Guerra al (corpo del) le donne

di Massimo Lambertini

Il primo giorno del 2011, a Fizi, cittadina del Sud Kivu, nella Repubblica Democratica del Congo, non è stato un giorno di festa. Il giorno precedente, un soldato dell’esercito regolare congolese (FARDC) era stato ucciso da alcuni abitanti, dopo il ferimento di un civile durante un tafferuglio, causato dalle pretesa di alcuni militari di abusare di una donna. Il giorno seguente i suoi commilitoni si sono vendicati stuprando una cinquantina di donne e dandosi al saccheggio. L’unità agiva nel contesto dell’operazione di stabilizzazione denominata “Amani Leo” (Pace oggi) ed era composta anche da elementi provenienti dall’ex gruppo ribelle CNDP (filo ruandese).
Una ventina di giorni dopo, sempre nella stessa zona, sono state stuprate circa 30 persone tra uomini donne e bambini,
senza che sia stato possibile individuare i colpevoli.

Nell’estate precedente, tra il 30 luglio e il 2 agosto 2010, era avvenuto uno dei peggiori stupri di massa, tanto che ne aveva parlato persino la distratta stampa italiana. Nel territorio di Walikale, in Nord Kivu, erano state violentate almeno 303 persone (235 donne, 52 bambine e 13 uomini). I villaggi di Luvungi e Lubonga erano stati i più colpiti dall’attacco congiunto del gruppo Mai Mai Checka e delle FDLR (milizie genocidarie ruandesi riparate in Congo dal 1994). Dieci giorni dopo, di nuovo in Sud Kivu, era toccato a 130 donne.

Eve Ensler, famosa drammaturga statunitense, ha definito quanto si consuma, ormai da anni, nell’Est del Congo, un femminicidio. L’Onu conta 11000 casi riportati nel 2010 ma si presume che quelli non denunciati siano molti di più.

Parlare di stupro è quasi riduttivo: a volte le vittime sono violentate con bastoni, una baionetta, la canna del fucile. Riportano così
gravi ferite all’apparato uro-genitale e non solo. E i danni psicologici sono anche peggiori.

Ma perché tanta efferatezza e perché su scala così ampia?
Che senso ha tutto ciò?

Questi misfatti avvengono in una regione molto vasta, bellissima e maledettamente (per chi ci vive) ricca di minerali rari e preziosi.
Per il loro possesso si scontrano milizie di varia nazionalità e ispirazione politica, in conflitto anche con il disastrato esercito congolese. Un esercito che non si riesce (o non si vuole) riformare e i cui comandanti a volte arrivano ad accordarsi con chi dovrebbero combattere: invece di difendere la popolazione, operano per ritagliarsi la loro fetta di risorse. Anche la MONUSCO, la missione dell’Onu, è inefficace nella protezione dei civili. Di fatto, vige l’impunità assoluta.
Diventa così agevole per le milizie controllare il territorio e i suoi abitanti, da cui ricavare denaro, forza lavoro per le miniere, bambini per farne soldati. Per ottenere questi risultati si sparge il terrore, di cui gli stupri di massa sono un aspetto. Essi sono pianificati e compiuti con fredda determinazione e mirano ad annichilire la donna in tutti i sensi. Perché è lei il vero motore dell’economia (sia che si tratti di lavoro nei campi come di piccolo commercio) e della riproduzione, anche sociale, della comunità
Dopo un’esperienza così traumatica, spesso le famiglie si sfaldano, le donne diventano portatici di stigma sociale e allo stesso tempo i mariti sono tormentati dal senso di colpa per non essere riusciti a difenderle. Infatti, per evitare di essere abbandonate dai mariti o dalla famiglia, molte tacciono. Atti inconcepibili come la violenza sulle anziane poi, hanno lo scopo di shockare tutta la comunità e indebolirne la coesione.

Tutto ciò per impadronirsi di oro, diamanti, cassiterite, coltan e altro ancora. Il coltan (colombite-tantalite) è un minerale strategico ed è usato soprattutto nei componenti aerospaziali e nei dispositivi elettronici come i nostri cellulari, la playstation dei nostri bambini, il computer che sta ora scrivendo di questa brutta di storia. Una storia che ci riguarda quindi, noi del ricco Occidente, anche se sembra una cosa dell’altro mondo. Eppure basta digitare su Google i nomi di certi piccoli villaggi del Kivu per veder apparire pagine e pagine di denunce e resoconti di eccidi, brutalità, ruberie. Tutto è documentato, quasi con pignoleria. Potremo trovare la lista di quanto è stato rubato dalla capanna della signora N., così come quali sevizie sono state inferte alle figlie del signor K. Sapremo a che gruppo armato appartenevano i carnefici, che lingua parlavano, chi li comandava. Sembrano tanti messaggi in bottiglia, affidati al cyber-oceano da una coraggiosa società civile che, da anni, instancabilmente, continua ad esigere giustizia e pace.
I fari dello sdegno internazionale, quando capita, non stanno a lungo accesi su questa tragedia e viene il sospetto che a molti faccia comodo che le cose restino come sono.
Per le donne di Fizi però, qualcosa è cambiato. Il 21 febbraio scorso il tenente colonnello Kibibi Mutware è stato riconosciuto colpevole di aver ordinato la spedizione punitiva del 1 gennaio e condannato a 20 anni di prigione per crimini contro l’umanità (dal 2008 anche lo stupro di guerra fa parte di questi crimini). Altri otto uomini, tra ufficiali e soldati, dovranno scontare tra i 10 e 20 anni.
Molte donne hanno avuto il coraggio di testimoniare durante il processo, tenutosi a Baraka, sul lago Tanganyka.

P.S. Molto interessante il video reportage di Patrick Forestier “Du sang dans nos portables”, sul coltan e altro. Si trova anche in rete.

Donata Frigerio

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