Il vecchio mondo sta morendo. E quello nuovo…

…tarda a comparire. In questo chiaroscuro nascono i mostri, diceva Antonio Gramsci.

un articolo di Francesco Gesualdi (da Comune-info) e un altro di Santo Barezini (tratto da A-Rivista Anarchica)

Conversazioni col nemico – Santo Barezini

 

“Nulla può distruggere l’umanità se non l’umanità stessa. Siamo il nostro peggior nemico.”

(Pierre Teilhard De Chardin, 1881 – 1995)

Ho incontrato un nemico. Prima o poi doveva accadere: la città brulica di nemici. Sono vestiti di tutto punto, sorridenti, rassicuranti e lavorano senza sosta alle sorti del mondo. Al mattino si riversano nei grattacieli di Manhattan. Si riuniscono attorno a grandi tavoli di legno pregiato ingombri di carte, tablet e bicchieri di caffé grigio; ricevono gli incarichi, da portare a termine senza esitazione, istruiscono a dovere le segretarie, poi si siedono alle loro scrivanie executive negli uffici spaziosi e pieni di luce.
Il nemico è anonimo, non indossa divisa, né porta segni di riconoscimento, si confonde fra la folla, prende la metro e cammina per la strada, come tutti, ma nella domenica di Pasqua, a casa di amici, me lo sono ritrovato seduto proprio accanto e l’ho riconosciuto. Era un tipo simpatico, un avvocato, un ragazzo dai modi semplici e familiari, uno di quei giovani con la faccia onesta che sgobbano, si fanno strada nella vita senza santi alle spalle e sono orgogliosi del proprio lavoro. Ne parlava infatti con entusiasmo da neofita.
Lavori per il nemico, gli ho detto dopo poche battute, spiegando cosa intendessi. Non ha negato, non si è nascosto, anzi, ha confermato. Una confessione in piena regola, un pugno allo stomaco, sferrato con grazia.
Non è facile combattere questo tipo di nemico, soldato di un esercito dai molti nomi che non difende confini ma capitali, perché ha la faccia buona del giovane in gamba e, dopo la laurea, è emigrato da una città del sud in cerca di futuro. Si è fatto le ossa in un prestigioso studio legale, poi è approdato a New York, nella città che conta.
Qui lavora per Ernst&Young, la multinazionale che offre consulenza fiscale, finanziaria e legale altamente specializzata al mondo della finanza, degli affari e del commercio, ai grandi speculatori, alle multinazionali. Una società forte di 270.000 impiegati, soldatini che agiscono nell’ombra, senza enfasi né rumore, che fanno un lavoro pulito, il più delle volte anche lecito.

Questo nemico non è come quello di Piero, quello uguale a te, con lo zaino in spalla e la divisa di un altro colore; quello con lo stesso umore, che si è costretti a combattere senza trovare una ragione per odiarlo davvero. Questo è il nemico vero, quello che mi sono scelto già molti anni fa, schierandomi con le vittime dello spietato capitalismo neoliberista che promette benessere per tutti e porta miseria ai più. È il nemico di un certo futuro che avevo sognato. Il nemico educato, quello che la gente apprezza, perché sgobba onestamente e forse manda anche i soldi a casa; quello che, un giorno, troverà la donna giusta e tornerà magari al paese a sposarsi e poi la sistemerà nel suo bell’appartamento di New York, serva ad aspettare che il marito torni a casa la sera, stanco ma soddisfatto, innamorato della sua formidabile società.
In un vecchio film spagnolo il protagonista1 si ritrova, suo malgrado, a fare il mestiere del boia e ad azionare la garrota, il rozzo ed economico strumento di morte del regime franchista. Non vorrebbe farlo, è disperato, ma le circostanze della vita e la povertà lo costringono. È un lavoro come un altro, gli dicono i familiari, qualcuno lo deve pur fare. Un lavoro nemmeno ben pagato, accettato alla fine solo per poter mantenere la famiglia, nel disprezzo generale.
Non così vanno le cose per l’avvocato di Ernst&Young. Lui fa un lavoro prestigioso e a nessuno verrebbe in mente di paragonarlo al boia, anzi, i parenti si felicitano, gli amici, forse invidiosi, si complimentano: se è arrivato fin lì deve essere davvero in gamba.
Nel 2010 però lo Stato di New York ha trascinato la ditta in tribunale e a quella causa ha fatto presto seguito una class action promossa da investitori truffati. L’accusa era di aver facilitato una frode massiccia da parte della grande banca Lehman, approvandone i bilanci come revisori dei conti. Nel settembre 2008 la Lehman dichiarò la bancarotta, scatenando la crisi finanziaria globale, famosa per la caduta dei titoli subprime e l’esplosione della bolla immobiliare. In pochi mesi nove milioni di americani persero il lavoro e centinaia di migliaia la casa: una guerra non dichiarata che, negli USA, ha colpito in modo più acuto le minoranze, aumentando in particolare il divario fra bianchi e neri, tanto che, secondo stime dell’ACLU,2 agli afroamericani sarà necessario il corso di un’intera generazione per riconquistare il terreno perduto in termini di benessere e diritti. Nel 2014, dopo anni di controversie legali, Ernst&Young ha firmato accordi extragiudiziali per chiudere le cause, impegnandosi a versare 109 milioni di dollari in risarcimenti, continuando però a negare ogni responsabilità nella crisi che trascinò così tanti nella miseria e nella disperazione, provocando anche un aumento vertiginoso di suicidi e divorzi.

Nella mia testa fare l’avvocato per conto di quella ditta non è molto diverso dall’arruolarsi in un esercito di mercenari pronti a sferrare attacchi contro popolazioni inermi, quando il contratto lo preveda.

Il ragazzo, invece, parlava con malcelato orgoglio del suo lavoro, descrivendo la complessità del delicato compito che avevano assegnato al suo team in quei giorni: curare i dettagli tecnico-giuridici della fusione in gruppo di alcune grandi società. “Non si può trascurare nemmeno il più piccolo dettaglio”, diceva, “non c’è margine di errore e si deve fare in fretta, perché ogni giorno che passa rappresenta una perdita”. Nel mondo degli affari il tempo è solo denaro e le perdite sono un delitto. Qualcuno ha chiesto all’avvocato come facesse a confrontarsi con le normative di tanti paesi diversi. Lui ha risposto che non ne aveva bisogno, perché alle società multinazionali si applica il diritto internazionale commerciale, uguale in tutto il mondo.
Mi sono subito tornate in mente molte letture, lunghe serate inquiete passate a studiare l’iniquità del sistema, le campagne lanciate per contrastare l’Organizzazione Mondiale del Commercio, le lotte contro gli accordi di libero scambio che sanciscono la libertà delle merci e impediscono quella degli individui. “Le attuali regole del commercio internazionale”, scriveva già nel 2001 Susan George, “sono concepite dalle società transnazionali e sono ampiamente a loro favore”.3 Regole imposte ai popoli di tutto il mondo da un ristretto gruppo di nazioni potenti, che proteggono gli interessi di un centinaio di società che, da sole, detengono i due terzi degli scambi commerciali mondiali. Regole che si vorrebbero imporre a tutti i campi dell’attività umana e che puntano ad abolire ogni genere di barriera e protezione, fino ad arrivare a costringere ogni paese ad esportare a forza i suoi alimenti, persino la sua acqua, anche nell’ipotesi in cui nel paese medesimo fossero in corso gravi carestie o crisi di siccità.
In sintesi l’avvocato lavora per le grandi società transnazionali, che rubano le risorse ai paesi del sud, grazie a quel diritto internazionale che applica con diligenza. “È un lavoro che dovrebbe scomparire”, ho detto al ragazzo, e lui non si è scomposto, non ha nemmeno negato, anzi, ha confermato la correttezza delle mie argomentazioni: “La mia ditta è stata fra i maggiori responsabili della crisi mondiale del 2008”, mi ha detto, aggiungendo: “Tra l’altro sono un esperto di subprime”.
Nemmeno immaginavo si potesse essere specializzati in una simile mostruosità, credevo anzi che quei prodotti fossero stati aboliti perché tossici, come l’arsenico nell’acqua. È come se mi avesse detto di essersi specializzato nella progettazione di sistemi di puntamento d’arma: la differenza sta forse solo nel modo di provocare dolore e morte.
Quando si pensa alle relazioni fra nord e sud del mondo è facile che vengano in mente colpi di stato, guerre, carestie, assassinii politici e sindacali. Ma nel mondo del capitalismo neoliberista i rapporti di forza non sono garantiti solo dalle armi. Ci sono altri, potenti attori all’opera che agiscono alla luce del sole, protetti dal diritto internazionale societario e da organizzazioni controllate dall’occidente, come la Banca Mondiale e il Fondo Monetario Internazionale. Secondo il Global Financial Integrity4 il furto di ricchezza nazionale ai danni dei paesi poveri deriva per il 65% da forme di evasione fiscale e da manovre speculative realizzate dalle società multinazionali. Ad esempio, con l’Hot Money vengono effettuati veloci movimenti di capitale da un paese all’altro, per speculare su tassi di interesse e differenze nel tasso di cambio. Questa forma di speculazione è resa possibile dalla deregulation promossa nei decenni scorsi, specialmente attraverso gli accordi di libero scambio.

Nelle mani il destino di molti

I rapidi movimenti di grandi quantità di denaro a fini speculativi creano instabilità nelle economie fragili e consentono di esportare illegalmente valuta dai paesi poveri. Un altro esempio è il trade misinvoicing, che consente di depositare enormi somme in conti correnti segreti attraverso fatturazioni false, grazie a servizi mirati messi a disposizione nei cosiddetti paradisi fiscali. Vittima principale di questo complesso gioco valutario e fiscale è l’Africa, a cui ogni anno le multinazionali sottraggono una ricchezza pari ad oltre il 6% del PIL continentale: più di quanto viene investito dai governi del nord nei cosiddetti aiuti allo sviluppo. Dalle vene aperte dell’Africa la ricchezza continua a defluire verso i paesi ricchi.
Quando preparano gli accordi, scrivono le regole e stilano i documenti costitutivi delle società transnazionali e delle loro affiliate; quando portano avanti la loro brillante attività di consulenza, i professionisti dalle mani pulite, come quello da me incontrato, determinano il destino di molti, stilano condanne a morte, confermano e rafforzano il sistema che costringe grandi masse nella povertà, a vantaggio di un’esigua minoranza di ricchi. Ma il ragazzo non si sente certo un delinquente, è anzi uomo di legge, applica codici e regolamenti scritti da altri. Egli è solo una piccola rotella in un grande ingranaggio, un anello di passaggio in una catena di eventi. In fondo ha conquistato con merito la sua posizione e fa bene il suo lavoro; il futuro promette scatti di carriera e ascese ai piani superiori del grattacielo di Times Square. Le vittime dei suoi giochetti legali sono invece invisibili, astratte, anonime. Il dolore si accumula in luoghi troppo lontani da Manhattan per colpire la sua fantasia. Non ci sono volti a turbare le sue notti, solo carte da preparare e una marea indistinta di persone segnate dal destino e forse non è abbastanza per scatenare sensi di colpa e ripensamenti.
Eppure basterebbe guardarsi attorno per capire che tutto ciò non riguarda solo luoghi lontani e indefinibili, basterebbe leggere il bollettino della povertà cittadina: secondo Feeding America, una nonprofit che fornisce alimenti gratuiti a milioni di famiglie americane in difficoltà, nello stato di New York5, che conta 20 milioni di abitanti, circa 750.000 minori non hanno cibo a sufficienza e nella sola Manhattan ben 40.000 bambini soffrono la fame, quella autentica, tangibile, di chi non ha abbastanza da mangiare. In quest’isola di bambini affamati, vittime dello stesso neoliberismo, sorge il distretto finanziario, dove risiedono, asserragliati in appartamenti di megalusso, gli esseri umani più ricchi del pianeta. In questo fazzoletto di terra viviamo. Per arrivare in ufficio, il ragazzo deve per forza camminare fra le vittime del suo lavoro, incrociarne qualcuna.
“Come fai a fare questo lavoro”, gli ho chiesto. “È un lavoro come un altro”, mi ha risposto, ora più guardingo, “qualcuno lo deve fare”. Proprio come il boia che aziona la garrota.

Quel pomeriggio mi sono avviato verso casa confuso, amareggiato. Il nemico non si era nascosto, mi aveva dato ragione, aveva condiviso tutte le mie osservazioni e, alla fine, mi aveva salutato con un sorriso cordiale. Conosce le zone oscure della sua carriera, l’iniquità di cui è complice, eppure questo non basta a metterlo in crisi. Se fosse stato l’ingegnere che progetta mine a forma di giocattolo, l’operaio che le assembla, il venditore che le piazza o l’aviatore che le lancia sarebbe stato più facile metterlo sotto accusa, la sua colpa sarebbe stata più evidente. Ma lui, cercava di convincermi un’amica sulla via del ritorno, è in fondo solo un bravo ragazzo, che fa il lavoro che gli è capitato. Ognuno si guadagna da vivere come può, mi diceva, oggi non è facile scegliere, come abbiamo fatto noi, tanti anni fa, quando abbiamo anche rinunciato a qualcosa, pur di non essere complici.
Ma non è vero, anche lui ha avuto davanti a sé altre strade e ha fatto le sue scelte: ha preferito il prestigio ben retribuito, ha scelto una carriera da lupi, si è arruolato, è un soldato dell’esercito nemico, con le mani pulite e i piedi caldi, lancia bombe dalla sua trincea di lusso.
La luce si è dissolta quella sera in una triste pioggerellina di marzo che non diceva al cuore nulla di buono. Al mattino successivo la vita è ricominciata come sempre, perché New York non conosce pasquetta, non si ferma, non va in gita e dopo il brunch della risurrezione si torna al lavoro. Ma il pensiero del ragazzo non mi abbandonava e l’ho immaginato mentre indossava nuovamente giacca e cravatta, lasciava a casa il viso buono e rimetteva su il piglio dell’avvocato che lavora per la multinazionale prestigiosa. L’ho visto riprendere la strada dell’ufficio, l’ho seguito mentre tornava serio ai suoi compiti, alle clausole minute, ai dettagli da non trascurare, ai profitti da massimizzare. La Pasqua ormai era alle spalle e per i bambini affamati di Manhattan in fondo c’è pur sempre la carità, qualcuno che assicura loro un pasto caldo.
Dalla mia trincea ho gettato lo sguardo ansioso sull’asfalto lucido. Mai dimenticare che questo è il cuore l’impero e la città brulica di nemici.

  1. Interpretato magistralmente da Nino Manfredi. Il film “El Verdugo” (Il boia), diretto nel 1963 da Luis Garcia Berlanga, è oggi considerato un classico del cinema spagnolo.
  2. American Civil Liberties Union, una delle organizzazioni più attive nella protezione dei diritti civili sanciti dalla costituzione.
  3. Susan George: “Remmetre l’OMC a sa place”, ed. Mille et Nuits, 2001 (edito in Italia da Feltrinelli nel 2002 con titolo “Fermiamo il WTO”).
  4. Nonprofit impegnata nella lotta ai flussi finanziari illeciti che danneggiano i paesi poveri.
  5. La città di New York si trova nel territorio dello stato omonimo la cui capitale è Albany, ove risiede il Governatore.

da qui

 

Il marcio del marketing etico – Francesco Gesualdi

A leggere i giornali eravamo di fronte a una rivoluzione. A leggere i documenti di prima mano si capiva che eravamo di fronte all’ennesima dichiarazione tutto fumo e niente arrosto. Il riferimento è alla notizia apparsa il 20 agosto scorso veicolata addirittura da Jamie Dimon, comandante in capo di JP Morgan, una delle più grandi banche d’affari del mondo. In tono trionfalistico annunciava che lui e altri 180 capitani d’impresa avevano firmato una nuova carta etica  in cui affermavano che il “proposito di un’azienda” non è più soltanto o soprattutto il profitto, ma la tutela dei consumatori, dei lavoratori, dei fornitori, delle comunità locali. E a benedire il tutto la Business Roundtable, una delle più potenti organizzazioni imprenditoriali statunitensi.

Ma andandosi a leggere il documento in originale, di una tale conversione non si trova traccia. Il profitto non è neanche rammentato, dando per scontato che quello è lo scopo delle imprese e quello rimarrà. Al contrario è ben confermata la dichiarazione di fede nel mercato e nelle sue capacità taumaturgiche di fare sempre e comunque il bene della comunità, ignorando le ingiustizie e i disastri ambientali in cui ci ha fatto sprofondare. Più semplicemente, i 181 capitani d’impresa ripetevano l’impegno a condurre i loro affari tenendo conto anche degli interessi dei consumatori, dei lavoratori, dei fornitori, delle comunità. Tanto rumore per nulla, verrebbe fatto di dire: i siti aziendali sono pieni di carte dei valori, codici etici, decaloghi di condotta, in una parola sono pieni di parole altisonanti per dimostrare la propria sensibilità verso le persone e l’ambiente. Ma col vento che tira è meglio stare sul chi va là e adottare il principio che più alti gli impegni dichiarati, più alta la probabilità di trovarci di fronte ad imprese piene di scheletri negli armadi con una verginità da rifarsi.

Se analizziamo le 181 imprese firmatarie, scopriamo che dal 2000 al 2018 tutte insieme hanno collezionato  multe per 197 miliardi di dollari, dovute ai reati più vari:  violazioni alla sicurezza dei lavoratori, abusi nei confronti dei consumatori, violazione delle norme ambientali, mancato rispetto delle norme sulla concorrenza, trasgressione fiscale. Il conteggio l’ha fatto l’organizzazione americana “Good jobs first” che ha allestito una vera e propria banca dati sulle sanzioni inflitte alle imprese statunitensi. Dallo studio si apprende che ventuno delle imprese firmatarie hanno collezionato sanzioni superiori a un miliardo di dollari. Tre superano addirittura i 25 miliardi di dollari. In cima alla lista c’è Bank of America con multe per 58 miliardi relative a 128 casi dovuti in larga parte a truffe legate alla concessione di mutui e all’emissione di titoli tossici. Tanto per intenderci quell’insieme di fregature che hanno provocato la crisi finanziaria mondiale che a catena ha generato la crisi economica e fatto crescere a dismisura il debito dei governi con conseguente disoccupazione e peggioramento delle condizioni di vita di interi paesi.

Anche al secondo,  per sanzioni collezionate, troviamo un’altra banca. E’ la JP Morgan Chase che più modestamente ha raggiunto i 30 miliardi di dollari per gli stessi tipi di reati della Bank of America. Ma è proprio Jamie Dimon, l’amministratore delegato di JP Morgan, a fare dichiarazione di professione etica. Gli conviene: nel 2017 ha guadagnato 29,5 milioni di dollari mentre il suo patrimonio ammonterebbe, stima Forbes relativa al 2018, a 1 miliardo e mezzo di dollari.

Il terzo firmatario per multe collezionate (27 miliardi di dollari) è la petrolifera BP. Le sue criticità sono principalmente ambientali come ci ricorda l’incidente della piattaforma petrolifera  Deepwater Horizon che nel 2010 provocò  la sversamento di milioni di barili di petrolio nel Golfo del Messico.

La lista dei firmatari che si portano in dote multe miliardarie per violazioni, continua con altre grandi banche (Citigroup, Goldman Sachs),  multiutilities  (American Electric Power, Duke Energy), imprese petrolifere (Marathon Petroleum, Exxon Mobil) e naturalmente farmaceutiche. Non solo Pfizer e Abbott Laboratories, ma anche Johnoson & Johnson che a firma ancora fresca sotto la nuova carta etica, è stata raggiunta da una sentenza del tribunale del distretto di Cleveland County, che la condanna  a pagare una multa pari a 572 milioni di dollari per avere promosso l’uso di farmaci oppiacei, provocando la  morte per overdose di 47mila persone nel solo 2017. In definitiva il più grande disastro sanitario negli USA. Come ha messo in evidenza il procuratore generale Mike Hunter, il punto centrale è la disonestà alla base del particolare sistema di marketing. Con un’attitudine aggressiva senza eguali, Johnson & Johnson ha puntato al convincimento dei pazienti senza mettere in chiaro le possibili ripercussioni dell’assunzione, quali la dipendenza. Ma la Johnson & Johnson può fregiarsi di eticità perché il suo amministratore delegato Alex Gorsky si è impegnato a “distribuire valore ai propri clienti” e “a continuare la tradizione delle imprese americane, prime nell’incontrare le aspettative dei propri clienti”. Così recita uno dei passaggi della nuova carta etica messa a punto dalla Business Roundtable. Che però non risulta molto comprensibile: se qualcuno volesse aiutarci a capire cosa tutto questa significa, ne saremmo grati. Ma non lo troveremo. Almeno non nel mondo delle imprese che hanno un solo obiettivo: sommergerci con una montagna di parole altisonanti per coprire la loro vera indole di mercanti che pur di fare soldi non si fanno scrupolo a depredare, truffare, inquinare, perfino uccidere.

da qui

Redazione
La redazione della bottega è composta da Daniele Barbieri e da chi in via del tutto libera, gratuita e volontaria contribuisce con contenuti, informazioni e opinioni.

2 commenti

  • Chelidonio Giorgio

    A volte, stranamente, anche un rap può far sintesi:

    https://www.youtube.com/watch?v=fQyBwDe7ZPc

    “…Il mio nemico non ha divisa
    Ama le armi ma non le usa
    Nella fondina tiene le carte Visa
    E quando uccide non chiede scusa….” https://www.antiwarsongs.org/canzone.php?lang=it&id=9

  • Rispondo così, con un post pubblicato su Facebook, per dire che le notazioni sui mali del mondo, anche quando colte e poetiche e che suscitano moti di approvazione e di condivisione tra cuore e ragione, hanno il limite di produrre consapevolezza, ma poi il “sistema” prodotto dalle élite di tutti i tempi, tra finanza e politica, mantiene intatto lo status quo. La risposta potrebbe insistere nella coscienza collettiva e nell’etica della reciprocità, per promuovere un’azione comune politico programmatica per il “Governo del Popolo”.
    Del resto, (da Facebook – Gio Tomei):
    L’ONU e i 17 obiettivi di sviluppo sostenibile (OSS) per trasformare il nostro mondo:
    OBIETTIVO 1: Nessuna povertà.
    OBIETTIVO 2: Fame zero.
    OBIETTIVO 3: buona salute e benessere.
    OBIETTIVO 4: educazione di qualità.
    OBIETTIVO 5: uguaglianza di genere.
    OBIETTIVO 6: acqua pulita e servizi igienico-sanitari.
    OBIETTIVO 7: Energia accessibile e pulita.
    OBIETTIVO 8: lavoro dignitoso e crescita economica.L’ONU

    Cosa vi viene in mente se provate a riflettere, non ai temi proposti dagli obiettivi, ma al soggetto che li propone, sul principio che aderirvi è una dichiarazione di “qualcuno” che si adopera affinché si realizzino. Riuscite a cogliere l’improprietà? Le Nazioni Unite propongono ai popoli delle Nazioni che la compongono, nel senso che le Nazioni propongono, ciascuna a se stessa, che sarebbe opportuno che i popoli che costituiscono la loro sostanza giuridica di Stato sovrano, dovrebbero porsi quegli obiettivi che ciascuno di loro, per mandato popolare avrebbe dovuto garantire. Sul serio, non c’è speranza, se non in noi, i soggetti degli obiettivi da realizzare, sulle mancanze subite come metodo terapeutico, costretti da un trucco psicologico. Così, se governa l’ignavia nel mondo, a quando l’insorgere di una coscienza collettiva, per il Governo del Popolo, sovrano per Costituzione, mentre l’ignavia è a tempo?

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