La difficile declinazione femminile della Destra

tratto da “Politica di un certo genere”.

In coda trovate notizie su sterilizzazione forzata e diritti riproduttivi negati nel libro Reprocidio di Ilaria Maria Dondi che sarà presentato l’ 8 luglio da Noi Libreria a Milano.

Ciao, questo articolo è tratto da “Politica di un certo genere”, la newsletter di Pagella Politica che spiega perché le questioni di genere sono anche una questione politica.

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Il difficile rapporto della destra con il linguaggio declinato al femminile

Mercoledì 24 giugno, durante le votazioni sul “Piano Casa” alla Camera, il deputato di Futuro Nazionale Emanuele Pozzolo si è rivolto per tre volte ad Anna Ascani, vicepresidente della Camera e deputata del Partito Democratico, chiamandola «signor Presidente». A quel punto, Ascani gli ha chiesto di usare il femminile e, al rifiuto di Pozzolo, l’ha chiamato ironicamente «collega deputata Pozzolo». «Io ho usato il termine istituzionale, lei deve rispettare un deputato che usa i termini istituzionali. Non può permettersi!», ha risposto Pozzolo.

Quest’uso delle parole declinate al maschile anche in riferimento a figure femminili non è un episodio isolato, né tantomeno una novità. Quella del linguaggio è una battaglia culturale che Futuro Nazionale ha deciso di mettere esplicitamente al centro della propria identità politica. Già all’assemblea costituente del partito, il 14 giugno, il coordinatore Lorenzo Gasperini aveva annunciato «un programma senza asterischi, senza schwa», rivendicando di «chiamare le cose col loro nome».

Questo atteggiamento, però, non è una prerogativa esclusiva di Futuro Nazionale. Giorgia Meloni parla di sé come «il presidente del Consiglio» e lo stesso fanno le ministre del suo governo, oltre a molte deputate e senatrici soprattutto di centrodestra. Ma perché per la destra la declinazione al femminile di ruoli e cariche ricoperti da donne è diventata una battaglia politica? Prima di provare a rispondere a questa domanda con l’aiuto della sociolinguista Vera Gheno facciamo un passo indietro e ripartiamo dalle parole di Emanuele Pozzolo.

Citazioni fuorvianti

Dopo il battibecco in aula, il profilo di Futuro Nazionale su Instagram ha scritto che «la lingua italiana non si piega agli asterischi, alle mode ideologiche e alle lezioncine della sinistra». A sostegno della propria posizione, il partito ha citato l’Accademia della Crusca. Secondo Futuro Nazionale, l’Accademia della Crusca aveva scritto che si può usare il maschile non marcato quando ci si riferisce «in astratto all’organo o alla funzione», indipendentemente dalla persona che lo ricopre. Una tesi poi ripresa sui social anche dal leader del partito, Roberto Vannacci. Ma, come ha spiegato il linguista Michele Cortelazzo su Instagram, «Anna Ascani non è un organo astratto, non è un’entità astratta. È una persona in carne ed ossa di sesso femminile».

È probabile che Futuro Nazionale, richiamando l’Accademia della Crusca, si riferisse al parere dato dall’istituzione nel 2023, in risposta a un quesito della Corte di Cassazione sulla scrittura rispettosa della parità di genere negli atti giudiziari. Quel documento, tra le altre cose, invita magistrati e funzionari a fare «uso largo e senza esitazioni dei nomi di cariche e professioni volte al femminile». Inoltre, nel testo si legge che l’uso del maschile vale per i riferimenti astratti alla carica, non quando ci si rivolge direttamente a una persona. In altre parole, si può usare il maschile quando si parla della funzione in senso generale, per esempio “le attribuzioni del vicepresidente”, ma se quella funzione è ricoperta da una donna e ci si riferisce a lei concretamente, la forma coerente è il femminile; quindi, in questo caso, “la vicepresidente Ascani”.

Nelle stesse indicazioni, poi, la Crusca raccomanda di fare «ricorso in modo sempre più esteso ai nomi di professione declinati al femminile. Questi nomi possono essere ricavati con l’applicazione delle normali regole di grammatica (ingegnere > ingegnera, il presidente > la presidente…)». Insomma, per parlare di Ascani in quanto vicepresidente della Camera, la Crusca direbbe esattamente il contrario di quello che Pozzolo ha fatto.

La destra e il linguaggio

«L’episodio tra Pozzolo e Ascani non rientra tecnicamente nelle questioni del linguaggio inclusivo o ampio, perché si tratta semplicemente dell’uso grammaticalmente corretto dei femminili professionali che è previsto dalla grammatica italiana», ha detto a Pagella Politica la sociolinguista Vera Gheno. «Fin dai tempi delle Raccomandazioni per un uso non sessista della lingua italiana di Alma Sabatini, che sono del 1986, chiamare le donne in posizioni apicali al femminile è sempre stata sentita come una cosa di sinistra. Tant’è vero che anche Alma Sabatini era una politica di sinistra, oltre che una linguista. C’è stata una deriva per cui i tradizionalisti preferiscono chiamare le donne al potere al maschile e invece i progressisti al femminile».

Ma, al di là del caso specifico, da dove nasce questo diverso “approccio” di destra e sinistra nei confronti del linguaggio? Secondo Gheno bisogna tenere conto di una serie di fattori insieme. «Il primo è che la destra è consapevole che la maggior parte degli italiani non riesce ad accettare in maniera serena l’idea che la lingua possa cambiare, mentre di fatto il cambiamento linguistico è assolutamente naturale perché la lingua è lo strumento attraverso il quale noi esseri umani conosciamo. Abbiamo bisogno di nominare le cose, perché nominandole ne possiamo parlare di conseguenza. A seconda di come nominiamo le cose può cambiare moltissimo la percezione che abbiamo». Questa difficoltà degli italiani nell’accettare il cambiamento linguistico secondo Gheno – che sposa la tesi del linguista Tullio De Mauro – è da ricercare nel fatto che «a scuola non si insegna a ragionare sulla lingua, non si passano conoscenze metalinguistiche, non ci si fanno domande come “che cos’è una lingua, a cosa serve, come cambia, come nascono, crescono e muoiono le parole”. Normalmente a scuola si studia grammatica, si fa antologia, e quello che rimane fuori è la capacità di ragionare sulla lingua come strumento».

A questi fattori si aggiunge il fatto che «le questioni linguistiche gonfiate sono utilissime per distrarre da altre cose. E quindi la gente si getta a discutere del sesso degli angeli invece di tutti gli altri problemi». Infine, secondo la sociolinguista, su quest’uso del linguaggio incide anche la poca conoscenza della grammatica italiana.

Un cambiamento possibile?

Secondo Gheno, per un cambiamento di approccio nei confronti dell’evolversi della lingua sarebbe necessario «portare un po’ di linguistica a scuola. E questo lo diceva già Tullio De Mauro nel 1975 nelle Dieci tesi per l’educazione linguistica democratica, perché non basta l’educazione formale all’uso della lingua ma bisogna anche stimolare il pensiero metalinguistico. Questa cosa, a parte rari casi, è rimasta un po’ lettera morta».

Il cambiamento, quindi, richiederà ancora tempo, ma ogni persona può fare la sua parte. «Secondo me uno dei grandi inganni della società del presente è quello di averci convinti che nei processi sociali noi gente comune non abbiamo un ruolo, che siamo come moscerini sul parabrezza della storia – ha concluso Gheno –. E invece questa cosa va sfatata. Ho la sensazione che tendiamo a dimenticarci che la società è fatta dalla somma dei comportamenti degli individui che la compongono. Se acquisiamo una maggiore consapevolezza linguistica, del valore o disvalore delle nostre parole, in realtà un ruolo attivo nel cambiamento possiamo averlo. Dovremmo riconoscere di poterlo avere».

📖 Prima di salutarci, un consiglio di lettura

Colpire la catena riproduttiva di un popolo per evitare che abbia un futuro. È quello che l’attivista americana Loretta J. Ross ha chiamato “reprocidio” in riferimento a pratiche di sterilizzazione forzata e di diritti riproduttivi negati attuati nei confronti di popolazioni marginalizzate degli Stati Uniti. In Reprocidio (UTET, 2026) la giornalista esperta di questioni di genere Ilaria Maria Dondi parte dalla definizione di Ross, e la attualizza per descrivere che cosa sta succedendo da decenni in Palestina.

«Senza case, senza uliveti, senza scuole e senza luoghi di culto, le pratiche di cura e di trasmissione si perdono (…). Disarticolate le famiglie, cancellate le vite dei vecchi, e con loro la memoria storica, massacrati uomini, donne e bambini e negata la possibilità della riproduzione biologica e sociale, si creano le condizioni di una sospensione perpetua della vita», scrive Dondi. È in questo contesto che «ogni madre che partorisce sotto le macerie, ogni bambino che nasce in una scuola distrutta o in una tenda di fortuna è una crepa di questa macchina. Ogni albero che non viene abbattuto, ogni seme che germina in un campo contaminato, ogni gesto di cura verso la terra è un atto di resurrezione».

In 150 pagine l’autrice ripercorre i numerosi tentativi messi in atto nella storia recente di limitare i diritti riproduttivi di alcuni gruppi – dalle sterilizzazioni forzate alla negazione delle cure ostetriche e ginecologiche – dedicando uno spazio particolare alle persone che vivono in Palestina.

Questo libro è consigliato a chi vuole provare a guardare alla questione palestinese andando oltre il filtro dello sguardo occidentale. Superare la distanza con cui l’Occidente guarda corpi e pratiche riproduttive altrui significa rendersi conto che la distruzione riproduttiva non è un effetto collaterale della guerra, ma uno dei suoi strumenti.

Mercoledì 8 luglio sono felice di accompagnare Ilaria Maria Dondi nella presentazione di Reprocidio da Noi Libreria, in via delle Leghe a Milano, alle ore 19. Se vi va, ci trovate lì!

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