INCIDENTE DI PERCORSO

INCIDENTE DI PERCORSO
dal Mille Lire: Storie Malsane, di Mauro Antonio Miglieruolo



Ne succedono di tutti i colori. ME NE SUCCEDONO DI TUTTI I COLORI. Davvero, ché siamo nati per soffrire, non c’è scampo per chi ha la disavventura di precipitare su questo luttuoso mondo! Ascoltami attentamente, e ne avrai l’ennesima prova: ti racconterò l’inaudito evento che ha messo lo scompiglio nei miei giorni.
Ammetto volentieri, tra i miei principali difetti, gola e disordine. Confesso pure di essere incline all’intemperanza, un tipo quieto e uniforme che in certe determinate situazioni si trasforma in una specie di atleta della sregolatezza. Davanti a un piatto di pastasciutta, ad esempio, dismetto totalmente la patina di civiltà con cui maschero i miei bassi istinti, e mi slancio grufolando e scagliando occhiate minacciose tutto intorno. Non si direbbe, eh? ma di fronte al cibo sono debole quanto un uccellino nel nido. Non so resistere. NON OSO RESISTERE: odio l’idea stessa di resistere.
Così, vedi, quando partecipai ai festeggiamenti per il divorzio di una mia tenera amica (quale tripudio per lei, la riconquistata indipendenza! Quale sollievo per me, l’uscita dalla semi clandestinità!) mi abbandonai e mi effusi come volevo e sapevo effondermi. Appartato in cucina, lontano dagli occhi della cara ospite e dai suoi rimproveri acerbi (ché lei malsopportava i miei disordini), mi attribuii un di più indebito delle leccornie ch’erano state imbandite in eccesso e necessariamente respinte dagli invitati. Ignorai antipasti e secondi piatti, per concentrarmi sui primi (almeno tre) e sui dolci. I primi erano stati cucinati in casa con notevole perizia; gli altri acquistati nella vicina pasticceria. L’abbondanza riguardava in particolare questi ultimi, tiramisù, e pastiere, e mimose, e Mont Blanc e pastarelle a non finire, dai quali ero (non sono più) particolarmente ghiotto. Che festa per la mia gola, ingolfarmi la bocca a fette intere, porzioni gigantesche, le mani impiastrate di panna, crema, delizie varie, mandando giù quasi senza masticare, in fretta in fretta, per avidità e nel timore di essere colto sul fatto e interrotto.
Feci, insomma, del mio peggio, ingozzandomi vergognosamente, quasi fossi uno di quei poveretti che non hanno mai visto bene con gli occhi! Ero letteralmente sopraffatto dal continuo di una serie straordinaria di orgasmi orali
Mi resi conto di stare esagerando solo verso l’ottava o nona o decima porzione, non so, quando lo stomaco brontolò qualcosa e decisi che era il caso di dargli tregua. Ritagliai altre quattro poderose fette di dolce, le misi in un piattino e tornai di là con l’aria più innocentemente inattendibile di questo mondo (quella convenzionale, per intenderci, del gatto che si è appena mangiato il topo). Le consumai lentamente, sorridendo, moltiplicando con le mie le sciocchezze altrui, nelle speranza vana di riconciliarmi con l’intestino.
Al termine della festa, eravamo già quasi in prossimità d’una nuova alba, e tutti se ne erano andati, mi proposi alla mia bella. Essa era ormai definitivamente libera e non esisteva motivo alcuno che le impedisse di accogliere apertamente nel suo letto colui che vi aveva già soggiornato clandestinamente. Le rubai dunque un bacio e prima che potesse mettermi fuori provvidi a spogliarmi e infilarmi sotto le coltri. La poveretta notò stomaco e ventre rigonfi, indizi espliciti dei miei eccessi, ma non volle guastare l’incanto della circostanza con caustici commenti. Tacque. Accettò lusingata il complimento implicito nella plateale reazione fisica che non le nascosi e si spogliò in fretta per adeguarsi alla mia medesima condizione.
Pervasi dalla furia che coglie sempre gli esseri quando attraversano momenti che desiderano rendere memorabili, sospinti da quella singolare passione che unisce gli amanti più per scelta di voluttà che per spontaneo abbandono, ci amammo con il trasporto che richiedeva il momento. Ed in effetti fu con rinnovato entusiasmo che procedemmo nel tentativo di darci piacere (per un momento sembrò di essere tornati agli inizi). Ma ecco che nel pieno dei nostri impeti, quando già i sospiri, i versi, gli incitamenti reciproci annunciavano la malia dell’appagamento, qualcosa di terribile avvenne. Mi sentii smuovere tutto. Una fitta terribile mi attraversò il ventre. Non diedi retta. I miei sensi erano troppo coinvolti dall’imminenza liberatoria dell’orgasmo. La fitta si ripeté due volte e poiché non desistetti, (il mio orgoglio non avrebbe retto a una eventuale débâcle), l’inevitabile accadde. Sul più bello di uno dei miei sforzi per assecondare la lei di sotto che mi sollecitava a fare “forte! più forte! più forte!” vi fu, tra turbolenze varie, peti improvvisi, e miei atterriti vani tentativi di opposizione, una specie di esplosione liquida fecale maleodorante, uno spruzzo formidabile che partì a raggiera e sporcò tutto intorno, me, il letto, e persino l’ignara innocente testimone di quell’infamia. I residui liquidi che scolarono, prima che fossi disarcionato, tra urla e disgusti indescrivibili, lordando ulteriormente la poveretta, soppressero ogni possibilità di futura redenzione nel rapporto.
Non valsero scuse. Anzi servirono da aggravanti della mia colpa. Fui cacciato con ignominia e i comuni amici severamente diffidati persino dal pronunciare in sua presenza il mio nome.
Anch’io, ora, ho delle diffide da fare. Che in mia presenza si accenni soltanto alla eventualità di crapule e di coiti!

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