IL PESO DELLA VERGOGNA – di Mark Adin

Dicono sia intollerabile, ma forse non per tutti. C’è chi è campione nel reggerne il peso. Io sono uno di questi, io ce la faccio.

E’ certo, al di là di ogni ragionevole dubbio: il colpo è stato vibrato alla gola, con bestiale ferocia.  E’ caduto, accasciandosi come una marionetta, impedito nella voce, con un gorgoglìo sordo. L’hanno visto andare giù. Non sono stato io a colpire, né sono il mandante. Però glielo avevo detto di stare attento, non era stupido. Che si credeva di fare? Con quelli mica si scherza, quelli sono cattivi.

Da sempre mi chiedo chi li fornisce, tutti quei lenzuoli bianchi che buttano sui cadaveri degli ammazzati in strada.  Dove sarà stato acquistato quello che un vecchio poliziotto, stanco di averne viste, ha alzato nell’aria, come fa il prestigiatore sul tavolino dei trucchi, e lo ha lasciato ricadere come un abbraccio rallentato, bianco come il lampo dei flash nella notte? Scendendo, sul corpo privo di vita, ne ricalca le forme; mentre l’aria impaurita scappa, da sotto a quel sudario destinato ad altri impieghi (forse l’amore, forse la malattia, di certo il sonno).

La candida pezza si colora di rosso, si imbeve di vita.  Diviene, il lino pietoso, un campo sul quale è stato scritto un incompreso ideogramma. Nemmeno io riuscirei a interpretare il segno, che non conosco il giapponese, o il cinese, o una strana e sconosciuta lingua; cosa ci sarà scritto, col sangue, su quel lenzuolo? Io non saprei leggerlo, e dunque sono innocente di quel fatto criminale.

Però lo conoscevo, lo conoscevo bene il morto ammazzato, mille volte glielo avrò detto: “Lascia perdere, non è cosa, quelli non scherzano, non puoi fare tu il gioco: le cose non cambiano, non cambiano mai.” Questo “MAI” che mi usciva di bocca si ingrandiva, a contatto con la notte, ingigantiva, come una grande scritta luminosa, come l’insegna della paura, ma non era ancora vergogna.

Invece, ora che ne parlo, riaffiora. Ora che ricordo, l’avverto. La vergogna si arrampica sulle mie spalle. E’ grave, non riesco a scrollarla di dosso, mi angoscia.

Perché poi mi devo sentire così male? Perché la vergogna è tanto pesante? Vergogna di che? Non ho armato la mano, non ho estratto il coltello, non ho ucciso. E’ lui che era pazzo, sconsiderato, idealista, un rompicoglioni, troppo poco con i piedi per terra, insistente, stupido: che si credeva di fare? La vita è questa, da che mondo è mondo, credeva forse di poterlo cambiare, il mondo? Quello è sempre stato immutabile.

Bisogna ascoltarli, i vecchi. Loro lo sanno bene,

Eppure ogni tanto salta su un pirla, uno che si crede migliore degli altri, e pensa di poter cambiare le cose, ed ora è lì sotto quel lenzuolo. Glielo avevo detto, lo avevo avvertito, ma lui no, lui si credeva nel giusto.

Allora perché mai dovrei provare vergogna? E’ vergogna o addirittura rimorso? E questa sensazione che provo? Senso di disgusto, sfuggire gli specchi, fatica a dormire?

Ho appena finito di leggere queste righe e ancora non mi rendo conto. Poiché sono innocente del sangue di mio fratello. Né mai ne sono stato il custode. Ragiono. Cerco di non essere emotivo. A poco a poco provo sollievo e mi sento più leggero.

Sono queste mie mani piene di sangue che non so ancora spiegarmi.

Mark Adin

Redazione
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