Intelligenza e infelicità – di Mark Adin

Conosco un uomo che vive quotidianamente il suo dramma: possedere intelligenza e non poterle sfuggire.

Non è solo condanna a non avere amici fin da bambino, ma anche oltre, quando la solitudine, il sentirsi diversi, può rovinarti la vita. L’intelligenza lo perseguita, non lo molla. Fino a fare di lui un burattino del suo cervello.

La genialità contiene qualcosa di violento, di tragicamente seducente, a volte persino di sinistro.

Lui si guarda da questo flagello, vorrebbe proteggersi, ma è impotente.

Lo tiene lontano da dio, gli impedisce la felicità, lo riduce a cinico, fa di lui un uomo pericoloso, lo tormenta. Provoca l’implacabile vendetta dei mediocri, gli impedisce persino l’amore.

E’ dunque pericolosa l’intelligenza? Certo che sì.

Luigi è sfinito, ma il raccontarsi lo regge. Io ascolto, senza interrompere. Conosco Luigi da tantissimi anni, si rifugiò in me da quando la nostra insegnante di Liceo lo prese di mira. Ufficialmente perché era un distratto, sebbene il vero motivo fosse, molto probabilmente, che Luigi era troppo ingombrante, troppo “avanti” per la povera donna, che era per questo profondamente a disagio. Semplicemente, io gli tesi una mano. Gli dissi che avevo capito, e fu sufficiente. Ancora oggi, non credo si possa parlare di amicizia, so che non ne sarebbe capace. Qualcosa che forse gli assomiglia, e ci va bene così.

Come Luigi, da bambino Ettore se ne stava in disparte. Non giocava a pallone. Nella sua testa i pensieri lo attiravano in mondi di cui era ancora inconsapevole, di domande che cercavano risposte. Luigi se ne stava per fatti suoi, faceva lunghe camminate sotto il sole di agosto.

Come Luigi, Ettore si chiedeva del cielo, aveva percezione perfetta degli spazi, guardava gli altri e se ne sentiva lontano.  A scuola si annoiava: leggeva, leggeva qualsiasi cosa. Nemmeno le donne lo interessavano, aveva guardato con scarso interesse ai cambiamenti del proprio corpo, ai primi turgori, era lontano dalla banalità del sesso. Avrebbe dato, invece, un braccio per un compagno o una compagna, poco avrebbe importato il segno, con la quale poter condividere i suoi pensieri. Questo sì. La sua intelligenza non lo consentiva, non gli permetteva di stare alla pari, era un grido di aiuto, e nessuno, mai, gli avrebbe dato soccorso. Ogni dannato momento del giorno o della notte l’occhio era pronto, lo sguardo interiore così tagliente da rendere impossibile un errore, era una vista implacabile, tutto era a fuoco con tale precisione da togliere il fiato.

Infine, inaspettatamente, era successo: era stato accolto. Un uomo, uno più di altri, di quel minuscolo gruppo di pazzi retroversi, di quelle meravigliose, splendide menti eccitate, sembrò farsi vicino. Ettore si avvicinò con cautela, nel terrore che le sue aspettative fossero ancora una volta disattese. Era tutto vero, non era un sogno.

Povero Ettore, dagli occhi neri e dalle mani in tasca, carico del peso immane della genialità. La sua vita interiore, la conoscenza lo divorava secondo una diabolica inclinazione. L’intelligenza febbrile, il dolore quasi fisico nel non sapere superare la prova. E dopo, l’attimo infinitesimo del sollievo appagante della soluzione, per poi ricominciare l’affanno. Lui sapeva, sapeva! Il suo strabordante cervello era un moto continuo e inarrestabile da cui cercare scampo.

Enrico era il capo del minuscolo gruppo, forse  lo sorreggeva lo spirito pratico e antico,  perciò subiva Ettore, la sua capacità intuitiva non negoziabile, la terrificante, estrema libertà che andava al di là, che sfondava la gabbia delle convenzioni, che trascendeva persino la modernità. Era il paradosso, vivente nel futuro perpetuo, l’avverarsi di un sogno che nessuno aveva ancora fatto.

Improvvisamente fuggì, per paura.

Enrico proseguì la ricerca, pervenne a verità alle quali Ettore era forse già approdato, e dette inizio alla fase che questi può darsi temesse e della cui responsabilità non voleva essere caricato.

La immane forza si scatenò su quelle città nel Pacifico, lasciando contorni di esseri umani sui muri che soli resistettero all’onda incandescente. “Vuoti” di persone, come era accaduto a Pompei e Ercolano. Assenze. Tracce di passata esistenza.  A Enrico diedero il Nobel per questo.

Ettore Majorana preferì svanire per sempre.

Tutto questo mi racconta Luigi, la testa fra le mani. Mi chiedo che mondo sia, talmente arcaico e imperfetto da permettere che Luigi soffra la sua preziosa, abbagliante intelligenza, e da aver consentito a Ettore di sfinirsi in un determinatissimo oblio.

Luigi deve ripartire, è uno dei cervelli che hanno abbandonato l’Italia per poter sopravvivere, e l’aereo si alzerà tra due ore. A volte non si parla nemmeno, ci si fa compagnia. Provo un senso di angoscia eppure di speranza, rivolto a una contraddizione talmente dolorosa da provare pena per una eccellenza in mezzo a tanta mediocrità. C’è qualcosa di storto, qualcosa che non può provocare altro che un turbamento profondo della coscienza, qualcosa che non voglio capire.

Mark Adin

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