Là dove inizia e finisce l’umanità: un…

invito alla riflessione, partendo dalla lettura di «Borne»

di Bianca Menichelli

«Lo scrittore scrive, ma il libro non diventa reale finché il lettore non entra nel sogno narrato e non ne collega i pezzi. Perciò comincia dal centro e leggi verso gli estremi, inizia dalla fine e leggi all’inverso; spetta a te dare forma, tagliuzzare, intagliare, usare le forbici, legare, incollare, rifilare, raschiare, dipingere, arrabbiarti, imprecare e scagliare l’opera da un capo all’altro della stanza (e allora avremo un’altra cosa in comune); spetta a te mettere insieme i pezzi in modo che combacino e forse perfino mostrare come dovrebbe essere fatto il lavoro». William Least Heat Moon «Prateria», 1994 Einaudi, traduzione di Igor Legati

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Non occorre creare mondi alieni ai confini della realtà per suscitare in chi legge una sensazione di dejà-vu nella quale però passa fuggevole la visione laterale di una realtà traslata che si riconosce come propria.

Basta un libro come «Borne» di Jeff VanderMeer (2018, Einaudi, traduzione di Vincenzo Latronico).

Qualcuno, storcendo il nasino, parlerà di fantascienza; qualcun altro di narrativa d’anticipazione.

Preferisco definire questo libro come una scatola per gli attrezzi che in qualche modo ci possa aiutare per il futuro, partendo da noi stessi.

La domanda, a volte sotterranea, che percorre le pagine è :«Sono una persona?» e, in subordine, cosa significa essere una persona? Qual è il senso della vita? Se ognuno deve avere uno scopo, quale è “il mio”_ sopravvivere e aspettare? Aspettare che tutto ritorni come prima? La vita tranquilla delle città, delle abitudini, degli svaghi, dello studio, delle amicizie e degli amori, delle piccole scoperte, del diventare grandi?

Partendo da sé, ciascun personaggio – Rachel, Wick, Borne – a volte essendone cosciente, a volte no, cerca una propria strada che sia meno dolorosa rispetto al passato, con tutto l’amore di cui ognuno di loro è capace nei confronti dell’altro.

Anche se in un modo che spesso è alieno (alius, altro) dalle consuetudini comprovate, essi cercano di formare assieme qualcosa che assomigli a una famiglia; una coppia che litiga, una madre che si strugge per il suo bambino, un figlio che, per non perdere la madre, cerca senza riuscirvi di essere diverso da ciò che la sua natura lo “costringe” a fare. Una famiglia nel vero senso della parola che tuttavia il sottosegretario Simone Pillon non approverebbe.

La parola “amore” non compare se non in un paio di occasioni, di sfuggita; si può tuttavia affermare che il libro di amore parla, eccome. Verso tutti, umani e inumani, persone e cose, animali, spettri e bio-tec. Verso Mord, l’antagonista, l’orso volante e assassino che non sempre è stato orso, ma umano e amico.

Aperta parentesi: l’autore fra i ringraziamenti dice «Sono grato agli orsi per aver sopportato tutte le sciocchezze che ho scritto sul loro conto. Gli orsi sono animali affascinanti, intelligentissimi, scaltri, maestosi. Si meritano amore e sostegno. Se ne vedete uno, vi prego, non scappate. Piuttosto restate immobili. Se necessario buttatevi a terra, senza muovere un muscolo, e fingete di essere un grosso sasso». Qualche cautela è sempre necessaria. Chiusa parentesi.

Ed eccoci alle bio-tec, forme di vita che sono mutate nei modi più strani e straordinari. Sono state create da una fantomatica Compagnia che rappresenta l’estrema degenerazione della ricerca, volta non al benessere di tutti, ma alla conquista, al predominio, alla forza che deve sopraffare e uccidere per la conservazione del potere. Le bio-tec vivono – se si può parlare di vita – tra fiumi morti e velenosi, laghi di liquami, case distrutte e fantasmi di un passato che sembra appartenere a una fantasia. Esattamente come i pochi umani (?) che le cacciano per mangiare e per non essere mangiati; una catena alimentare continuamente rinnovantesi.

I ricordi di Rachel sono quelli di una bambina che ha vissuto pochi anni sereni con i genitori. «Un tempo era diverso. Un tempo la gente aveva case e genitori e andava a scuola. Le città esistevano all’interno degli stati e quegli stati avevano dei governi. Si viaggiava per svago o per avventura, non per sopravvivere…. Incredibile, la facilità con cui un inciampo era diventato una caduta libera e la caduta libera un inferno che abitavamo come spettri in un mondo infestato. Un tempo, quando avevo otto o nove anni, volevo ancora fare la scrittrice o perlomeno qualcosa di diverso dalla rifugiata. Non volevo fare trappole. Non volevo andare a caccia di rifiuti. Non volevo uccidere. Riempivo i miei quaderni di parole scarabocchiate. Poesie che parlavano di quanto amavo il mare. Riscritture di favole».

Quale sia stato “l’inciampo” Rachel ce lo dice più avanti: «Sono nata su un’isola che non cadde per una guerra o un’epidemia ma per l’innalzamento del mare…. Avevamo tutto ciò che potevamo volere, forse di più. Sapevamo chi eravamo… Avevo solo sei anni quando ce ne andammo, imbarcandoci come rifugiati».

Il capitolo si intitola “Da dove venivo e chi ero”. E’ la parte che più di altre si innesta nel nostro presente e che insinua forti brividi lungo la schiena.

Questo è un libro da leggere perché parla del nostro futuro (e non per metafora). Molte altre riflessioni ci sarebbero da fare, così come è dolce lasciarsi trasportare dalla tenerezza che pervade il rapporto tra Rachel e Borne; sono pagine di tale familiarità che ognuno può specchiarcisi senza paura di restarci intrappolato. Ognuno faccia la propria scelta di interpretazione.

Un’ultima nota sull’autore: Jeff VanderMeer è stato, assieme alla moglie Ann, il curatore dell’ottima antologia tradotta in italiano «Le visionarie: fantascienza, fantasy e femminismo», 2017 Nero. Mi piace pensare che «Borne» sia il risultato di una loro collaborazione, non come coppia, ma come persone.

 

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