La guerra immaginaria: il piano tedesco…
… contro la Russia e l’economia europea militarizzata.
di Mario Sommella (*)
Quando ho letto dello “scoop” del Wall Street Journal sul piano di guerra tedesco contro la Russia, ho avuto la sensazione di tornare indietro nel tempo. Non alla Guerra fredda, ma a qualcosa di peggiore: un’Europa che, pur in crisi industriale e sociale profonda, trova nella minaccia esterna il collante per chiedere sacrifici infiniti ai cittadini e profitti infiniti al complesso militare-industriale.
Secondo quanto ricostruito dal WSJ e ripreso da diversi media, Berlino ha messo nero su bianco un maxi-piano di 1.200 pagine, battezzato “Operation Plan Germany” (OPLAN DEU), che descrive nel dettaglio come fino a 800 mila soldati tedeschi, americani e di altri paesi Nato verrebbero proiettati verso est, attraverso porti, fiumi, ferrovie e autostrade tedesche, in caso di attacco russo all’Alleanza. Il documento viene presentato come un ritorno alla “mentalità da Guerra fredda”, con un coinvolgimento “di tutta la società”, cioè con infrastrutture civili integrate strutturalmente nella macchina militare.
Il tutto parte da una premessa: funzionari tedeschi e comandanti Nato sostengono che la Russia potrebbe essere “pronta e disposta” ad attaccare l’Europa tra i due e i cinque anni, e che un eventuale armistizio in Ucraina le consentirebbe di riorganizzarsi per colpire un paese Nato. Quindi, dicono, bisogna prepararsi subito.
Io penso esattamente il contrario: questo tipo di narrazione non serve a “prevenire” una guerra, ma a renderla più probabile e a blindare un gigantesco riarmo che ha molto più a che vedere con i conti dell’industria che con la sicurezza delle persone.
Un colosso territoriale in crisi demografica, non un impero in espansione
Partiamo dalla “minaccia russa” così come viene raccontata. La Russia è il paese più esteso del pianeta, con una popolazione che oggi si aggira attorno ai 144-146 milioni di abitanti, in calo e con un’età mediana alta.
È un gigante territoriale che fatica già a presidiare il proprio spazio, attraversato da problemi demografici, sanitari, infrastrutturali. In più, è un’economia basata sull’export di materie prime – gas, petrolio, minerali – che ha sempre avuto nell’Europa un mercato fondamentale.
La domanda è semplice: perché un paese di questo tipo dovrebbe imbarcarsi nell’avventura folle di occupare parte dell’Europa, cioè un continente che non ha grandi materie prime, ma ha invece un enorme fabbisogno energetico e sociale da finanziare? Che interesse avrebbe Mosca a prendersi in carico nuove infrastrutture da mantenere, nuove popolazioni da governare, nuove resistenze da reprimere, mentre già oggi fatica a reggere una guerra logorante in Ucraina?
C’è una contraddizione logica che nessuno a Bruxelles e a Berlino sembra voler vedere. Da un lato ci ripetono che le sanzioni hanno “messo in ginocchio” la Russia, che il suo bilancio è strangolato e il Pil sotto pressione. Dall’altro ci raccontano che, nonostante tutto questo, Mosca sarebbe in grado tra pochi anni non solo di tener testa alla Nato, ma addirittura di attaccarla frontalmente e reggere una guerra convenzionale su scala continentale. O è stremata o è onnipotente: le due cose insieme non stanno in piedi.
I numeri della spesa militare: chi minaccia chi?
Se guardiamo i dati, la sproporzione è impressionante. Secondo le stime del SIPRI, nel 2024 la Russia ha speso circa 149 miliardi di dollari in spese militari, pari a circa il 7,1 per cento del suo Pil.
Nello stesso periodo, la spesa complessiva dei paesi Nato supera abbondantemente i 1.300 miliardi di euro: solo i membri dell’Alleanza in Europa e Nord America hanno raggiunto circa 1.362 miliardi di euro di spesa nel 2024.
Dentro questo quadro c’è poi l’accelerazione europea: nel 2024 i 27 paesi dell’Unione hanno portato le spese militari a circa 343 miliardi di euro, pari all’1,9 per cento del Pil, con una crescita del 19 per cento in un solo anno.
In altre parole: siamo noi, l’Occidente allargato, a spendere circa dieci volte la Russia in armamenti. Eppure la narrazione dominante è che saremmo sul punto di essere travolti da un impero che non si ferma più.
Io non sto dicendo che la Russia sia un attore “innocuo” o rassicurante, pur nelle sue ragioni. È una potenza nucleare autoritaria, che ha invaso l’Ucraina e che ha interessi geopolitici duri, spesso in aperto conflitto con quelli europei. Ma un conto è riconoscere la realtà delle tensioni, un altro è costruire una minaccia caricaturale per giustificare un cambio strutturale di modello economico e sociale in senso bellico.
La promessa di Putin e il rifiuto europeo
In questo contesto, è passata quasi sotto traccia una dichiarazione che a me sembra politicamente decisiva. In una recente conferenza stampa, Vladimir Putin ha dichiarato di essere pronto a garantire “per iscritto” che la Russia non attaccherà nessun altro paese europeo, definendo come una “menzogna totale” l’idea di un’imminente invasione del continente.
Io non ho nessuna vocazione a fare l’avvocato difensore del Cremlino, e so bene che le parole di un leader politico non bastano a rassicurare il mondo. Ma una cosa è certa: se uno dice “mettiamo una garanzia per iscritto”, l’unica risposta razionale è mettersi seduti a un tavolo e vedere se e come si può tradurre quella promessa in un accordo verificabile, multilaterale, con meccanismi di controllo.
Invece la reazione europea è stata l’ennesimo rilancio del riarmo, come se ogni apertura – vera o presunta – fosse un fastidio da archiviare in fretta perché rischia di disturbare il grande affare della militarizzazione permanente.
ReArm Europe: il riarmo come politica industriale
Qui arriviamo al cuore del problema. Il piano tedesco non è un fulmine a ciel sereno. Si inserisce dentro una strategia europea già tracciata, che ha un nome eloquente: “ReArm Europe”.
La Commissione europea, nel suo Libro bianco sulla difesa “Readiness 2030”, scrive esplicitamente che l’obiettivo è “riarmare l’Europa” e trasformare questo sforzo in una leva di competitività economica. Il piano prevede di mobilitare fino a 800 miliardi di euro di spesa per la difesa nei prossimi anni, questo importo tenderà sicuramente a salire, offrendo agli Stati margini extra rispetto alle regole di bilancio, e affiancando a questo un nuovo strumento di prestito europeo, il programma SAFE, da 150 miliardi di euro, dedicato proprio ad armamenti, difesa missilistica, droni, cyber-security.
Tradotto in termini semplici: si apre una gigantesca linea di credito comune, pubblica, per sostenere il complesso militare-industriale europeo, a partire dai grandi gruppi di Germania, Francia, Italia, Spagna. La Commissione lo dice apertamente: il riarmo dovrebbe creare “nuove fabbriche, nuove linee di produzione e nuovi posti di lavoro in Europa”.
Qui il punto politico diventa chiarissimo. La guerra non è solo una tragedia umana o un rischio di escalation nucleare: è anche un modello economico. Nel momento in cui l’industria europea, e in particolare quella tedesca, fatica a reggere la concorrenza cinese sulle auto elettriche, sulla chimica, sull’acciaio, la produzione di armi e mezzi militari diventa la scorciatoia più comoda per gonfiare il Pil, salvare bilanci aziendali, garantire profitti e dividendi stratosferici nelle mani di pochi, e tenere a galla l‘occupazione.
La crisi dell’auto tedesca e la tentazione dell’economia di guerra
Non è un caso che tutto questo avvenga mentre il motore industriale europeo, l’auto tedesca, è in piena crisi strutturale. I grandi marchi tedeschi stanno scontando ritardi enormi sull’auto elettrica, sotto pressione per i costi dell’energia, colpiti da dazi incrociati e, soprattutto, travolti dalla concorrenza cinese, che domina ormai la produzione globale di veicoli elettrici.
La stessa Germania prevede di portare il proprio bilancio per la difesa da 86 miliardi di euro nel 2025 a 152 miliardi nel 2029, a cui si aggiunge il vecchio fondo speciale da 100 miliardi lanciato ai tempi della “Zeitenwende”.
Non è solo una questione di “sicurezza”, è un vero e proprio cambio di paradigma: una parte significativa dell’economia tedesca viene orientata verso la produzione militare. Le stesse tecnologie, linee produttive, competenze della meccanica e dell’automotive possono essere riconvertite a carri armati, blindati, sistemi d’arma. Il piano logistico per far passare 800 mila soldati attraverso la Germania è il pezzo militare di un disegno che, sul piano industriale e finanziario, è già in corso.
Ecco perché l’ipotesi di una Russia che non attaccherà mai l’Europa non è solo “inconcepibile” per alcuni strateghi: è scomoda. Se si toglie lo spettro dell’invasione, crolla la giustificazione politica per questa nuova economia di guerra. Resterebbero solo gli squilibri sociali, le disuguaglianze, la precarietà, il declino industriale, il fallimento delle politiche energetiche. Meglio allora tenersi un nemico assoluto da agitare a ogni voto, a ogni bilancio, a ogni summit.
Un’Europa che non sa più parlare di pace
La cosa che mi colpisce di più, in tutta questa vicenda, è il rovesciamento semantico. Chi prova a parlare di cessate il fuoco, di negoziato, di garanzie di sicurezza reciproche viene trattato come un ingenuo o un complice del nemico. Chi invece prepara piani per portare 800 mila soldati al fronte, scommette centinaia di miliardi di euro su armi e munizioni, costruisce corridoi militari lungo tutto il continente, viene celebrato come “realista” e “responsabile”.
Ma se siamo davvero seduti su un barile di polvere da sparo nucleare, la scelta razionale non è alzare la fiamma sotto la pentola. È fare di tutto per abbassarla. Una guerra convenzionale su vasta scala tra Nato e Russia, oggi, non sarebbe un nuovo 1940: molto probabilmente innescherebbe una rapida escalation nucleare, prima tattica e poi strategica. E in quel caso, tutte le nostre discussioni su pensioni, Pil, spread, Tavares, Merz, Von der Leyen, diventerebbero un ricordo lontano in un mondo devastato.
Io non ho certezze assolute, perché viviamo davvero in un mondo probabilistico, pieno di variabili incontrollabili. So però una cosa: non sono disposto ad accettare che l’ipotesi di “difendere i nostri valori” includa, come scenario concreto, il rischio di un olocausto nucleare su scala continentale soltanto per proteggere il business di pochi colossi industriali.
Russia, Europa e la grande menzogna utile
Torniamo allora alla domanda iniziale: perché la Russia dovrebbe invadere l’Europa? Io continuo a non vedere una risposta razionale. Posso immaginare conflitti locali, provocazioni ai confini, crisi ibride, ricatti energetici, campagne di influenza. Tutto questo è già in corso e continuerà. Ma un’occupazione di parte dell’Europa occidentale richiederebbe una combinazione di capacità militari, economiche e politiche che Mosca semplicemente non ha.
E soprattutto, non le converrebbe. La Russia ha bisogno di vendere materie prime e difendere le proprie aree d’influenza, non di mantenere città europee distrutte e popoli ostili. È semmai l’Europa che, incapace di affrontare la propria crisi sociale e industriale, ha bisogno di un nemico esistenziale per legittimare un salto di qualità nella militarizzazione.
Lo vediamo chiaramente: il grande riarmo viene presentato come una nuova “politica industriale” europea. I cittadini pagano con tasse, tagli al welfare, inflazione e precarietà. Le industrie degli armamenti incassano contratti pluriennali e garanzie pubbliche. La politica si presenta come “difesa della libertà” mentre in realtà consegna interi settori produttivi a un’economia di guerra permanente.
Che cosa dovremmo pretendere, invece
Se prendiamo sul serio la minaccia di una guerra globale, la risposta non può essere quella di moltiplicare le esercitazioni, i piani segreti, i corridoi per i carri armati. Dovremmo pretendere esattamente il contrario.
Dovremmo pretendere che ogni dichiarazione russa di disponibilità a un patto di non aggressione venga presa sul serio, verificata, messa alla prova diplomatica, incardinata dentro un sistema di garanzie reciproche. Dovremmo avere il coraggio di dire che la sicurezza non si costruisce solo con i bilanci della difesa, ma anche con la riduzione delle tensioni, con il disarmo controllato, con la riforma delle istituzioni internazionali.
Dovremmo riconoscere che la vera urgenza per l’Europa non è preparare l’autostrada perfetta per le colonne Nato, ma affrontare la crisi sociale, ecologica e industriale che sta sgretolando le basi della democrazia: salari bassi, precarietà dilagante, servizi pubblici al collasso, industria in affanno, giovani costretti a emigrare.
In conclusione
Il piano segreto tedesco non mi dice che la Russia sta per attaccare. Mi dice, piuttosto, che un pezzo delle élite europee ha scelto la via dell’economia di guerra come risposta alla propria crisi di modello. E ha bisogno, per legittimarla, di un nemico assoluto, irrazionale, incombente.
Io non credo a questa narrazione. Penso che la Russia non abbia nessun interesse a occupare l’Europa, che l’ipotesi di un attacco su vasta scala sia politicamente irrazionale e militarmente suicida. Penso anche che un continente che investe quasi mille miliardi tra riarmo nazionale, fondi speciali e strumenti europei, mentre taglia sul sociale e precarizza intere generazioni, non stia difendendo la “democrazia”, ma un ordine economico in crisi che non vuole mettersi in discussione.
Per questo guardo con grande sospetto a piani come OPLAN DEU. Non perché neghi i rischi, ma perché vedo chiaramente l’uso strumentale della paura. La vera domanda, oggi, non è se la Russia invaderà l’Europa. La vera domanda è se l’Europa deciderà di smettere di trasformare la guerra in una politica industriale, e tornerà a parlare seriamente di pace, giustizia sociale e riconversione civile delle proprie economie.
(*) ripreso da «Un blog di Rivoluzionari Ottimisti. Quando l’ingiustizia si fa legge, ribellarsi diventa un dovere»: mariosommella.wordpress.com
