saprei».

«Zitto!».

Poi osservò, oltre la balconata del duomo sconsacrato, i piccioni becchettare il lastricato: «Fammi portare banane e gamberetti in salsa di ortiche» disse: «e convoca per le undici il prefetto nazionale».

Nudo, legato al palissandro rotante, il ministro dell’Economia della Repubblica SettentrioItalica, ogni volta che usciva dal pelo delle Acque Concilianti di Kursaal Nadia, strillava a squarciagola. Le piscine dove il ministro veniva immerso erano di quattro archetipi: acqua fredda, acqua calda, acqua di serpi, acqua di ratti. La manovratrice del palissandro lo lasciava cinque secondi al freddo, due secondi fuori, cinque nell’acqua calda, poi fuori. Quando lo issava dall’acqua di serpi, il ministro aveva sempre qualche rettile attorcigliato alle gambe o alla gola o fra i capelli. La manovratrice allora pigiava il tasto-taser e il palissandro emetteva una leggera scossa che colpiva il ministro invogliando le serpi a staccarsi dal suo corpo. Lo stesso accadeva con i topi. Era quando riemergeva da questa vasca che le urla dell’uomo erano più strazianti. Era capitato, al termine di un’immersione, che un sorcio si fosse appeso con i denti ai suoi testicoli e che non ne volesse sapere di scollarsi neppure con la corrente elettrica. La manovratrice aveva dovuto infine cacciarlo con un bastone.

Il Prefetto Nazionale, Giorgio Diego Integro Genova, fece segno alla manovratrice di fermarsi. Si avvicinò al ministro, che sgocciolava come un tappeto fradicio, sporgendosi dalla sbarra che cingeva le piscine. L’uomo era appeso al palissandro a testa in giù. Si lamentava e tremava. I piedi erano fissati a un’asta, perpendicolare al palo principale, e le mani, legate dietro la schiena, cercavano inermi una presa che non c’era, finendo con l’inscenare un ridicolo balletto di dita sulle natiche.

«Dunque, Tommaso». Il prefetto avvicinò la bocca all’orecchio del prigioniero: «prima di tutto smettila di lagnarti come un’educanda, sai bene che tutto questo può finire in un attimo. Anche ora. Devi solo testimoniare che sì, il pareggio di bilancio è stato raggiunto. Non mi pare una cosa poi tanto complicata».

Il ministro, Tommaso Paolo Perbene Artificio, respirava a fatica. Il corpo, qua e là, era segnato da piccoli graffi causati dai morsi dei topi. Una serpe gli aveva lasciato una striscia viola sul petto, a causa della scossa ricevuta.

«Liberami, non sto bene» disse.

Il prefetto guardò la manovratrice per assicurarsi che il cardioscanner puntato verso il ministro restituisse dati di buona salute. La donna tirò su il pollice.

«Dunque?» insistette il prefetto: «farai quel che è, fra l’altro, alla base del tuo mandato e che ti qualificherebbe come buon ministro e saggio amministratore dei tesori nazionali? Basterà una misera dichiarazione. Poi, quando più avanti verrà fuori che hai mentito spudoratamente, potrai sempre dire di esserti sbagliato, farai un po’ di casino, incolperai altri. Potrai sempre dire che le tue parole sono state travisate, o che sono state scritte a tua insaputa da un collaboratore che avrai già provveduto a licenziare, insomma: la solita storia. Tanto nessuno ha memoria più di niente, lo sai».

«Me lo ricorderei io» disse. «Il pareggio di bilancio non è stato raggiunto» bisbigliò poi Tommaso Paolo: «a che servirebbe dichiarare il contrario?»

«Il presidente ha spostato di un mese la fine dell’anno per giungere al pareggio e tu che fai? Non solo hai fallito, ma neppure vuoi dire un’innocua bugia per il bene tuo, del presidente e della nazione».

«Non della nazione».

Il prefetto schioccò le dita e la manovratrice fece scendere il palissandro dentro la piscina d’acqua gelida. Fece segno di prolungare il tempo e di monitorare il cuore del prigioniero. Venti secondi. Poi lo issarono e venne su viola, vacillante. Urlava. Tossendo acqua e scuotendo la testa a destra e sinistra, cercava aria.

«La prossima volta ti lascio venti secondi nella piscina dei sorci» disse il prefetto: «e quando ti tiro su, te li lascio attaccati alle palle». Poi urlò forte: «Mi hai sentito?»

Tommaso Paolo annuì.

«Quindi?».

La manovratrice fece segno al prefetto che il suo polarizzatore si era illuminato. Lui allora, dopo aver spinto via con disprezzo il corpo del ministro, facendolo oscillare, tornò dietro alla consolle di manovra e lesse sul visore che il presidente lo aveva convocato in sede.

Leopoldo Maria Onesto Castagnoni, Presidente della Repubblica SettentrioItalica, il 62 dicembre 2113, collegato a tutti i terminali dati della nazione, iniziò il suo breve discorso di fine e inizio anno: «Non sarebbe capodanno senza una festa» – iniziò a dire – «e non sarebbe fine anno senza la cerimonia di auguri e premiazione dei cittadini più benemeriti. A ospitare questo significativo appuntamento, chiamo il ministro dell’Economia il quale, mentre confermerà a tutti noi il pareggio di bilancio e quindi un futuro roseo e produttivo, consegnerà la medaglietta del Vero Cittadino Settentrionale, ai vincitori».

Entrò così, nella Sala delle Cerimonie, Tommaso Paolo Perbene Artificio. In un angolo c’erano alcuni cittadini. Prese dal tavolo le medagliette e le spillò alle giacche dei benemeriti. Strinse loro la mano.

«È grazie a persone come voi se il bilancio dello Stato è in ordine» disse: «anche per quest’anno, il pareggio è stato sancito».

Il presidente applaudiva e rideva. Alla fine delle premiazioni si alzò per abbracciare il ministro. Lo ringraziò e a sua volta gli spillò una medaglietta al petto.

Poi tornò dietro lo scranno e riprese la parola: «In un momento così difficile per l’intera economia mondiale, è una fortuna avere uomini come Tommaso Paolo al proprio fianco e al servizio della nazione. Dico grazie, grazie, grazie Tommaso. Non dimenticherò mai quello che hai fatto. E grazie a tutti voi, settentrioitalici, per la pazienza con cui avete atteso. Quest’attesa sarà ripagata da una joint venture con la Cina e il suo popolo. La collaborazione sarà aumentata a beneficio di tutti e in più, domani, primo febbraio duemilacentoquattordici, una grande festa su Marte renderà chiaro all’Eurogermania e alla Meridioitalia, la forza della nostra nazione. Sì, noi possiamo fermare il tempo, noi possiamo dimenticare stupide e melense memorie e costruire un presente vero e luminoso, stabile e prospero. Noi possiamo cambiare la storia che qualcuno vuole scrivere per noi, senza che noi si sia d’accordo. La concomitanza delle feste di fine e inizio anno, con l’attesissima coda marziana, formulerà una sorta di bilancio sull’anno lavorativo trascorso e di proiezione per i dodici mesi, pardon, undici mesi che verranno». Rise fragorosamente: «l’anno appena chiuso si è confermato difficile dal punto di vista congiunturale e i riflessi non sono mancati sull’attività della nostra nazione, in special modo nel settore dei gas tecnici, a causa della crisi che ha investito il mondo delle piccole e medie imprese. Ciononostante, devo ringraziare tutti perché i livelli di produzione hanno tenuto. Di fronte a un quadro generale incerto, restiamo leader nella produzione di gas nocivi e le aziende di armi chimiche dovranno passare da noi, se vogliono loro stesse restare leader della produzione. Non è un caso, insomma, se riceviamo inviti a conferenze internazionali per parlare di tecnologie da noi sviluppate nel campo pestifero-ambientale. Per questo abbiamo deciso di dar vita a un laboratorio di sperimentazione sulle polveri sottili, a Esio Oltre, che partirà a marzo. Non voglio tediarvi oltremodo, solo ringraziarvi e augurare a tutti voi, ai vostri cari, alla nazione tutta, un felice anno nuovo. E che le feste abbiano inizio. Forza settentrioitalici! Il presidente vi ama ed è con voi, sempre, a ogni vostro passo».

Spensero il video.

«Com’è andata secondo te?» domandò il ministro del Tempo alla ministra dei Divertimenti Sociali: «avranno capito che quello non era il vero Tommaso Paolo?»

Olga Tina Fiera Minescale si accucciò meglio nel letto e allungò un piede verso il viso di Romualdo Ranieri Retto Bernacca: «Non che mi importi, ho altro a cui pensare». Ondulò il piede: «dai! Che aspetti?»

«Share del due per cento» sorrise Romualdo leggendo in tempo reale l’informazione sul polarizzatore: «si può dire che il messaggio non l’abbia ascoltato nessuno».

«Ti stupisci?».

«Eppure, prima o poi, lo dovremmo considerare questo distacco della politica dal mondo reale».

«Quanto tempo è che non scendi nel mondo reale?».

«Non so. Un anno?».

«Non scherzare». Stanca posò il piede sul petto di Romualdo: «dì pure cinque anni».

«E tu?».

«Io anche dieci, ma non ho paura né di dirlo né di saperlo».

«Non temi che prima poi scoppi una rivoluzione?».

«Sono il ministro dei Divertimenti non a caso» fece lei: «e ora baciami il piede, per bene. Come fosse un gelato alla fragola».

«Mi è dispiaciuto per Tommaso».

«Insomma, sei venuto qua per cosa?» fece lei indispettita: «hai rotto con tutte queste solfe. Non ho molto tempo».

«Sono il ministro del Tempo» sorrise lui: «posso regalarti tutto il tempo che desideri».

«Sì, certo». Gli passò il piede sul viso: «raccontalo a quelli del mondo reale».

«Che fine avrà fatto?».

«Tommaso?».

«Già».

Lei annuì.

«Lo sai?» chiese lui.

«Certo che lo so».

«Chi te lo ha detto?».

«Segreto» fece Olga.

«Quindi?» fece Romualdo: «dimmi un po’».

«Lo hanno sbattuto nel mondo reale. Lavora in un call-center come precario e con affitto, tasse, rate varie da saldare ogni mese. Deve pagarsi anche l’autobus e il cinema. Assurdo vero? Gli hanno trovato anche una famiglia. Lo hanno messo insieme a una vedova con tre figli. Son cazzi amari a vivere quella vita lì».

«Pensi che la nostra sia migliore?».

La ministra distese le gambe. «Intanto comincia» – gli morse un orecchio – «che alla fine ti rispondo» fece guidandolo a sé: «preferisco non vivere là fuori».

«Non so, a volte è come se manchi qualcosa».

«Insomma, basta!». Gli accarezzò i lombi. «Non m’interessa fare paragoni e mi accontento» concluse Olga.

Romualdo ebbe l’istinto di alzarsi, rivestirsi e andare via. Fu l’illusione di un attimo. Poi s’insinuò sopra il corpo della collega e tutto in lui svanì lontano, con lei e come l’eco della festa su Marte.

Le due immagimi sono del “nostro” Giuliano Spagnul.

 

(*) IL NOSTRO “MEGLIO”

Anche quest’agosto la “bottega” recupera – nel pieno dell’estate – alcuni vecchi articoli che a rileggerli, anni dopo, ci sembrano interessanti. Il motivo? Un po’ perché 22 mila articoli (appena superati) sono taaaaaaaaaaanti e si rischia di perdere la memoria dei più vecchi. E un po’ perché d’estate qualche collaborazione si liquefà: viva&viva il diritto alle vacanze che dovrebbe essere per tutte/i. Vecchi post dunque; recuperati con l’unico criterio di partire dalla coda (ma un po’ alla volta siamo arrivati al 2014) valutando quali possono essere più attuali o spiazzanti. Il “meglio” è sempre soggettivo ma l’idea è soprattutto ritrovare semi, ponti, ornitorinchi (cioè stranezze eppur vere), pensieri perduti; ove possibile accompagnati dalla bella scrittura, dall’inchiesta ben fatta, dalla riflessione intelligente. Con le firme più varie, con stili assai differenti e con quel misto di serietà e ironia, di rabbia e speranza che – lo speriamo – caratterizza il nostro blog-bottega. Al solito con l’inizio di settembre terminiamo questo (forse) “meglio”. Per rivederci presumibilmente la prossima estate. O magari a dicembre per farvi in/soliti regali riciclati. [db]

 

Redazione
La redazione della bottega è composta da Daniele Barbieri e da chi in via del tutto libera, gratuita e volontaria contribuisce con contenuti, informazioni e opinioni.

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