Fornero: antipatica certo ma anche schiavista?

Fornero: antipatica certo ma anche schiavista?
di Mauro Antonio Miglieruolo
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La Fornero è un’ Oca Sapiente o il tipico rappresentante della borghesia nella sua fase di declino?
Che il ministro straparli ostentando saggezza e dimostrando però solo sicumera credo sia evidente a tutte/i. Come è evidente la cieca arroganza con cui mal-tratta invece le questioni che dovrebbe ben-trattare.

Manifestando quel che nel linguaggio comune viene spesso definita impropriamente “ignoranza”. Non certo quella che attiene al saper scrivere e far di conto; perché in molte materie, oltre che alla sua, probabilmente è maestra: certamente molto più sapiente di quel che io, che pure la giudico, sono. Il termine ignorante qui, voce mia estratta dall’uso che ne fa il popolo, attiene alle difficoltà che trovano alcuni a rapportarsi civilmente con gli altri, essendo privi di sensibilità e di tatto. Nel caso specifico è data da una certa grossolanità di pensiero derivante dai pregiudizi che, in quanto membro della classe dominante, nutre nei confronti dei dominati.
Si tratta di pregiudizi vitali per chi è chiamato a svolgere determinate funzioni al servizio del capitale. Pre-giudizi che le competenze non contribuiscono a sanare, che anzi rafforzano. Per un professionista la difesa del presunto carattere oggettivo delle loro competenze (che spesso coartano a pensare e agire più da gendarme che da “esperto”) è un a-priori al quali pochi riescono a sottrarsi. Quanti sono, sapete dirmelo, gli “esperti” di economia consapevoli, o quantomeno disposti a esaminare l’ipotesi di essere in possesso di strumenti teorici fabbricati ad hoc per giustificare e promuovere l’accumulazione del capitale?
La combinazione (micidiale) tra le necessità proprio all’esercizio del potere per conto del capitale unita a quella di tutela delle competenze acquisite (teniamo presente che la prima tutela è quella di mascherarne il ruolo) finisce per dislocare nel limbo degli ignari e immeritevoli la pur competentissima ministra Fornero. Sono certo che, in assenza di tale combinazione di elementi, la sensibilità umana che sicuramente la funzionaria possiede le avrebbe impedito di esternare le espressioni che con tanta, troppa disinvoltura ha adoperato. Se non altro per non esibire questa un po’ eccessiva (stavo per dire sguaiata) mancanza di bon ton, la cui manifestazione a quel tipo di persona spiace sopra ogni cosa (salvo che, come nel caso, si tratti della cosa più grande costituita dal proprio dovere di classe: mettere al loro posto i lavoratori). Che la induce a dire, e non dovrebbe, in faccia ai privi di prospettive e disperati, che a loro non spetta alcun aiuto; che il lavoro non è un diritto; e che non devono essere schizzinosi rispetto alla “prospettive” di lavoro che dovessero emergere. Pur sapendo che queste prospettive semplicemente non esistono. A meno che per “lavoro” non intenda quello occasionale o addirittura non pagato che sempre più spesso viene offerto ai “giovani” (spesso dei quarantenni).

E’ contenta, ci ha fregati. Ha svolto bene il suo lavoro per i vampiri della finanza.

Una schiaffo in faccia a vittime che sono anche le SUE vittime, vera e propria provocazione; tanto più grave in quanto è ormai dato acquisito, salvo che per i ciechi di professione, il degrado che l’introduzione del precariato ha introdotto nel rapporto di lavoro (grazie Pd).
Ma non è la personalità della ministra lo scopo di questo articolo. In fondo, nonostante paghi come tutti sulla mia pelle quello che la persona è, non sono particolarmente interessato a stigmatizzarne i modi e le maniere.
Quello in effetti m’importa è porre in evidenza ciò che ritengo sia sfuggito ai commentatori, anche i più caustici, nel retro delle sue parole. Cioè, il significato remoto delle sue prese di posizione. In particolare quando annuncia che il lavoro non è diritto (che non lo è, aggiungo io, da quando il liberismo è dilagato nel senso comune delle persone). Il che è strano per una tanto accanita rappresentante dei valori borghesi. Di là da quanto prescritto dalla Costituzione (che avrebbe voluto uno stato fondato sul lavoro) l’etica protestante, sulla quale si basa il capitalismo, è appunto fondata sulla valorizzazione dell’uomo attraverso il lavoro. Ed è in nome di tale determinazione che, già alla vigilia del trionfo del capitalismo, sono state emanate norme draconiane, che prevedevano persino l’impiccagione per chi, senza lavoro, fosse obbligato dal bisogno a darsi al vagabondaggio e alla mendicità.
Negare pertanto il diritto al lavoro equivale per un borghese a negare il presupposto di base della propria formazione e funzione sociale. L’individuo diventa cittadino attraverso il lavoro (o attraverso il possesso di beni materiali): è il lavoro che lo rende degno e presente nella pienezza dei diritti. Negarne l’accesso rappresenta un tale rivolgimento ideologico, che mi induce a paventare che la borghesia abbia, sia pure con ancora oscura consapevolezza, in gestazione gli analoghi sistemi di repressione draconiani che sono stati applicati contro le masse agli albori del capitalismo. Allora fu sviluppata l’equazione vagabondo=criminale; sospetto che la cattiva coscienza borghese stia elaborando l’analoga dei tempi moderni precariato=criminalità. D’altronde, come possono non inquietarsi stante il ragionevole sospetto che. dopo tante vessazioni e disconoscimenti, le persone finiscano con il ribellarsi? Loro non esiterebbero a farlo. Lo farebbe qualsiasi “mite” rappresentante della gioventù dorata borghese che venisse minacciato di perdere anche una piccola parte dei privilegi di cui gode. Non prenderebbe costui subito in mano il manganello? Il figlio di papà (o la figlia di mammà) che si vedesse sottratta la possibilità di godere di DUE, o anche TRE “posti fissi” e super pagati, non si trasformerebbe in un feroce aguzzino pronto a bastonare e uccidere quanti più proletari gli riuscisse? Io sostengo di sì, che lo farebbero. Lo hanno fatto nel ’21, sono pronti oggi a ricominciare da capo.
Ognuno giudica dal proprio cuore come funziona il cuore altrui. Questo è anche l’handicap dei lavoratori. Essendo la loro perseverante mitezza il metro di paragone con il quale valutano il mondo, non si rendono conto, se non quando è tardi, delle trappole che vengono loro tese. O dei massacri che contro di loro vengono preparati.
Su questo punto, una tantum, nonostante la eccessiva pazienza di cui gode e soffre il proletariato, il mio auspicio è che i padroni stavolta sbaglino. Che i lavoratori effettivamente decidano di non più sopportare. Ma che non il detestabile manganello impugnino ma l’arma della dignità e del diritto; che non ricorrano alla violenza (salvo le necessità insite nella difesa della propria incolumità, individuale e di gruppo) ma alla incommensurabile forza costituita dall’essere dalla parte della ragione e della giustizia, nonché essere grandissima maggioranza della popolazione, disobbedendo, manifestando e scioperando.
Poi, che i figli di papà-e-mammà impugnino pure il manganello. Con la stessa velocità con cui lo abbiano impugnato poi saranno costretti a deporlo. E a balbettare qualche parola di pentimento e parecchie di scusa.

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