Jane Fonda vola ad Hanoi e…

… e denuncia la politica di aggressione Usa.

ripreso da www.bizarrecagliari.com (*)Autonomia, intelligenza e azione. Tutto quello che non è ammissibile per una donna e per una star del cinema.

Jane Fonda vola ad Hanoi dove rimane per due settimane denunciando la politica di aggressione americana in Vietnam.

L’attrice americana era stata impegnata sul set tra gennaio e febbraio dello stesso anno in un tour de force durato sei settimane a fianco di Ives Montand nel film tout va bien (in italiano Crepa padrone, tutto va bene) di Jean-Luc Godard e Jean-Pierre Gorin.

Come ultima produzione del loro collettivo, Gruppo Dziga Vertov, avevano scelto i due attori più iconici per interpretare una storia imperniata sulla riflessione su cosa rimanesse dell’impegno e delle battaglie del Sessantotto. Lei, Jane Fonda era una giornalista americana inviata in Francia a documentare una lotta operaia in un salumificio. Lui, Ives Montand, suo marito un ex attivista e cineasta militante, ormai assorbito dal lavoro come pubblicitario, viaggia con lei per poter fare insieme una vacanza.

Jean Luc Godard a proposito del film aveva detto: “ Vedrete un film d’amore con le vostre star preferite. Si amano e litigano come in tutti i film. Ma ciò che li separa o li riunisce si chiama lotta di classe. Jane Fonda, giornalista, e Yves Montand, cineasta, passeranno da “ti amo” a “non ti amo più” e poi di nuovo a un secondo “ti amo”, questa volta diverso dal primo: e questo perché tra i due “ti amo” ci sono 45 minuti in cui sono sequestrati in una fabbrica.”

La trama era semplice quanto adatta ai due, Lei, Lui. Gli operai della fabbrica occupano lo stabilimento e sequestrano il direttore ma anche i due. Mentre vengono messe in scena le parole degli operai, la difesa del padrone, Lei va a intervistare le donne che lavorano nel salumificio. Le condizioni estreme in cui avviene il lavoro, i turni massacranti sono le ragioni della rivolta, ma le donne a tu per tu con la giornalista lamentano le discriminazioni a cui sono soggette e anche il maschilismo e le molestie, da parte sia da parte dei capi che degli stessi colleghi.

Lei e Lui solidarizzano con la lotta, arrivando a provare la fatica alla catena di produzione. Lui riprende a pensare su quello che ha perso allontanandosi dall’attivismo, Lei scrive il pezzo per il suo giornale assumendo il punto di vista delle operaie, vedendoselo rifiutare. Riflette sul suo futuro, poca voglia di continuare a occuparsi di notizie consolatorie, poca voglia di continuare col marito con cui condivide un po’ di intimità e un po’ di apparenza. Nell’ultima scena, ormai disillusa, deve scrivere un pezzo su una catena di supermercati e pensa che il taglio che vorrebbe dargli porterà a un nuovo rifiuto, quando nel supermercato fa irruzione un gruppo di ragazzi che opera un esproprio di massa, invitando e coprendo tutti i presenti perché riempiano le borse senza pagare. Lui, Lei si rincontrano in un caffè, riprendono a parlarsi mentre una voce fuori campo annuncia che i due cominciano a “pensarsi storicamente”.

Jean Fonda, aveva pensato a sé stessa storicamente, aveva capito il suo tempo e non aveva risparmiato energie per combatterne le storture. Per un decennio ancora giovanissima attrice aveva dovuto combattere con lo stereotipo di “figlia d’arte”. Bella come il padre non poteva però competere con lui in bravura, come imponeva il credo e lo stile hollywoodiano, il cui maschilismo e paternalismo non si stancò mai di indicare, denunciare e controbattere. Brava, eclettica e attivissima aveva usato la sua fama (e il suo denaro) per sostenere la lotta per i diritti civili degli afroamericani, aveva sostenuto le Pantere Nere e l’American Indian Movement ed era stata in prima fila contro la politica espansionistica dell’America in Indocina e contro l’aggressione Usa in Vietnam.

 

Se i movimenti giovanili e la controcultura la amavano incondizionatamente, l’attenzione della Cia e dell’FBI era più che minacciosa con l’inserimento del suo nome nella lista nera del Presidente Richard Nixon. Ma anche parte del mondo dello spettacolo non vedeva di buon occhio una donna tanto attiva e autonoma nelle decisioni e nelle azioni, ancora di più veniva visto come un tradimento da quanti si erano arrestati davanti alla superficie di Barbarella, attaccandosi il poster in cameretta e sognando la parte dello strip durante il volo spaziale coperta dalle parole dei titoli di testa.

Dopo aver girato il film di Jean-Luc Godard e Jean-Pierre Gorin, in uscita in primavera in Francia e in ottobre in Usa, Jane Fonda era in aprile alla cerimonia dell’ Academy Awards per ritirare il premio Oscar per l’interpretazione della prostituta nel film neo-noir di Alan Pakula, Una squillo per l’Ispettore Klute. Lì aveva incontrato Donald Sutherland, con cui aveva condiviso la tournèe antimilitarista tra i militari e le loro famiglie con lo spettacolo Fuck the Army. Avevano raccolto interviste e documentato il malessere dei soldati, la montante rabbia contro il governo e contro la guerra. E tre mesi dopo, sfruttando al meglio i riflettori puntati su di lei, l’8 luglio del 1972 vola verso la capitale del Nord Vietnam, verso Hanoi, la capitale del Nemico.

Non è la prima donna, né la prima persona con una certa fama a recarsi in Vietnam del Nord: dal 1965 molte donne del movimento pacifista sono andate ad Hanoi, e nello stesso anno, anche Cora Weiss, tra le più conosciute esponenti del Women’s Strike for Peace e anche il Procuratore generale Ramsey Clark.

Jane Fonda nelle due settimane di permanenza in Vietnam lancia appelli perché i soldati americani si rifiutino di bombardare città e villaggi, di sganciare il micidiale napalm che brucia piante ed umani, terreno e qualunque forma di vita. Visita i soldati prigionieri e si accerta delle loro condizioni. Incontra studenti e giovani e nei pressi di una base militare vietnamita, in visita al campo indossa un casco militare di protezione come tutti i visitatori. Canta con un gruppo di giovani una canzone pacifista composta da pacifisti sudvietnamiti e viene fotografato su un cannone della contraerea. Chiede che la fotografia non venga pubblicata e i vietnamiti glielo assicurano e mantengono la parola. Ma sono presenti anche giornalisti giapponesi che trasmettono le immagini in un notiziario della sera. In America sono in pochi a raccogliere e a ripetere le sequenze trasmesse da un’emittente televisiva giapponese. Probabilmente giudicano controproducente dare ulteriore visibilità all’iniziativa di Jane Fonda, ma le accuse di tradimento girano ugualmente.

In molti da anni, non solo nell’ambiente hollywoodiano, si chiedevano quanto e sin dove potevano spingersi le star del cinema con le loro prese di posizione, in cosa consistesse l’idea di Star, quanto il suo essere uno status pubblico dovesse costringere a uno standard comportamentale, di idee e di azioni, accettabile. Per il loro impegno in cause civili e contro le diseguaglianze spesso star riconosciute come Marlon Brando, Nathalie Wood, Harry Belafonte, Paul Newman, Humphrey Bogart avevano subìto critiche e ostracismo, perché il cinema doveva essere solo intrattenimento e spettacolo e attori e attrici anche nella vita dovevano adeguarsi a copioni prestabiliti.

Jean-Luc Godard e Jean-Pierre Gorin, subito dopo le riprese di Crepa padrone, va tutto bene, avevano girato un’altra pellicola Lettera a Jane, cinquantadue minuti di riprese dove i due guardano immagini e sfogliano giornali dove compare Jane Fonda ad Hanoi, la pubblicità negativa che hanno tentato di farle le testate dell’establishment. I due sembrano soffermarsi a indagare i segni e i simboli che essa rappresentava. Il volto concentrato dell’attrice mentre parla con un gruppo di anziani in un servizio del settimanale L’Express. Quel volto che Hollywood avrebbe voluto trasformare nei primi anni Sessanta, più infossamenti, più adolescenzialità e per cui aveva tenuto duro. Davanti al volto severo dell’attrice Jean-Pierre Gorin mima la sentenza hollywoodiana: “Bisogna rendersi conto che alle star non è permesso pensare”.

A guerra finita, a guerra persa la destra americana monterà contro Jane Fonda una serie di campagne di diffamazione e di falsità per trovare nel “nemico interno” la causa della sconfitta. Di certo per una volta una ragione ce l’avevano pure. Il governo e l’esercito americano erano stati sconfitti dai vietnamiti al costo di milioni di morti, ma la sconfitta era dovuta anche a quel “nemico interno” composto da milioni di americani che per un decennio e più aveva contrastato in mille forme l’aggressione americana.

Il 24 luglio del 1972 il New York Times riporta una notizia d’agenzia da Parigi, dove Jane Fonda è sbarcata di ritorno da Hanoi. Alla domanda sulle accuse che le rivolgevano di tradimento ha – secondo quanto riporta il quotidiano – una pronta risposta: “ha affermato che il presidente Nixon era un ‘traditore”. L’attrice americana ha dichiarato che un traditore non è qualcuno che si è opposto alla guerra del Vietnam, ma piuttosto qualcuno che sta commettendo i crimini più efferati che penso siano mai stati commessi”.

(*) www.bizarrecagliari.com  ovvero «Storie della Beat Generation, della Controcultura e altro»: da gennaio racconta OGNI GIORNO vicende, persone, movimenti che il pensiero cloroformizzato e sua cugina pigrizia preferiscono cancellare.

MA COSA SONO LE «SCOR-DATE»? NOTA PER CHI CAPITASSE QUI SOLTANTO ADESSO.

Per «scor-data» qui in “bottega” si intende il rimando a una persona o a un evento che il pensiero dominante e l’ignoranza che l’accompagna deformano, rammentano “a rovescio” o cancellano; a volte i temi possono essere più leggeri ché ogni tanto sorridere non fa male, anzi. Ovviamente assai diversi gli stili e le scelte per raccontare; a volte post brevi e magari solo un titolo, una citazione, una foto, un disegno. Comunque un gran lavoro. E si può fare meglio, specie se il nostro “collettivo di lavoro” si allargherà. Vi sentite chiamate/i “in causa”? Proprio così, questo è un bando di arruolamento nel nostro disarmato esercituccio. Grazie in anticipo a chi collaborerà, commenterà, linkerà, correggerà i nostri errori sempre possibili, segnalerà qualcun/qualcosa … o anche solo ci leggerà.

La redazione – abbastanza ballerina – della bottega

 

 

 

 

 

La Bottega del Barbieri

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