Konaté, Krefeld, Mariano, Meyer, Porazzi, Stassi e Vargas

7 recensioni giallo-noir di Valerio Calzolaio (*)


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Moussa Konaté

«Il commissario Habib»

Traduzione di Ondina Granato

Del Vecchio

336 pagine per 9,90 euro

Bamako. Quasi venti anni fa. Il maturo onesto testardo Habib, commissario capo della squadra anticrimine della capitale e il giovane intrepido pauroso (delle bestie) ispettore Sosso devono capire sia chi ha ucciso (con il cianuro) i tre cadaveri (il primo donna, tutti apparentemente naturali) rinvenuti in due giorni nelle latrine del povero quartiere di Banconi sia da dove, come, quando e perché è capitato un cadavere massacrato in una vasca alla periferia della capitale. Due romanzi meravigliosi riuniti in un agile economico tascabile «Il commissario Habib» del grande maliano Moussa Konaté, scomparso nel 2013 poco più che 70enne (dopo anni di autorevole insegnamento), in terza sui due poliziotti. Ne consiglio caldamente la lettura. Si capisce dell’Africa e della nostra specie.

Fabio Stassi

«Fumisteria»

Sellerio

Kalamet. Autunno 1954. Viene ucciso il comunista 39enne Rocco La Paglia, accoltellato alle spalle mentre beve a una fontana del paesino siciliano, all’alba. Aveva il cognome della madre, Donna Cosima, rimasta incinta del moroso poi morto in guerra. Era stato bracciante e iscritto al Pci, arrestato e confinato a Favignana, partigiano e sindacalista fino alla sconfitta del primo maggio 1947 nella vicina Portella della Ginestra, infine aiutante calzolaio. Il suo grande amore, oltre alla politica, era la magnifica figlia di una cugina di secondo grado, 4 anni più giovane, Ester, occhi sull’azzurro ma di colore diverso. Solo un bacio si erano scambiati, strade diverse. Lei si era sposata tardi, a 33 anni, più per andarsene dalla famiglia che per altro, con l’avvocato Filippo Licata, timido e bruttino, basso e baffuto, di mezz’età, grande oratore, servitore di potenti, padroni e latifondisti, infecondo. Del delitto (d’onore?) viene accusato lui, per un tortuoso percorso di tracce di fumo; in carcere trova un contrabbandiere balbuziente che conosce alcune verità e molte storie.

Kalamet, borgo di pescatori e braccianti, è cittadina inventata non distante da Piana degli Albanesi, San Giuseppe Jato, San Cipirello e Altofonte nella Sicilia occidentale. Fabio Stassi, bravo 53enne romano (famiglia originaria proprio di Piana) scrisse questo romanzo d’esordio quasi un decennio fa. Lo ripubblica ora con un minimo intervento stilistico e il testo in appendice della conferenza («I muli della vergogna») del febbraio 2015, tenuta in occasione di una mostra relativa al processo per la strage di contadini del 1947 sulla spianata di un brullo valico. I primi a cadere furono muli e cavalli, poi i contadini in festa, undici morti e ventisette feriti; ne fu accusato il bandito Giuliano, dietro di lui furono mandanti i cosiddetti poteri forti (contro la lotta per la terra, giusta e democratica). Il racconto si dipana in modo studiato ed efficace, in terza sui protagonisti, ogni tanto nella prima persona del carcerato (ingiustamente). Il titolo indica la prova decisiva dell’accusa, il gusto di fare scherzi e gli altisonanti discorsi privi di serietà.

Pierluigi Porazzi

«Azrael»

Marsilio editore

358 pagine per 18 euro

Udine. Un recente periodo di elezioni regionali. Con il romanzo quasi pulp «Azrael» torna Alex Nero, testa rasata e pizzetto, cicatrice sulla tempia destra, pastore tedesco Zarko al seguito. Dopo che il Teschio gli ha ucciso moglie e figlia, ex profiler e agente di qualità, se ne è andato dalla città, pensa di vendere l’appartamento, gioca a scacchi e fa l’amore con Aiko, niente superalcolici, niente sigarette. Il mesto eroe inventato da Pierluigi Porazzi crede di aver fatto arrestare il serial killer eppure qualcuno ha ripreso il suo modus operandi e ricomincia a uccidere. La vicenda si intorbida e confonde: corruzione diffusa, vendette criminali e politiche, burattinai e burattini, un crescendo di sangue e travestimenti, violenza e masochismo. Non finisce qui.

Ugo Mariano

«Antiche amicizie. Indagine sotto il sole di Diano»

Fratelli Frilli

Provincia di Imperia. Estati 1978, 1980 e 2012. Dopo una serata in discoteca, la notte del 26 luglio 1978 scompare Hannelore, 18enne tedesca in vacanza con i nonni a Diano Marina. Non se ne saprà più nulla. Due anni dopo, la notte del 12 luglio scompare una coppia di ragazzi sulla collina sopra a Cervo, la 19enne Winfrieda e il bel cameriere 23enne dell’albergo dove lei stava con la famiglia. Proprio durante quell’estate si cementa l’amicizia in una banda di cinque ragazzini di Diano, il pingue capo 11enne Angelo Ardoino molto legato a Beatrice, 10 anni, unica donna. Costruiscono una capanna in campagna, si avventurano in una vicina proprietà convinti che padre e figlio stranieri che abitano lì vicino tengano nascosta la ragazza. Oltre 30 anni dopo Angelo è divenuto ispettore di polizia (Squadra Mobile del capoluogo), sta con Elena, 5 anni più piccola, giornalista televisiva a Milano, e collabora con la magnifica Vice 33enne Noemi. Degli altri ragazzini si sono perse le tracce, finché due non muoiono apparentemente in incidenti e arriva da Legnano anche Beatrice, che si sente minacciata. C’è almeno un assassino in circolazione, non ha terminato la propria vendetta.

Il 56enne imperiese Ugo Mariano (già impiegato delle Ferrovie e dei Vigili del Fuoco) in meno di un decennio si è affermato come bravo scrittore di genere (noir, storico, fantasy) e prosegue la fortunata garbata serie gialla della coppia Angelo-Noemi, in terza sugli investigatori (ma all’inizio stona un po’ la prima persona dell’assassino) alternando a lungo quanto avvenne nel 1980 e poi nel 2012. I protagonisti sono simpatici e lo sguardo è sempre benevolo, finalmente senza particolare introspezione morbosa. Le goduriose estati liguri e il territorio della Riviera di Ponente sono oggetto di struggente affetto (meritato). Pare si debbano a Jose la ricetta dei fiori di zucca ripieni preparati da mamma Luigia per la gioia dei familiari e al (collega) sommelier Milko i numerosi abbinamenti vino-cibo lungo tutta la narrazione: dal Vermentino al Pigato, dal Frascati al Fiano di Avellino, dal Rossese di Dolceacqua al Blanc de Noirs (che arriva dalla gendarmeria francese per festeggiare la positiva collaborazione).

Michael Katz Krefeld

«Alla deriva»

Einaudi

Copenaghen e Stoccolma. 1979-80 e 2010-13. In Svezia un ignoto assassino sta uccidendo svariate prostitute, sistemando i cadaveri come statue imbiancate nelle autodemolizioni: le uccide, strappa la pelle ai corpi, le concia, le impaglia, imbianca il tutto con la calce. C’è un nesso con la morte di una moglie e madre a inizio 1980. Dal 15 ottobre 2010 anche la prostituta danese 21enne Masja (in arte Karina) viene venduta dal suo ragazzo Igor al racket della prostituzione per saldare un debito di gioco. Finisce schiava del furbo perfido potente trafficante Vladimir Slavros, capelli neri impomatati e occhi piccoli, codino e barbetta da satiro, reduce russo della guerra in Cecenia, ben organizzato uomo d’affari anche in Svezia, per quanto l’Interpol gli dia la caccia. Il “protettore” le fa credere che potrà finire di pagare il debito; Masja comincia a scrivere un diario segreto, regge con l’eroina, organizza una fuga; la madre (di origini lituane) continua a cercarla, vuole qualcuno per trovarla, coinvolge Thomas Ravnsholdt. Ravn vive sulla barca ormeggiata a Christianshavn, quasi sempre zuppo d’alcol, in aspettativa dalla polizia dopo che gli hanno ucciso l’amatissima Eva. Ci prova.

Il bravo sceneggiatore (corti, serie tv) e scrittore danese 49enne Michael Katz Krefeld inaugura una nuova serie, in terza persona varia, già un discreto successo internazionale, dedicato alla moglie Lis. Ravn “Corvo” è incerto se tornare nell’appartamento dove vivevano felici (prima della rapina in casa, mentre lui era al lavoro) e se tornare a fare il mestiere che amava, vedremo i seguiti. L’eroe e la trama non sono originalissimi, tuttavia l’intreccio di biografie e tempi è compatto, molti personaggi sono rimarchevoli, le ambientazioni efficaci. Clima e dinamiche sono da Nord Europa, emergono come sempre le idiosincrasie fra Paesi e popoli confinanti. La triste sofferente relazione fra le prostitute restituisce odi e alleanze dei piccoli gruppi, in un inferno. Il piccolo albero a vela “Bianca”, il cane Møffe, i veri amici salvano la vita. Nei casini non si mangia e non si beve granché. Musiche e parole dalle canzoni di Daryl Hall, in particolare «Everytime You Go Away»: porta con te un pezzo di me!

Deon Meyer

«Cobra. Ogni proiettile ha una storia da raccontare»

Edizioni e/o

Cape Town. Giugno 2013. Il bianco robusto capitano 45enne Bennie Nikita Benna Griessel, brizzolato e rugoso, capelli folti e ribelli, occhi slavi e luminosi, divorziato bassista dilettante, da qualche mese è perfettamente integrato con gli Hawks (squadra investigativa speciale) e da qualche settimana (con i due figli lontani) vive bene dalla manager musicale bionda e sensuale Alexa Xandra Barnard (più grande, sobria da 150 giorni) ma ricomincia a mentire, l’alcolismo è quasi passato (sobrio da 422 giorni) piuttosto non regge il sesso quotidiano! Appare reticente col suo capo e col suo sponsor fra gli Alcolisti Anonimi, poi è travolto dal nuovo delicato complicato caso. Freddate due guardie del corpo e un cameriere, hanno rapito il cittadino inglese che si nascondeva (senza identità e motivi) in un resort vitivinicolo di un tedesco a Franschhoek, trovano bossoli con inciso un serpente, è un caso internazionale, emergono affari del terrorismo e delle banche, segreti e complotti, killer e spie. E ci va di mezzo anche il 21enne borseggiatore nero che ruba con scaltrezza per pagare l’università di sua sorella a Stellenbosch, ha preso un portafoglio pericoloso.

Deon Meyer, sudafricano (di Paarl) 57enne ex consulente Bmw, consegna un altro meraviglioso romanzo, in terza sui due protagonisti, il poliziotto e il ragazzo. Scrive in afrikaans (2013), viene tradotto in inglese e (dall’inglese) in italiano. viene tradotto in inglese (2014) e (dall’inglese) in italianoviene tradotto in inglese (2014) e (dall’inglese) in italiano viene tradotto in inglese (2014) e (dall’inglese) in italianoviene tradotto in inglese (2014) e dall’inglese in italiano. Il suo “eroe” era stato tutore dell’ordine anche col vecchio regime, ci fa capire molto degli afrakaans plurali, la formula letteraria (già in McBain) lo fa invecchiare più lentamente come individuo rispetto ai contesti storici sociali. I personaggi sono tutti ben caratterizzati in un impasto ironico e divertito, per quanto duro. Meyer non si limita a un genere (thriller), padroneggia più generi e tutti i registri emotivi, ottimo! Narra in modo magistrale l’ “ideale” contesto noir del Sudafrica post-apartheid, nero, bianco, meticcio: il guazzabuglio di polizie, corpi, affari, religioni, pronunce, musiche, cibi, sessi, lingue (con glossario finale, sono 11 quelle ufficiali). Sempre con attenzione alla grande criminalità organizzata globale, ai matematici illeciti del capitalismo finanziario e della corruzione istituzionale. Non c’è tempo per ristoranti e cucine: pasti insapori. Molta musica, Neil Diamond. Copertina bella ma estranea.

Fred Vargas

«Tempi glaciali»

Einaudi

Parigi e Grimsey (Islanda). Aprile e maggio scorsi. Nel XV° accadono due strani apparenti suicidi, il vulcanico commissario Bourlin non si fida e coinvolge quelli dell’Anticrimine, che operano nel XIII°. Il piccolo commissario capo Jean-Baptiste Adamsberg, bel mattiniero ultracinquantenne, cafone montanaro originario del pirenaico Béarn (padre calzolaio), pelle olivastra, lineamenti scavati, capelli bruni spettinati, naso aquilino, algoso sguardo svagato, mento debole, al polso sinistro due orologi (imprecisi), ha perso autorevolezza fra i suoi 27 collaboratori. Anche il vice (di fatto) meticoloso colto comandante Adrien Danglard questa volta vede crescere dubbi e incomprensioni. Prima sembra che tutto risalga a una storia di 10 anni prima in Islanda, violenze e cannibalismo gestiti da un cattivo che teneva in pugno 11 francesi isolati, a stento sopravvissuti per giorni. Poi prevale la pista di un’associazione di ammiratori della Rivoluzione e del Terrore, la società per lo studio degli scritti di Maximilien Robespierre. Morti antiche e nuove si aggiungono, qualcosa ruota intorno a un allevamento della periferia, suicida (?) il conte, bugiardi il figlio e il segretario.

Ah, ce ne fossero di gialliste poetiche così! L’ottima archeozoologa dotatasi dello pseudonimo Fred Vargas è lieve e ironica, doppia e multipla, fiabesca e illuminosa: una musicale leccornia per l’estate. Narra in emozionante terza quasi sempre sul protagonista, invidiato non solo dall’autrice (che fatica a creare grandi femmine seduttive). La cosa più acuta e divertente sono gli opposti colleghi e subalterni, spesso riuniti in “concilio” con il capo: i positivisti materialisti disturbati dalle divagazioni erratiche e gli accomodanti per i quali c’è poco di male a spalare nuvole di tanto in tanto, cui si aggiungono moderati ed esitanti (destra e sinistra verso il centro). Soliti dialoghi surreali e curiosità linguistiche, uno stile assecondato da stranezze ossefiane e multimediali. Interessante le citazioni dei grandi personaggi storici, la concretezza non difetta. In copertina il cinghiale Cino. Segnalo che il moto prevale sempre (contro stabilità e inerzia). Si usa il vino per far allentare i freni.

(*) Le recensioni di Valerio Calzolaio negli ultimi 15 anni sono state pubblicate su «Il salvagente» che ha dovuto sospendere l’uscita in edicola; ma Valerio continua a inviarle, in attesa di… nuove riviste o nuove formule.

 


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