Istanbul, il bisogno di essere lì

di Daniela Pia (*)
In questo primo giugno uggioso mi giungono fresche note dalla Turchia. La gente comune difende lo spazio dalla proliferazione oscena dei centri commerciali. Capitani coraggiosi, disarmati, contro uno schieramento di divise e manganelli, prima linea di scudi barricati. Tutti lo osserviamo, in luoghi spesso lontani e silenti mentre dentro ci consuma una sensazione di impotenza di fronte a ciò che ci appare contro natura e contro l’ illusione fugace e disattesa di un qualsiasi salario. In ogni dove spuntano come funghi queste megastrutture, là dove c’era l’ erba ora si progettano e si impianta cemento al posto di vigne e grano. Alberi vengono diradicati. Il cielo viene oscurato. Le nuvole scompaiono. Scolaresche vi si recano in gita. A imparare sin dalla più tenera età come prostrarsi al consumismo. Quello che non si fotte solo il territorio ma la fantasia, l’immaginazione di ciò che c’ è oltre la siepe, quella che «da tanta parte dell’orizzonte il guardo esclude». E noi modernastri a costruire e de-costruire senza avvertire l’ incapacità sterile di raccontare ciò che abbiamo dentro. Uno spazio che non si può acquistare, fatto di nuvole e cielo. Di pietre che sanno essere gioco e durano nel tempo per altre mani bambine. Di madri e nonne che raccontano parole di odori e colori, femminas che si beano di un ozio divino, fatto di sguardi e immagini tenute nello scrigno della memoria. Foto che sapranno raccontarsi nel tempo che si regalerà. Quei di giorni di autunno filtrati da mani, e pasta e cannella. Mani rugose e mani piccine. Scambi di stagioni e zafferano che prima è stato croco e poi pistillo e poi dolce. Scambi di borraggine, colta con gesti gratuiti che sanno di tramonto, caramella che solletica papille pigre e dormienti. Fuoco di spighe e papaveri fulvi, raccontati fra passi compiuti in un tempo condiviso. Me li auguro tutti , a noi tutti li auguro, ci ho provato da madre, lo spero intenso, da prossima nonna quel tempo lento, sempre fuori dal centro “commerciale”? Proprio per questo voglio dispormi, assieme ai miei figli e ai miei futuri nipoti, in trincea, vicina alle voci di Istanbul, di fronte agli scudi e ai fucili, pronta a frapporre barricate al potere, capace solo di barattare il lento fluire del ciclo vitale, fatto di linfa di albero e senso contro false illusioni di morto mercato. Ci siamo, e globale sarà solo la nostra difesa. Speriamo. Possiamo.
(*) Proprio mentre postavo la corrispondenza (in diretta o quasi) di Murat Cinar mi arrivavano (viva Ipad certe volte) queste riflessioni di Daniela che secondo me collegano la necessità di solidarizzare subito con i resistenti di Istanbul alla riflessione che si impone a noi quando accettiamo che analoghi scempi vengano fatti nei nostri territori. Non saprei dirlo meglio di Daniela: «Speriamo. Possiamo». (db)

Daniela Pia
Sarda sono, fatta di pagine e di penna. Insegno e imparo. Cammino all' alba, in campagna, in compagnia di cani randagi. Ho superato le cinquanta primavere. Veglio e ora, come diceva Pavese :"In sostanza chiedo un letargo, un anestetico, la certezza di essere ben nascosto. Non chiedo la pace nel mondo, chiedo la mia".

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