La bontà disarmata (e un po’ loffia)

Una quindicina di anni fa un gruppo di associazioni impegnate nel sociale lanciò (senza successo) una campagna che – se la memoria non mi tradisce – era intitolata “Il gatto e la volpe”. Denunciava che proprio in chi era più impegnato nella solidarietà era forte lo sconcerto nel vedere che una minoranza di ong (o di onlus, insomma il nome conta poco) doveva subire la cattiva fama di moltissime altre che chiedevano soldi per scopi “personali” se non truffaldini; si chiedeva anche una nuova legge che purtroppo non arrivò. Da allora la situazione è peggiorata. A fare il punto sulla situazione torna utile “L’industria della carità” (sotto-titolo “Da storie e testimonianze inedite il volto nascosto della beneficenza”, prefazione di Alex Zanotelli) che a gennaio Valentina Furlanetto – giornalista fra l’altro a “Radio 24” – ha pubblicato con Chiarelettere (248 pagine per 13,90 euri).
“Per salvaguardare oceani, balene, foreste, ambiente Greenpeace Italia ha utilizzato due milioni 349mila euro, meno di quanto spenda per pubblicizzarsi e cercare nuovi iscritti: 2 milioni 482mila uro”: così il bilancio 2011 dell’associazione. Questa è una delle frasi- civetta che, come abitudine per i libri di Chiarelettere, apre l’indagine di Furlanetto. Stiamo parlando di Grrenpeace, dunque di un’associazione al di sopra di ogni sospetto, che deve però fare i conti con gli altissimi costi della pubblicità-informazione per sostenersi. E’ uno dei problemi, non l’unico. Un altro, molto più complesso, è affidato – sempre a inizio libro – a questa citazione di Antonio Gramsci: “La bontà disarmata, incauta, inesperta e senza accorgimento non è neppure bontà, è ingenuità stolta e provoca solo disastri”.
Furlanetto è molto brava a far parlare i numeri e le persone. Il volume si divide in quattro sezioni con titoli molto espliciti: “Il circo umanitario”; “Questione di marketing”; “Il lato oscuro di Robin Hood”; l’impressionante “Il supermarket dei bambini” sugli imbrogli delle adozioni internazionali. Nel suo epilogo, Valentina Furlanetto ricorda che “la filantropia ha fatto cose importanti”, non è da biasimare, anzi. Però “fare beneficenza vuol dire esercitare molto potere (…) e il potere senza la supervisione e il controllo democratico può causare seri danni”. Quanto all’informazione l’autrice colpisce nel segno quando rammenta che “un cronista che parte per l’Africa al seguito di un’associazione umanitaria (…) non è diverso dal giornalista embedded che parte con l’esercito”. Gli elmetti più pericolosi, si sa, non stanno sopra la testa ma dentro il cervello: vale per giornalisti e per tutte/i noi, ovviamente compreso chi scrive. Sagge le parole conclusive del libro: “Sarebbe sbagliato se, arrivati fin qui, vi foste convinti a non donare più un euro, a scansare il banchetto con l’azalea, a non fidarvi più di nessuno. Se però, quando qualcuno vi chiederà soldi per una buona causa, non guarderete solo l’immagine del bambino su tramonto africano (…) ma controllerete soprattutto la serietà e i conti di quella associazione allora queste pagine avranno avuto un senso”.
Nella prefazione Zanotelli si rammarica che dai tempi (1985) in cui denunciò la “mala cooperazione” quasi nulla è mutato: “Al momento – scrive – l’unica cooperazione portata avanti sia dal governo Berlusconi sia dal governo Monti è il business”. Si addolora Zamotelli perché – spiega – “gli italiani sono un popolo generoso” ma “la generosità non deve servire a scaricarci la coscienza”. Insomma: “basta con la carità, c’è bisogno di giustizia”. E conclude: “La liberazione viene sempre dal basso, dai poveri, mai dai ricchi”. Ecco le questioni di fondo che si intrecciano con le altre (più contingenti però importanti nell’immediato) che Furlanetto ci pone, in bell’ordine, sotto gli occhi. Sì, “è importante questo libro”, ha ragione Zanotelli.

BREVE NOTA

Questa mia recensione è su “Corriere dell’immigrazione” e spero che uscirà altrove. (db)

Redazione
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