La finanza che fa male al ricco e al re

di Mag-Roma (*)
Il legislatore non ha mai visto di buon occhio i gruppi di cittadini che si mettono insieme per autogestire denaro e mutualismo. Per questo le vicende delle Mag, le Mutue di autogestione, sono un pozzo di resistenza creativa

«E sempre allegri bisogna stare
che il nostro piangere fa male al re
fa male al ricco e al cardinale…»
(Dario Fo / Enzo Jannacci)

“Oggi finalmente discipliniamo il microcredito” disse entusiasta il legislatore.
“Scusate, ma chi ve l’ha chiesto?” domandò chi si occupa di finanza etica.
“Nessuno ce l’ha chiesto, per quello lo facciamo” rispose il legislatore.
Questo, riferiscono le fonti, pare sia stato il dialogo fra il legislatore (il governo che ha emanato il decreto legislativo 141/10, modificando l’articolo 111 del Testo unico bancario) e i soggetti che si occupano di finanza etica.
Ma facciamo un po’ di storia della finanza etica in Italia. Le Mag (Mutue di autogestione) nascono dall’obiezione monetaria, dall’idea cioè che il denaro possa essere usato come strumento di giustizia e cambiamento sociale e da quel tentativo di gestione collettiva dei beni che, quaranta anni fa, ne erano tutti certi, sarebbe stato il futuro. Il meccanismo era semplice: si costituiva una società, si raccoglieva del denaro e lo si prestava senza garanzie reali (tipo ipoteche o cose del genere) ma personali (cioè basate sulla fiducia). Nel 1978 Mag Verona fu la prima, poi ne seguirono altre (Mag 2 a Milano, Mag4 a Torino, Mag6 a Reggio Emilia, poi MagVenezia e altre ancora, fra cui, di recente, MagRoma e MagFirenze). Vennero finanziate iniziative che creavano lavoro e miglioravano l’ambiente e il tessuto sociale della città in la Mag operava.
Poi il legislatore divenne sospettoso: “Ma se raccogliete risparmio e concedete finanziamenti fate il lavoro di una banca, le banche sono sacre, non si può”. Le Mag dovettero convertire così il risparmio in quote di capitale, cioè chi metteva il denaro non poteva più versare e ritirare come se avesse un conto corrente, ma doveva acquistare quote di capitale. Nonostante non fosse facile far comprendere questa novità, le Mag ci riuscirono.
Poi il legislatore ebbe una nuova preoccupazione: “L’attività finanziaria è rischiosa e chi la svolge deve avere almeno 600.000 euro di capitale (all’epoca c’erano le lire)”. Anche in questo caso le Mag riuscirono nell’impresa.
Nel frattempo alcune Mag, insieme ad altre realtà associative, anche a causa delle simpatiche trovate del legislatore, avevano costituito Banca Etica. Quando lo seppe, il legislatore fu felice, finalmente una banca cui applicare le norme ordinarie.
“Ma noi non siamo una banca ordinaria, siamo una banca etica” dissero quelli. Il legislatore replicò: “Già è tanto che vi facciamo esistere. Perché questa parola – Etica – un po’, mmm, ci innervosisce. Che vuol dire, che le altre banche non sono etiche?!.
Poi il colpo di scena. Nello stesso ambito delle Mag operavano infatti anche le temute ‘finanziarie’ considerate dal legislatore molto rischiose e dalle condotte opinabili. Questi ritenne quindi di adottare un intervento selettivo tipo “quanto mi piace l’odore del napalm la mattina” e adottò la Grande Riforma Lampo (d. l.vo 141/10) nel quale si prevedevano requisiti patrimoniali molto superiori ai 600.000 euro precedenti (a questo punto c’erano gli euro) e obblighi di comportamento molto simili a quelli delle banche.
Il legislatore non aveva potuto però ignorare che, nel frattempo, aveva vinto il premio Nobel per la Pace Muhammad Yunus dal Bangladesh che aveva costituito una società (la Grameen Bank), raccolto del denaro e prestato senza garanzie reali (tipo ipoteche o cose del genere) ma personali (cioè basate sulla fiducia). Quindi, se si paragona questa attività con quella delle Mag, Yunus scoprì il “microcredito” come Cristoforo Colombo scoprì l’America.
In tutto il mondo ci fu il boom… convegni, tavoli di lavoro, libri, non si parlava che di microcredito. Così il legislatore fu obbligato a tenerne conto mitigando il raffinato criterio selettivo del napalm alla mattina facendo sopravvivere le società finanziarie che rispettassero le norme del Regolamento Lampo sul microcredito.
“Ma noi non facciamo solo microcredito, concediamo finanziamenti per oltre 25.000 euro, anche per estinguere debiti pregressi con banche e finanziarie e non….” dissero le Mag. Il legislatore le interruppe: “Già è tanto che vi facciamo esistere. Perché questa parola – Autogestione – un po’, mmm, ci dà fastidio. Guardate le banche, hanno una governance, già la parola rassicura, altro che autogestione”. Le Mag cambiarono strategia: “usa la forza dell’altro per colpire”, insegnava Sun Tzu: “Allora contate quante finanziarie oggi fanno microcredito in Italia e vedrete. Se restringete troppo non si iscriverà nessuno e farete una figuraccia” replicarono le Mag.
“Centinaia saranno centinaia, per milioni di euro di finanziamenti, come in Inghilterra, come in Bangladesh, Yunus dice che il microcredito è conveniente anche per chi lo fa” rispose il legislatore. Gli suggerirono però di contarli davvero questi operatori di microcredito, ricordandogli che in altri Paesi la soglia antiusura non esiste e che quindi si fissano anche interessi molto alti perché solo così può essere conveniente, che si può raccogliere il risparmio, che non vi sono i vincoli normativi italiani, che, soprattutto, altrove, il microcredito viene sostenuto e non guardato con diffidenza.
“Ma Yunus – dice che…” aggiunge il legislatore. “…Yunus dopo un giro esplorativo in Italia, si è guardato bene dall’aprire qualcosa da noi” replicarono le Mag. Il legislatore, a malincuore, modificò alcuni punti della bozza di Regolamento Lampo (dopo quattro anni la Riforma Lampo del microcredito non è ancora in vigore) per consentire ai pochi che facevano microcredito, almeno, di continuare a operare (le Mag possono concedere finanziamenti sino a 75.000 euro).
Il legislatore ci rimase molto male, è un peccato, dover fare i conti con la realtà, con le esigenze, gli sforzi, i bisogni delle persone, ma le Mag lo confortarono, dicendogli che è difficile disciplinare qualcosa che si ignora completamente.
Il legislatore (quattro governi si sono succeduti nel frattempo) chiese: “Posso tornare a disciplinare le banche che mi viene meglio? Posso, eh? Posso?”. Le Mag gli diedero una pacca sulle spalle per rincuorarlo e sorridendo cantarono:
«E sempre allegri bisogna stare
che il nostro piangere fa male al re
fa male al ricco e al cardinale
diventan tristi se noi piangiam
e sempre allegri bisogna stare
che il nostro piangere fa male al re
fa male al ricco e al cardinale
diventan tristi se noi piangiam!».

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(*) ripreso dalla newsletter di Comune-info.

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