La guerra non restaura diritti, ridefinisce poteri

articoli, video, disegni di Giuseppe Masala, Raniero La Valle, Jonas Tögel. Tonio Dell’Olio, Antonio Mazzeo, Douglas Macgregor, Domenico Gallo, Giacomo Gabellini, Stefano Orsi, Roberto Buffagni, Alastair Crooke, Scott Ritter, Giulietto Chiesa, Marco Bertolini, Michele Santoro, Clara Statello, Borotba, Usb, Gian Andrea Gaiani, Michele Paris, Fabio Mini, Alberto Bradanini, Pasquale Pugliese, Fabio Marcelli, Massimo Fini, Angelo D’Orsi, Thierry Meyssan, Angelo Baracca, Michele Cangiani, Fulvio Scaglione, Geoffrey Roberts, Kit Klarenberg, Tom Secker, Vauro, Latuff … ma anche le parole di Hannah Arendt.

I Sonnambuli di oggi – Giuseppe Masala

Nell’Europa prebellica, è possibile trovare riflessioni così disinvolte pressoché ovunque. In questo senso, i protagonisti del 1914 erano dei sonnambuli, apparentemente vigili ma non in grado di vedere, tormentati dagli incubi ma ciechi di fronte alla realtà dell’orrore che stavano per portare nel mondo.

Cristopher Clarke, I Sonnambuli

 

La Storia non si ripete, ma fa dannatamente rima. Infatti a ben vedere da almeno un paio d’anni i paesi appartenenti alla Nato ricalcano il comportamento dei governanti europei quando, all’inizio del ‘900, iniziarono la terribile Marcia dei Sonnambuli che nel corso di qualche lustro portò alla Grande Guerra. Si, proprio quella Prima Guerra Mondiale che molti storici considerano probabilmente la madre di tutte le altre guerre europee, compresa questa che vede contrapposte Ucraina e Russia.

Allora come ora tutti i governanti fanno dichiarazioni pubbliche nelle quali si impegnano in favore della pace mentre nel retrobottega ordiscono alleanze possibili per poter scatenare una guerra di vaste proporzioni; allora organizzavano la Triplice Alleanza e la Triplice Intesa, ora cercano di costruire una coalizione di volenterosi che sia disposta a soccorrere l’Ucraina entrando direttamente in conflitto. Allora come ora i governanti tacciano sulle reali motivazioni della guerra; allora era la travolgente crescita dell’Impero Tedesco che minacciava l’egemonia di quello britannico sia nel commercio mondiale che nel mercato valutario con il Marco che stava scalzando la Sterlina nel ruolo di moneta egemone; mentre ora allo stesso modo, l’egemonia del Dollaro americano è minacciata dallo Yuan cinese che rappresenta un paese con un enorme posizione finanziaria netta positiva che finanzia peraltro proprio i disastrati conti con l’estero (Bilancia Commerciale, Saldo delle Partite Correnti e Posizione Finanziaria Netta) dell’ormai decadente iperpotenza americana.  Allora come ora tutti i governanti europei sembrano colpiti da una sindrome del sonnambulo, per citare lo splendido libro di Cristopher Clarke (1) che indaga sulle cause profonde del disastro della Prima Guerra Mondiale: tutti agiscono meccanicamente, passo dopo passo, rispondendo ad una azione dell’avversario con una reazione ma senza guardare a ciò che questo agire comporta nel lungo termine, ovvero dieci passi avanti quando si finisce nell’abisso della guerra.

Infine non si può non notare che allora come ora fuori dall’Europa ci siano ad osservare occhi attentissimi e menti lucide: sicuramente prima dello scoppio della Prima Guerra Mondiale gli USA di Woodrow Wilson avevano già deciso di non entrare subito nel conflitto, facendo scannare gli altri e poi prendendo tutto il banco così come ora sempre gli Usa sembrano risoluti a far combattere una lunga guerra di logoramento della Russia ai propri alleati  preparandosi al grande scontro con la Cina, ma anche Pechino, conscia di essere il vero grande obbiettivo degli USA sta ben in guardia dal soccorrere il grande alleato moscovita e  così risparmia le forze per una fase successiva.

Dopo l’ultimo vertice dei paesi sostenitori dell’Ucraina tenutosi nella grande base americana di Ramstein possiamo dire che però il gran ballo dei sonnambuli è definitivamente concluso e che ora è iniziata un’altra fase: quella della Drôle de Guerre tra la Nato e la Russia.

Già, come dicevo all’inizio di questo articolo la Storia non si ripete ma fa rima riproponendo, l’una a fianco all’altra, situazioni simili già verificatesi in periodi diversi. E infatti se prima del vertice di Ramstein era in corso il ballo dei sonnambuli già visto prima della Grande Guerra, dopo Ramstein credo non sia azzardato dire che ora è iniziata la  Drôle de Guerre, vista nei primi mesi della seconda guerra mondiale sul fronte franco-tedesco (2). Un nuovo “strano conflitto” dove ancora i contendenti non si sono direttamente sparati un colpo ma una guerra di fatto già dichiarato seraficamente dalla ministra degli esteri Annalena Baerbock all’Assemblea parlamentare del Consiglio d’Europa (3); una guerra di fatto ampiamente in corso, dove gli ucraini ormai possono apportare solo la carne da cannone e porre a disposizione il proprio territorio come campo di battaglia, mentre i paesi occidentali forniscono l’addestramento per le truppe, truppe mercenarie di compagnie occidentali (probabilmente composte da militari ai quali è stato ordinato di togliersi le mostrine)  l’artiglieria, i mezzi blindati, i sistemi antiaerei e i sistemi radar, i droni, i satelliti spia, i tank, i colpi d’artiglieria, le munizioni, il carburante per muovere i mezzi e perfino i missili antinave che hanno affondato l’incrociatore russo Moskva.

E ora, dopo il vertice di Ramstein di fine Gennaio, si sta progettando direttamente l’invio di Main Battle Tank (MBT) di produzione occidentale e missili GLSDB (Ground Launched Small Diameter Bomb) (4), progettati dalla Boeing e dalla Saab con gittata superiore ai 150 km e dunque in grado di colpire il territorio russo in profondità, senza dimenticare che ormai si inizia a ventilare apertamente l’ipotesi di trasferire anche Jet da combattimento americani F-16 (5).

Solo un demente o una persona in assoluta malafede può credere in questa situazione alla fandonia che l’Occidente non sia in guerra con la Russia. Per ora certamente una strana guerra – una Drôle de Guerre –  ma dove tutto lascia pensare che, presto o tardi, si trasformerà in una guerra a tutti gli effetti.

I russi infatti si stiano preparando al peggio, tenendo conto razionalmente del fatto che sono inferiori dal punto di vista aereo e navale alla Nato. Sempre di più sta circolando sui media russi la notizia che a breve il ministro della difesa russo Shoygu presenterà a Putin una modifica alla dottrina russa di utilizzo delle armi nucleari tattiche, volta ad ampliare l’elenco dei motivi per cui il Paese può utilizzarle, non contemplando più solo l’utilizzo in caso di “minaccia all’esistenza dello Stato” a seguito di un attacco nemico al Paese, ma altresì l’utilizzo come risposta per un attacco ad una infrastruttura critica o a una agenzia statale o ancora, in risposta ad un attacco che ha comportato grandi perdite umane.

Insomma, stiamo vivendo una situazione drammatica dove nel retrobottega della Diplomazia si prepara la guerra guerreggiata mentre nel teatro della televisione ci fanno vedere una sceneggiata dove tutti fanno finta di ricercare la pace. Il tutto inframmezzato da “interessanti” discussioni sull’utilizzo di insetti e di carne sintetica nella dieta umana. Il pranzo ce lo stanno cucinando, ma nessuno ci spiega che forse saremo costretti a controllare il livello di radioattivivi.

NOTE

(1) Cristopher Clarke, I Sonnambuli, come l’Europa arrivò alla Grande Guerra, Laterza, 2016

(2) Wikipedia.org, “Strana Guerra”: https://it.wikipedia.org/wiki/Strana_guerra
(3) Fabrizio Poggi, Annalena Baerbock:”Siamo in guerra con la Russia”, Contropiano.org 27 Gennaio 2023

(4) SkyTg24, Cosa sono i GLSDB, i missili a lungo raggio che gli USA forniranno all’Ucraina, ½/2023: https://tg24.sky.it/mondo/2023/02/01/missili-glsdb-ucraina-armi

(5) La Presse, Ucraina, Polonia pronta a inviare caccia F-16, 30/1/2023: https://www.lapresse.it/esteri/2023/01/30/ucraina-polonia-pronta-a-inviare-caccia-f-16/

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Scomode verità sulla guerra in Bosnia – Kit KLARENBERG e Tom SECKER

Su Strategic Culture un ampio resoconto di numerosi documenti declassificati delle forze di pace canadesi di stanza in Bosnia dimostra come le guerre per procura statunitensi siano caratterizzate da un modello ricorrente di operazioni sotto falsa bandiera e messe in scena a scopo propagandistico, con l’obiettivo di sabotare ogni possibile negoziato di pace e spianare la strada ai falchi della guerra della NATO. 

Una serie di file di intelligence inviati dalle forze di pace canadesi espongono operazioni segrete della CIA, spedizioni illegali di armi, importazione di combattenti jihadisti, potenziali ‘false flag’ e messe in scena su atrocità di guerra.

Il mito consolidato della guerra in Bosnia  è che i separatisti serbi, incoraggiati e diretti da Slobodan Milošević e dai suoi accoliti a Belgrado, cercarono di impadronirsi con la forza del territorio croato e bosniaco al fine della creazione di una “Grande Serbia” irredentista. Ad ogni passo, hanno epurato i musulmani di quelle terre in un genocidio deliberato e concertato, rifiutandosi a qualsiasi colloquio di pace costruttivo.

Questa narrazione è stata diffusa in modo aggressivo dai media mainstream dell’epoca e ulteriormente legittimata dal Tribunale penale internazionale per l’ex Jugoslavia (ICTY) creato dalle Nazioni Unite una volta terminato il conflitto. Da allora nella coscienza occidentale questa storia è diventata assiomatica e indiscutibile, rafforzando la sensazione che il negoziato equivalga invariabilmente ad arrendevolezza, una mentalità che ha consentito ai falchi della guerra della NATO di giustificare molteplici interventi militari negli anni successivi.

Tuttavia, una vasta raccolta di cablogrammi di intelligence inviati dalle truppe di peacekeeping canadesi in Bosnia al quartier generale della difesa nazionale di Ottawa, pubblicato per la prima volta da Canada Declassified all’inizio del 2022, smaschera questa narrazione come una cinica farsa.

I documenti offrono una visione ineguagliabile, di prima mano e in tempo reale della guerra durante il suo svolgersi, con la prospettiva di una pace che rapidamente svaniva, lasciando spazio a uno spargimento di sangue che alla fine ha causato la fine dolorosa della Jugoslavia multireligiosa e multietnica.

I soldati canadesi facevano parte di una più ampia Forza di Protezione delle Nazioni Unite (UNPROFOR) inviata nell’ex Jugoslavia nel 1992, nella vana speranza che le tensioni non si trasformassero in una guerra totale e che le parti potessero raggiungere un accordo amichevole. Questi soldati rimasero fino alla fine, ben oltre il punto in cui la loro missione si ridusse a un miserabile pericoloso fallimento.

L’analisi sempre più cupa della realtà sul campo da parte delle forze di pace fornisce una prospettiva autentica e genuina della storia della guerra che è stata in gran parte nascosta al pubblico. È una storia di operazioni segrete della CIA, provocazioni letteralmente esplosive, spedizioni illegali di armi, combattenti jihadisti importati, potenziali operazioni di false flag e messa in scena di atrocità di guerra.

“Interferenze esterne nel processo di pace”

È un fatto poco noto ma apertamente riconosciuto che gli Stati Uniti hanno gettato le basi per la guerra in Bosnia, sabotando un accordo di pace negoziato dalla Comunità Europea all’inizio del 1992. Secondo gli auspici di questo accordo, il Paese sarebbe stato una confederazione, divisa in tre regioni semi-autonome su base etnica. Sebbene l’accordo fosse ancora perfettibile, ciascuna delle parti generalmente otteneva ciò che voleva – in particolare, l’autogoverno – e almeno godeva di un risultato senz’altro preferibile rispetto al conflitto a tutto campo…

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Anteprima: la canzone di Zelensky a Sanremo:

 

 

L’escalation degli aiuti militari all’Ucraina comporta il rischio di una guerra a tutto campo con la Russia – Geoffrey Roberts

 

Lo storico Geoffrey Roberts sul Irish Times – in un articolo che ha suscitato al contempo grande plauso e reazioni isteriche –  sottolinea il grande rischio dei continui passi in avanti negli aiuti militari dell’occidente all’Ucraina. Senza una linea di demarcazione netta tra un intervento e l’altro successivo, l’occidente si sta avvicinando progressivamente sempre di più alla linea rossa che non bisogna assolutamente oltrepassare. 

La moderazione di Putin di fronte ai massicci aiuti militari occidentali all’Ucraina è stata notevole, ma la sua tolleranza potrebbe non essere illimitata

Dal primo giorno della guerra in Ucraina, l’argomento più potente contro il dilagante intervento dell’occidente nel conflitto è stato il pericolo di una catastrofica escalation verso una guerra a tutto campo tra Nato e Russia.

Finora, i governi occidentali hanno evitato un vero e proprio confronto esistenziale con la Russia. Ma rimane il rischio che i continui aiuti militari occidentali all’Ucraina provochino contromisure russe che potrebbero trasformare la guerra per procura della NATO contro la Russia in un conflitto militare diretto.

I falchi occidentali hanno a lungo sostenuto che il pericolo di un’escalation è solo frutto di fantasie. In un editoriale per il New York Times, l’ex diplomatico britannico Nigel Gould-Davies ha affermato che “Putin non ha linee rosse” e che, lungi dal considerare la paura di un’escalation come un deterrente, l’occidente dovrebbe scoprire il bluff di Putin e minacciare la Russia di ritorsioni nucleari in caso di reazioni eccessive al sostegno occidentale all’Ucraina.

Gould-Davies non fornisce prove concrete per le sue intuizioni su ciò che gira nella mente di Putin. La sua argomentazione è pura speculazione e fa sorgere la domanda: e se Putin non si tirasse indietro davanti a una grande guerra con l’occidente? La Nato dovrebbe correre il rischio, anche minimo, di innescare un conflitto più ampio che potrebbe uccidere milioni di persone?

Le recenti decisioni dei governi occidentali di fornire all’Ucraina molti più carri armati e veicoli corazzati suggeriscono che la materializzazione di uno scenario del genere non è poi così inverosimile.

Gli Stati Uniti hanno deciso di dotare l’Ucraina di un sistema di difesa missilistica Patriot e di 50 veicoli da combattimento Bradley. La Francia ha promesso di inviare carri armati leggeri e la Germania si è impegnata a inviare auto blindate. Gli inglesi invieranno una dozzina di carri pesanti Challenger, mentre i tedeschi sono stati sottoposti a crescenti pressioni per fornire all’Ucraina il suo carro armato pesante, il Leopard 2.

Lo storico britannico Lawrence Freedman, in un suo articolo sul Financial Times, sostiene che queste nuove forniture riflettono la convinzione occidentale che l’Ucraina debba riconquistare più territori perché Putin sia disposto a fare la pace.

Tuttavia, la quantità in questione è relativamente ridotta. I russi hanno già distrutto migliaia di carri armati e veicoli corazzati ucraini. Qualche centinaio di unità corazzate occidentali in più faranno poco o nulla per cambiare la situazione strategica. La guerra di logoramento della Russia continuerà. Con ogni probabilità Mosca completerà la sua conquista della regione del Donbas, raggiungendo così l’obiettivo principale della cosiddetta operazione militare speciale lanciata da Putin un anno fa…

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Zero Hedge – La RAND Corporation prende le distanze dai falchi e mette in guardia contro il “conflitto prolungato” in Ucraina (con addendum) – Michele Cangiani

La Rand Corporation, uno dei più influenti think tank Usa che aveva contribuito a elaborare un piano strategico a lungo termine per indebolire la Russia e costringerla a sbilanciarsi – tra le altre cose facendo ricorso alle sanzioni, sostenendo le proteste interne, boicottandola a livello internazionale e armando l’Ucraina –  ora nel suo ultimo studio si accorge che il gioco si è spinto troppo oltre e raccomanda di evitare l’escalation, distanziandosi dai falchi e avvicinandosi in qualche modo a quegli alti funzionari ed esperti che hanno fatto sentire la loro voce in tal senso (vedi ad esempio il col. MacGregor,  ambienti del Dipartimento della Difesa americanoil professor Mearsheimer e il col. Richard Black).  Il commento qui di seguito tradotto è di Zero Hedge  (e grazie a @tablerider per la segnalazione)

 

Il famoso think tank RAND Corporation, collegato al Pentagono e al governo degli Stati Uniti, alla fine ha tentato di introdurre un po’ di inconsueto realismo nel pensiero e nei piani dell’establishment di Washington sulla guerra in Ucraina. Finora, durante gli undici mesi di conflitto, che rimane in gran parte in stallo anche se gli ultimi giorni hanno visto crescere lo slancio e l’avanzata militare russa nell’offensiva di Bakhmut, i funzionari degli Stati Uniti e della NATO hanno acclamato senza esitazione e con entusiasmo ogni importante escalation nel coinvolgimento dell’occidente.

Ma un nuovo studio di 32 pagine della RAND Corporation ha lanciato l’allarme sui pericoli di questo approccio, il che è insolito dato che il think tank è noto per essere il braccio accademico dei falchi del complesso militare-industriale. È  stato così in particolare durante la guerra in Vietnam, quando il think tank è diventato tristemente famoso per aver alimentato la linea politica dietro ai vari fiaschi di insurrezione e controinsurrezione in Vietnam, Laos e Tailandia.

La RAND ora sostiene che in Ucraina “gli interessi degli Stati Uniti sarebbero meglio garantiti evitando un conflitto prolungato” e che “i costi e i rischi di una lunga guerra… superano i possibili benefici“.

Il documento politico spiega che consentire al conflitto di protrarsi più a lungo – cosa che, va detto, l’amministrazione Biden ha quasi assicurato con la sua decisione della scorsa settimana di fornire carri armati avanzati – è di per sé un grave pericolo…

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Democrazia o guerra – Michele Cangiani

1. La guerra dei nostri giorni

La frequenza delle guerre nell’ultimo ventennio, dopo il crollo del blocco sovietico, costringe a riflettere sul “nuovo ordine mondiale” e in particolare sui fini perseguiti su scala mondiale dalla “grande potenza” rimasta. Quanto ai mezzi, la guerra resta evidentemente in primo piano, anzi tende a diventare permanente e senza regole.

Ben prima del 1989, negli anni Settanta, era iniziata la svolta restauratrice, con le ricette della Commissione Trilaterale per la democrazia (v. Crozier, Huntington e Watanuki 1977) e con quelle monetariste per l’economia, con il neo-liberismo più o meno illiberale e antidemocratico, con Reagan, Thatcher e, prima ancora, Pinochet. Il mito di un mondo unificato dallo “sviluppo” è stato sostituito dalla preoccupazione per la “sicurezza” rispetto alle resistenze della periferia globale, le cui riserve di risorse naturali e di lavoro a buon mercato devono garantire, al centro, i profitti dell’ipertrofica finanza.

Come sempre, le guerre si spiegano in riferimento al quadro storico, all’evolversi delle istituzioni economiche e politiche, nazionali e internazionali. D’altra parte, le nuove caratteristiche della guerra sono di per sé rilevanti, e illuminanti riguardo alla situazione complessiva.

Vi sono guerre locali e periferiche, che occorre comunque comprendere in rapporto con le dinamiche globali del mercato e del potere. Vi è poi quella che potremmo definire guerra civile globale, permanente e asimmetrica. I termini pubblicitari via via inventati per designare gli episodi di questa guerra ne rivelano la novità, mentre ne dissimulano il significato: “operazione di polizia internazionale” (Iraq 1991), “Restore Hope” (Somalia 1992-93), “guerra umanitaria” (Yugoslavia, 1999), “Enduring Freedom” (Afghanistan, 2001), fino alla “guerra preventiva” contro l’Iraq.

Nella guerra “globale” iniziata nel 1991 il conflitto è essenzialmente “civile” e interminabile perché si tratta della vita stessa delle società, del loro modo di organizzare la sussistenza e la convivenza. E naturalmente, si tratta degli Stati Uniti d’America. Non perché siano migliori o peggiori degli altri, ma semplicemente perché sono i protagonisti, nel senso letterale del termine, del “capitalismo universale”, come scriveva Karl Polanyi all’inizio del 1945 (v. oltre).

Per dire quel che è ovvio, ma non si deve dire, cito un libro pubblicato nel centro dell’impero, dove si legge che l’interventismo americano ha, sinteticamente, i seguenti scopi:

“1) rendere il mondo aperto e ospitale per – come si usa dire – la globalizzazione, cioè in particolare per le corporations transnazionali con base americana;

2) migliorare i conti finanziari di coloro che forniscono, in patria, beni e servizi per la difesa, e hanno dato generosi contributi ai membri del Congresso e agli ospiti della Casa Bianca;

3) prevenire il sorgere di qualsiasi società che possa offrire un esempio di successo di un’alternativa al modello capitalistico;

4) estendere l’egemonia politica, economica e militare sulla più larga parte del mondo possibile, per prevenire l’affermarsi di qualsiasi potenza regionale che possa sfidare la supremazia americana, e per creare un ordine mondiale ad immagine dell’America, come conviene all’unica superpotenza del mondo.”(Blum 2000, pp. 13-14)…

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L’Orologio ticchetta verso l’Apocalisse – Angelo Baracca

…Leggendo il comunicato dello Science and Security Board del Bulletin non posso però esimermi dall’esprime alcune forti riserve.

Ci sono senz’altro tutti i motivi per richiamare che «Le recenti azioni della Russia sono in contrasto con decenni di impegni assunti da Mosca» con la dichiarazione di Budapest del 1994 che la Russia «avrebbe “rispettato l’indipendenza e la sovranità e i confini esistenti dell’Ucraina” e “si sarebbe astenuta dalla minaccia o dall’uso della forza contro l’integrità territoriale o l’indipendenza politica dell’Ucraina”».

Ma mi sembra decisamente sbilanciato non citare, allora, le assicurazioni che erano state date in precedenza al presidente Gorbachev che la NATO ‒ che a quel tempo comprendeva solo i paesi dell’Europa occidentale ‒ non si sarebbe allargata di un centimetro a Est: come se fosse ininfluente la trasformazione della NATO in alleanza aggressiva estesa fin sotto i confini della Russia.

Non è un dettaglio insignificante, come non lo è ricordare come la situazione in Ucraina si sia andata trasformando in maniera piuttosto radicale all’indomani delle elezioni presidenziali del 2004, e soprattutto con la vera ‘rivoluzione di Maidan’ del 2014.

Non è un dettaglio ricordare gli accordi di Minsk del 2014-2015 ‒ totalmente disattesi ‒ che stabilivano una serie di principi da attuare al fine di conseguire una risoluzione pacifica della controversia sui territori del Donbass.

Insomma, l’individuazione delle responsabilità mi sembra molto più complessa, e non indifferente per cercare un’uscita dalla guerra che sia in grado di assicurare una certa stabilità.

 

La minaccia nucleare si è aggravata con la guerra in Ucraina?

Mi permetto piuttosto di aggiungere qualche commento personale sulla minaccia nucleare, che sottopongo alla discussione.

Io non credo che Putin potrà ricorrere all’uso di una bomba nucleare sub strategica, per una serie di motivi che cerco di elencare, anche se gli sviluppi di questa guerra sono sempre più imprevedibili, e soprattutto non si intravede una fine. In primo luogo se Putin ricorresse all’arma nucleare, non solo si troverebbe totalmente isolato sul piano internazionale, perderebbe anche l’appoggio della Cina, che già dà qualche segnale di vacillare: lo sconvolgimento sarebbe globale ed epocale.

Ritengo poi, e mi sembra che lo osservino vari esperti, che nella situazione dell’Ucraina il ricorso a una bomba nucleare non possa essere un game changer. Riporto un paio di valutazioni che certo non tranquillizzano, ma a mio parere pongono il problema nella giusta dimensione (i neretti sono miei):

«Un attacco russo terrorizzerebbe la popolazione ucraina e infrangerebbe un tabù internazionale vecchio di sette decenni, portando pochi benefici sul campo di battaglia.»1

«Non vediamo obiettivi militari significativi per l’uso del nucleare in Ucraina. Non c’è un porto o un campo d’aviazione o un ammassamento di grandi quantità di truppe…

Non bisogna fissarsi sulle peculiarità di Vladimir Putin per concludere che l’uso del nucleare è possibile, perché è una dottrina nucleare molto più diffusa tra le potenze dotate di armi nucleari, quando si trovano di fronte alla prospettiva di una sconfitta convenzionale e quando la posta in gioco è alta, essere tentati di usarle. Questa era la dottrina della NATO nel teatro europeo dal 1965, per compensare e prevenire la sconfitta convenzionale con una minaccia di uso del nucleare. Una storia simile si può raccontare per il Pakistan, l’India e persino per la Corea del Nord.»2

Bisogna infatti sottolineare che non è solo la dottrina nucleare russa, ma anche quella statunitense e degli altri paesi, a prevedere il ricorso all’arma nucleare nel caso di pericolo esistenziale per il paese. In un precedente articolo ho espresso la mia meraviglia che lo spettro di una guerra nucleare turbi solo ora l’opinione pubblica3.

In ogni caso non vi è dubbio che sarebbe più che mai necessario porre al più presto fine a questa guerra, non solo per evitare il rischio nucleare, ma l’allagamento e le sofferenze che comporta, anche per l’Europa. Spingere sempre più alle strette la Russia aggrava tutti i rischi, un azzardo assolutamente da evitare…

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Presentata al Parlamento europeo una petizione contro il blocco di Cuba

Le organizzazioni di cooperazione e solidarietà di Spagna, Francia, Italia e Svezia hanno consegnato una petizione al Parlamento europeo per chiedere un’azione immediata contro il blocco statunitense di Cuba e il suo carattere extraterritoriale, hanno dichiarato oggi i promotori.

Il documento presentato da Cuba Coopération France, dal Movimiento Estatal de Solidaridad con Cuba en España, dall’Associazione Nazionale di Amicizia Italia-Cuba e dall’Asociación Sueco-Cubana de Solidaridad chiede alle istituzioni dell’Unione Europea (UE) risposte concrete e l’uso degli strumenti legali disponibili per affrontare l’assedio e le sue conseguenze.

A questo proposito, include la richiesta alla Commissione Europea di presentare al più presto un’iniziativa al Parlamento Europeo per consentire la designazione delle banche degli Stati membri dell’UE ad effettuare transazioni finanziarie con l’isola, uno scenario che al momento è quasi impossibile a causa del timore di sanzioni e delle pressioni di Washington.

I promotori della petizione ricordano che tra il 2009 e il 2016 le banche europee hanno pagato 16 miliardi di dollari (nove miliardi per BNP Paribas) di multe imposte dagli Stati Uniti con la copertura dell’extraterritorialità delle loro aggressioni contro la nazione delle Antille.

Esorta inoltre la Commissione a sviluppare un meccanismo per l’attuazione dell’Accordo di dialogo politico e di cooperazione UE-Cuba, in particolare per quanto riguarda gli aspetti economici e commerciali e quelli relativi alla neutralizzazione degli effetti extraterritoriali di questa politica, finché è ancora in vigore.

Il testo include anche una richiesta alla Commissione di indagare sulle conseguenze economiche dirette del blocco per le banche e le imprese europee.

La petizione contiene anche la richiesta che la commissione per le petizioni analizzi la questione e informi formalmente l’autorità statunitense competente del rifiuto dell’UE del blocco e della sua extraterritorialità, trasmetta l’iniziativa ricevuta alle commissioni competenti del Parlamento europeo e valuti la possibilità di convocare un’audizione sulla situazione…

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Dal “rogo di Odessa” agli “ucraini che liberano Auschwitz”: come opera la manipolazione dell’opinione pubblica

  • Dopo aver cancellato nei mesi scorsi una marea di profili scomodi o averne cambiato i curricula ad arte, dopo aver trasformato il “Rogo di Odessa” in un incidente domestico, dopo aver cambiato ad hoc la paternità dei missili ucraini quando serviva a supportare una tesi Nato, l’ultima iniziativa brillante cui abbiamo assistio è far liberare Auschwitz non dall’Armata Rossa, ma da un sedicente esercito ucraino.

 

Confidiamo che seguirà a breve l’elenco dei miracoli performati da Zelenski a suffagio della sua canonizzazione.

Ora, tutto questo farebbe ridere, farebbe ridere se non fosse l’indice della più pericolosa trasformazione di questo triste tempo.

Naturalmente possiamo dire che, dopo tutto, che si pretende? E’ Wikipedia, mica una vera enciclopedia. Non puoi mica chiedere rigore!

Ed è vero. Come è vero che Facebook, o Google o altri sono imprese private e che dunque è nell’ordine della cose che agiscano secondo il proprio interesse.

Chi può negarlo.

Solo che non è neppure possibile negare che oggi il 90% dei giornalisti – quando proprio vuole essere scrupoloso e non fare copia-incolla dalle agenzie, – controlla le sue fonti su Wikipedia.

Non si può negare che così fanno (senza ammetterlo) gli studenti e moltissimi professori.

E non si può negare che, dopo la chiusura delle sezioni di partito, dopo la distruzione delle comunità locali e della vita di quartiere, praticamente l’unica arena di pubblica discussione politica rimasta in piedi è quella fornita dai social, quei social che sono direttamente o indirettamente influenzati dall’amministrazione americana, meglio dal loro apparato militare-finanziario-industriale.

Fino a 15/20 anni fa era ancora uso recuperare una notizia importante su fonti cartacee accreditate. L’eredità del sapere cartaceo, che di per sé può essere falsificato come ogni altro sapere, aveva però una sua fondamentale inerzia, dovuta sia ai costi di produzione sia alla difficoltà di modificare fisicamente un’informazione stampata su carta.

Se dovevi produrre un volume della Treccani facevi attenzione a non inserirvi corbellerie arbitrarie, perché le correzioni erano molto onerose, e i danni reputazionali ed economici potevano essere enormi.

La digitalizzazione dell’informazione ha ridotto i costi di produzione e i costi di modifica. La riduzione dei supporti fisici e l’accesso alle informazioni sempre più spesso presso server remoti, “cloud”, ecc. ha inoltre facilitato a noi utenti finali l’accesso a molte informazioni (ho un dubbio enciclopedico sulla pista da sci? Nessun problema, tiro fuori il telefonino e il problema è risolto.)

Il risultato complessivo di questo sviluppo, recente ma massivo, è che non è mai stato così facile mutare e manipolare l’accesso ad ogni tipo di informazione; e che non è mai stato così facile orientare pubbliche discussioni e dibattiti politici…

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Due modi di percepire la guerra in Ucraina – Thierry Meyssan

—– L’intervento militare in Ucraina viene interpretato in Occidente e in Russia in modo completamente differente. È un caso emblematico. La differenza non scaturisce da interessi materiali antagonisti, ma da concezioni diverse di cosa significhi essere Uomo e di che cosa sia la Vita. Per gli Occidentali, il nemico russo vuole restaurare la grandezza dell’impero zarista o dell’Unione Sovietica; per i russi, gli Occidentali sono convinti d’incarnare il Bene. —-

 

In tutte le guerre entrambi gli schieramenti soffrono. Questa foto è stata scattata in Ucraina, ma non ha lo stesso significato per chi si trova in Occidente oppure in Novorossia. Non si può né si deve giudicare chi ha ragione osservando la sofferenza delle persone. Durante la seconda guerra mondiale la sofferenza delle vittime dei bombardamenti di Dresda, di Londra, di Tokio o di Le Havre era la stessa. Ma questo non ci diceva chi avesse ragione, se l’Asse o gli Alleati.

Il conflitto che contrappone i partigiani di «un mondo fondato su regole» e chi auspica un «mondo fondato sul diritto internazionale» va avanti. Si è aperto con l’intervento militare russo in Ucraina e durerà anni.

La situazione militare sul campo è bloccata, come sempre accade in inverno in questa regione del mondo. I partigiani di un «mondo fondato su regole» continuano a rifiutarsi di applicare la risoluzione 2202 del Consiglio di Sicurezza dell’Onu; dal canto loro i partigiani di «un mondo fondato sul diritto internazionale» portano avanti un’operazione militare speciale per metterla in atto. Ma alla fin fine se ne discostano progressivamente e vogliono stabilizzare la situazione delle popolazioni della Novorussia.

Il passaggio da una guerra di movimento a una guerra di posizione ha permesso a entrambi i campi di riflettere sulle ragioni che li inducono a combattere. Ora lo scontro non è più tra due diverse visioni delle relazioni internazionali, ma tra due concezioni dell’Uomo.

All’interno delle truppe di Kiev vanno distinti i nazionalisti integralisti, sempre pronti a combattere, dai militari di professione e dai cittadini mobilitati per la guerra. I primi sono uomini formati ideologicamente, che ritengono l’uccisione di un russo un dovere sacro da tempo immemorabile. Costoro fanno riferimento agli scritti di Dmytro Dontsov e all’esempio di Stepan Bandera. Il primo fu amministratore dell’Istituto Reinhard Heydrich di Praga e, in quanto tale, uno degli ideatori della «soluzione finale del problema degli ebrei e degli zingari»; il secondo fu il capo dei collaboratori del nazismo contro i sovietici. Il resto dei soldati di Kiev, che all’inizio dell’intervento russo costituivano due terzi dell’esercito, è scoraggiato. Vedono che le armi occidentali sono consegnate ai nazionalisti integralisti, non a loro. Sono considerati carne da cannone e subiscono pesantissime perdite. In rete proliferano messaggi video di unità che protestano contro gli ufficiali. In autunno c’è stata una prima ondata di malcontento.

Adesso siamo nella seconda. Se all’inizio credevano di difendere la patria contro l’invasore, ora sanno che il loro Paese è nelle mani di una cricca che ha epurato le biblioteche, assunto il controllo dei media, messo fuori legge 13 partiti politici, nonché la Chiesa ortodossa, ossia instaura un regime autoritario. La scorsa settimana l’ex consigliere per la comunicazione del presidente Zelensky, colonnello Oleksiy Arestovych, ha detto loro che l’Ucraina combatte una guerra sbagliata e, a torto, considera sei milioni di cittadini «agenti russi». Sanno che la maggior parte dei giornalisti è stata arrestata e gran parte degli avvocati è fuggita all’estero. Si sentono certo minacciati dall’esercito russo, ma anche dal loro stesso governo. I tanti scandali di corruzione scoppiati la scorsa settimana li rafforzano nella convinzione di non essere che pedine tra Stati Uniti e Russia.

Dalla parte russa accade il contrario: le truppe di professionisti schierate all’inizio dell’operazione speciale obbedivano senza capire perché il Cremlino le inviasse in Ucraina, la regione che diede i natali alla loro patria. La popolazione temeva il ritorno ai massacri del passato. Poco a poco la situazione si è quietata. I borghesi pseudo anticonformisti si sono autoesiliati. Fui sorpreso di sentire un amico russo commentare: «Che liberazione!». Non sembrava preoccupato, bensì sollevato per non dover più averci a che fare. La popolazione, scioccata dalle misure occidentali contro artisti e antiche glorie russe, ha acquisito consapevolezza che l’Ucraina non è che un pretesto. E si è meravigliata anche di vedere le popolazioni dell’Unione Europea allinearsi a Washington. Ai suoi occhi è una battaglia di civilizzazione, una guerra contro l’eredità di Tolstoj e di Pushkin, non contro il presidente Putin. Questo popolo fiero, sempre disposto a mettersi in gioco per difendere i compatrioti e il proprio onore, osserva con tristezza la boria degli Occidentali, la loro convinzione d’incarnare il Bene, non di esserne al servizio…

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“Torna l’Inquisizione contro i russi: un bel salto all’indietro nella civiltà europea” – Angelo D’Orsi

Davvero il clima politico europeo sta diventando irrespirabile. Lo spazio per l’esercizio delle fondamentali libertà sembra ridursi giorno dopo giorno, mentre cresce, in maniera preoccupante, un fanatismo antirusso, di cui abbiamo prove quotidiane, e che recentemente una decina di autorevoli corrispondenti di guerra italiani ha denunciato.

Si tratta di una sorta di isteria collettiva continentale. L’ultima notizia ci giunge da Praga (la si apprende dalla rivista Marx21, con il suo direttore Andrea Catone). Il tribunale distrettuale, guidato da un giudice unico (Tomáš Hübner) emette una sentenza di condanna a carico di tre intellettuali, il più noto dei quali è Josef Skála, marxista, ex vicepresidente del Partito comunista di Boemia e Moravia, Vladimír Kapal e Juraj Václavík. Capo di imputazione? Aver partecipato a un programma radiofonico, nel luglio 2020, un forum di discussione pubblica, sul famoso massacro di Katyn: l’uccisione nell’estate 1941 di migliaia di prigionieri di guerra polacchi sul territorio dell’Urss, occupato dalle truppe naziste. I tre avevano espresso dei dubbi sulla versione che attribuisce ai sovietici la responsabilità integrale del massacro, ricordando che dopo l’apertura degli archivi sovietici, e l’acquisizione di nuovi documenti, esistono fondati motivi per dubitare di quella versione, senza per nulla negare i fatti, sottolineando che non sono pochi gli studiosi di varia nazionalità che hanno avanzato una ben diversa interpretazione, da quella divenuta “obbligatoria”, ossia che il crimine sia attribuibile alla Wermacht. Il forum in sostanza raccolse le diverse voci su Katyn, senza arrivare a una affermazione dogmatica, ma lasciando aperta la questione.

Il dibattito non suscitò all’epoca proteste, anzi a quanto risulta venne assai apprezzato come un tentativo di fare storia in pubblico. Ma il fatto stesso di porre degli interrogativi, rispetto non alla verità storica ma a come essa, che sia autentica o meno, venga trasformata dal potere politico, e dalla ideologia dominante, una sorta di canone dogmatico, chiesastico, davanti al quale si può semplicemente allinearsi e assentire. A distanza di quasi un biennio, nel marzo 2022, i tre intellettuali dunque vennero incriminati in base all’articolo 405 del Codice penale della Repubblica ceca, precisamente per aver messo in discussione la versione ufficiale di Katyn. Il 31 ottobre giungeva la condanna a otto mesi di reclusione. Avendo fatto appello, si andrà ora a processo (il 1° febbraio).

Si tenga conto che nel 2000 nella Repubblica Ceca venne approvata, subito dopo l’ingresso nella Nato, una legge che introduceva nel Codice penale un articolo che accomuna crimini nazisti e comunisti: “Chiunque neghi, metta in dubbio, approvi o tenti di giustificare pubblicamente il genocidio nazista, comunista o di altro tipo o crimini nazisti, comunisti o di altro tipo contro l’umanità o crimini di guerra o crimini contro la pace è punito con la reclusione da sei mesi a tre anni”. Il provvedimento rientrava in un esasperato pan-penalismo internazionale che, con il pretesto di fermare l’onda del negazionismo sulla Shoah, pretendeva di mettere sotto controllo la ricerca storica e affidava alle aule parlamentari, o peggio a quelle giudiziarie, la verifica dei risultati della storiografia. La comunità degli studiosi, con poche eccezioni, si è battuta contro questo tentativo, senza troppa fortuna. Si aggiunga il montare di un sentimento antirusso che si combinava con quello antisovietico, che trovava un esito nella risoluzione del Parlamento Ue del 19 settembre 2019, equiparante nazismo e comunismo nello scatenamento della II guerra mondiale e delle tragedie che ha prodotto, dimenticando bizzarramente il ruolo decisivo dell’Unione Sovietica nella sconfitta della svastica. E si arriva fino alla grottesca circolare del ministro Valditara per il 9 novembre, anniversario del “crollo del Muro”, di cui su questo giornale ho già discorso.

È evidente che la guerra in Ucraina ha dato una brusca accelerata al processo che ha visto estendere l’ostilità alla Russia, ai suoi musicisti, ai suoi scrittori, ai suoi artisti e via seguitando. Nel caso di Praga, c’è un ultimo elemento. Il più noto imputato, Josef Skála (oppositore della politica filo-Nato e organizzatore del movimento per la pace), aveva annunciato l’intenzione di candidarsi alle elezioni presidenziali: ovviamente è stato fermato dal procedimento giudiziario.

Quindi la pretesa di portare la storia in tribunale si fonde con l’uso direttamente politico della giuridicizzazione della storiografia. Non c’è che dire: un bel salto all’indietro nella civiltà europea.

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Djokovic sr. e la pretesa che tutti odino la Russia – Massimo Fini

Il tennista serbo, serbissimo (“il Kosovo è terra serba”) Novak Djokovic ridiventato numero uno del mondo dopo aver vinto nei giorni scorsi la finale dell’Australian Open contro il greco Tsitsipas in tre set (6-3, 7-6, 7-6) ha sentito il bisogno di difendere suo padre Srdjan. Quali sono le colpe del padre di Djokovic? Essere stato filmato insieme ad altri tifosi serbi che avevano foto pro Putin e la classica Z. L’ambasciatore ucraino in Australia aveva chiesto che fosse negato l’accredito al padre di Djokovic per assistere alle partite del figlio. Subito accontentato. Ora, l’Australia non è un Paese Nato e quindi non ha nessun obbligo di comminare sanzioni alla Russia, né economiche né di qualsiasi altro tipo. In secondo luogo, fra russi e serbi c’è un legame storico, sono entrambi popoli slavi (Jugoslavia, come ho già scritto, vuol dire “slavi del Sud”) e quindi è del tutto normale che parteggino per la Russia e non per l’Ucraina, difesa a spada tratta dagli Stati Uniti e dalle Nazioni europee anche se in qualche caso, vedi Germania, obtorto collo. In particolare i serbi non possono avere alcuna simpatia per la coalizione occidentale a guida Usa da quando gli americani nel 1999 bombardarono per 72 giorni la loro capitale, Belgrado (5.500 morti civili) in favore del Kosovo.

Mi chiedo se esista una norma di diritto internazionale cui si possa ricorrere per pretendere che tutti i Paesi siano a favore dell’Ucraina e contro i russi. Naturalmente c’è il mantra: qui c’è un aggressore, la Russia, e un aggredito, l’Ucraina. Vero. Ma questa distinzione non è mai stata fatta quando ad aggredire, contro la volontà dell’Onu, erano gli occidentali, in Serbia appunto, in Iraq, in Somalia, in Libia. In quanto all’Afghanistan (400 mila morti civili) la copertura Onu cessò quando fu accertato che la dirigenza talebana dell’epoca era completamente all’oscuro dell’attacco alle Torri gemelle. Del resto non c’era un solo afghano, tanto meno talebano, nel commando che colpì le Torri gemelle, né un solo afghano, tanto meno talebano, fu trovato nelle cellule, vere o presunte, di al Qaeda scoperte dopo l’attentato: c’erano arabi sauditi, egiziani, marocchini, tunisini, ma nessun afghano, tanto meno talebano. L’11 settembre mentre le folle arabe scendevano in piazza in segno di giubilo, il governo talebano guidato dal Mullah Omar mandava agli Stati Uniti un messaggio di cordoglio. L’invasione americana dell’Afghanistan fu ribattezzata “Enduring freedom” non avendo più la copertura dell’Onu e quindi era illegittima come tutte le altre.

Questa pretesa di Zelensky di dettar legge in tutto l’universo mondo, si tratti della Ue o della lontanissima Australia, finirà per ritorcersi contro la stessa Ucraina. Non è possibile che in tutto ciò che dice Putin, magari in favore di una tregua, ci sia sempre un arrière-pensée, mentre tutto ciò che dice Zelensky è il Verbo. Lo stesso discorso lo si può fare per l’Iran accusato di fornire droni alla Russia. Ma come, l’Ucraina può essere riempita di armi da quasi tutti i Paesi europei, oltre che dagli Stati Uniti, e alla Russia questo aiuto è negato? Da qui si entra in un discorso solo apparentemente “altro” perché riguarda il doppiopesismo occidentale. L’Iran ha firmato il Trattato di non proliferazione nucleare, ha accettato gli ispettori dell’Aiea, l’agenzia Onu per il controllo del nucleare, che hanno sempre accertato che l’arricchimento dell’uranio iraniano non è mai andato oltre il 3 o il 6 per cento (per fare la bomba l’arricchimento deve arrivare al 90 per cento). Israele non ha firmato il Trattato, ma l’atomica ce l’ha e nessuno si è mai sognato di sanzionarlo. L’Iran è stato invece ricoperto di sanzioni. Nel 2015 Obama aveva raggiunto un ragionevole compromesso con il Paese degli Ayatollah: l’Iran accettava di fermare qualsiasi escalation in campo nucleare in cambio di una diminuzione delle sanzioni che lo stavano strangolando. È stato Trump a stracciare questo accordo. Forse le sanzioni all’Iran non avrebbero dovuto essere date allora, per il nucleare, ma comminate oggi che il regime degli Ayatollah fa strage delle giovani e dei giovani che stanno scendendo in piazza dopo la morte di Mahsa Amini (allo stato 585 vittime civili) ed esegue impiccagioni in serie.

Nei giorni scorsi, l’esercito israeliano ha attaccato in Cisgiordania un presunto gruppo di terroristi palestinesi: 13 morti, due sicuramente civili. Sui media la notizia è passata in secondo piano. Per rappresaglia i palestinesi e la Jihad islamica (perché Isis si è infiltrata anche qui) hanno attaccato un gruppo di israeliani nei pressi di una sinagoga facendo sette morti e una decina di feriti. La notizia è stata data, giustamente, con grande risalto. Il fatto che l’attentatore, 21 anni, sia un “lupo solitario”, almeno per ora, fa pensare che sia stata la Jihad che agisce spesso in questo modo, “radicalizzando” rapidamente giovani fino ad allora pacifici. Non per nulla la Jihad ha definito “eroica” questa operazione.

Come la costante ingerenza di Zelensky per ogni dove finirà per ritorcersi contro la stessa Ucraina (l’opposizione della maggioranza degli italiani alla presenza del presidente ucraino al Festival di Sanremo ne è un segnale), così il costante doppiopesismo occidentale finirà per ritorcersi contro lo stesso Occidente. Le aggressioni americane degli ultimi vent’anni ci hanno creato molti nemici che non sono solo la Russia o la Cina, ma stanno in India, in Medio Oriente e anche altrove. In Brasile il presidente Lula ha posto il veto alla fornitura di armi e munizioni all’Ucraina.

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Ucraina, noto rassegnazione diffusa sulla guerra: l’Occidente in decadenza semina distruzioneFabio Marcelli

Ascoltando i discorsi della gente per strada, dentro i bar o dove capita, si ha l’impressione di una diffusa rassegnazione al destino crudele della guerra e dell’autodistruzione. Pensieri malinconici di un popolo di frustrati, oramai mediamente di età piuttosto avanzata, pervertiti fin nel proprio intimo da decenni di destre più o meno camuffate e di false sinistre. Un Paese corrotto dove un boss mafioso di alto livello prima di decidere di consegnarsi allo Stato, date le sue esigue prospettive di vita, festeggiava, immagino allegramente, con cocaina, esponenti politici e Forze dell’Ordine, nonché belle escort. Un Paese il cui governo se la prende con i deboli e i giovani reprimendo i rave party e le iniziative di lotta, agevola corrotti, evasori fiscali e quanti altri, violando leggi di importanza fondamentale per la convivenza pubblica. Ci stanno portando alla rovina, mentre si delinea una nuova e inquietante strategia della tensione.

La guerra fa parte integrante di questo scenario e di questo sfacelo. La guerra è in arrivo un po’ ovunque; dal teatro ucraino, luogo di massacri quotidiani, al Medio Oriente, dove il governo israeliano ammazza ogni giorno, o quasi, vari palestinesi mentre lancia attacchi in direzione dell’Iran e della Siria. All’Estremo Oriente dove lugubri personaggi dell’establishment statunitense, dall’ex direttore della Cia e Segretario di Stato Pompeo al generale Mike Minihan, annunciano come inevitabile una prossima guerra con la Cina.

Il sistema occidentale in decadenza sprigiona fetidi miasmi di morte e distruzione. Tutti sanno che la vera posta in gioco di questo gioco scellerato e mortale è il mantenimento del predominio esercitato dagli Stati Uniti sul mondo che, con la fine dell’Unione sovietica nel 1991, sembrava oramai incontrastato. Aprire le porte a nuovi destini magnifici e progressivi dell’umanità col cosiddetto nuovo ordine mondiale che, secondo un certo Francis Fukuyama – ora sembra pentito – avrebbe addirittura comportato la fine della storia. Così non è stato e, se la storia minaccia di finire, ciò potrebbe avvenire per ben altre ragioni e cioè per la fine dell’umanità tout-court, ovvero la sua trasformazione in una popolazione sparsa e selvaggia di mutanti radioattivi.Il governo italiano è avviluppato in modo apparentemente inestricabile a questo cadavere in via di putrefazione. E non solo il governo, ma anche buona parte della sedicente opposizione rispetto alla quale si teme fortemente, e a ragione, che la sostituzione del caporale Enrico Letta col sergente Stefano Bonaccini non comporti alcuna modifica di rilievo. Non si tratta solo degli interessi della lobby armamentistica, che pure ha nel governo Meloni un rappresentante di alto livello e grosso peso come Guido Crosetto. Né si tratta solo di libidine servilistica ostentata per dissipare ogni dubbio sulle presunte passate ubbie “sovraniste” di Meloni o di qualche altro personaggio della destra attualmente al potere. Né solo nella inveterata vocazione delle destre sovrane a immedesimarsi coi poteri forti internazionali, la stessa che portò alla rovina l’Italia nel sanguinoso crepuscolo dell’orrido Ventennio fascista.

C’è nei nostri politici una sorta di cupio dissolvi che li porta a schierarsi fino alle estreme conseguenze con l‘imperialismo in forte crisi. Ma il popolo non ha nulla da dire a riguardo? Registriamo purtroppo a tale proposito un’eclisse, probabilmente non passeggera, delle tradizionali organizzazioni pacifiste di massa, dai sindacati all’Arci, alle Acli e all’Anpi, che sembrano essersi volatilizzate dopo la manifestazione di novembre, probabilmente anche per effetto di resistibili pressioni provenienti dalla galassia piddina. E’ davvero inaccettabile che la peculiarità di questa situazione, determinata ovviamente anche dal ruolo della Russia e di Vladimir Putin che si sono resi colpevoli a loro volta di gravi violazioni del diritto internazionale, determini un offuscamento delle capacità di giudizio e conseguente mobilitazione. Ma identificare e denunciare tali responsabilità non deve impedire di cogliere tutti i retroscena e le cause profonde di questa abietta e crudele guerra fratricida – come fa con grande lucidità Jeffrey Sachs nella sua recente intervista al Fatto Quotidiano – denunciando gli intenti espansionistici della Nato e il golpe travestito da “rivoluzione colorata” contro Viktor Yanukovich come vere cause della situazione attuale.Speriamo che le organizzazioni sopraccitate si sveglino dal loro apparente sopore, ma intanto sottolineo l’importanza dell’iniziativa di forze di base e autogestite come i lavoratori portuali di Genova e altre città che boicottano il traffico degli armamenti in partenza dal nostro Paese verso i teatri di guerra e hanno convocato una manifestazione nazionale a Genova per il 25 febbraio. Come già nel 1943, la classe operaia e i lavoratori sono all’avanguardia nella lotta contro la guerra e per la salvezza dell’Italia. Oggi più che mai è legata al disallineamento e alla ripresa di un’iniziativa attiva per la pace, in conformità all’articolo 11 della Costituzione repubblicana nata dalla Resistenza antifascista.

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Continuano a chiederci di non guardare – Pasquale Pugliese

Il 24 gennaio il Bollettino degli scienziati atomici – rivista scientifica fondata presso l’Università di Chicago dopo i bombardamenti di Hiroshima e Nagasaki – ha messo in guardia l’umanità sui pericoli della corsa alle armi nucleari: stiamo vivendo in un momento di pericolo senza precedenti. Il giorno successivo, il governo Usa e quello tedesco hanno deciso l’invio in Ucraina dei più potenti mezzi corazzati al mondo. Nella Giornata della Memoria, intanto, il ministro Crosetto parla di “terza guerra mondiale” tra le opzioni possibili in campo

Molti avranno visto Don’t look up il bel film di Adam McKay, con Leonardo di Caprio e Jennifer Lawrence nel ruolo di due scienziati statunitensi che scoprono l’imminente impatto di una cometa con la Terra, le cui dimensioni sono tali da comportare la distruzione di qualsiasi forma di vita sul pianeta, ma vengono ignorati e costretti al silenzio dalla presidente degli Stati Uniti, messi alla berlina dal circo mediatico al quale si rivolgono per allertare i popoli e, mentre le cometa si avvicina pericolosamente, la campagna negazionista guidata dalla stessa presidente conia lo slogan don’t look up, non guardate in alto. Appunto.

Si tratta di un film del 2021, straordinaria anticipazione artistica del momento che stiamo attraversando, come si è visto tragicamente e plasticamente a cavallo tra il 24 e il 25 gennaio scorsi, a quasi un anno dall’invasione russa dell’Ucraina.

Il 24 gennaio il Bollettino degli scienziati atomici– rivista scientifica fondata presso l’Università di Chicago nel 1945, dal biofisico Eugene Rabinowich e dal fisico Hyman Goldsmith dopo l’immane tragedia delle bombe statunitensi sganciate su Hiroshima e Nagasaki – ha avvicinato a novanta secondi dalla mezzanotte nucleare le lancette del Doomsday Clock, l’Orologio dell’Apocalisse, che dal 1947 mette in guardia l’umanità sui pericoli della corsa alle armi nucleari. Il punto più distante – e dunque di maggiore sicurezza – è stato registrato con i diciassette minuti del gennaio 1991, grazie alla sottoscrizione del Trattato di riduzione delle testate nucleari strategiche (START 1), lo scioglimento del Patto di Varsavia, grazie al presidente Gorbaciov, e la fine della “guerra fredda”: momento in cui sembrava aprirsi una nuova era di pace e sicurezza per l’umanità. Ma questa aspettativa venne presto tradita, si aprì una nuova stagione di guerre e di corsa agli armamenti, trainata dagli USA unica superpotenza globale sopravvissuta, e le lancette ricominciarono ad avvicinarsi alla catastrofe, anno dopo anno, minuto dopo minuto, fino ad arrivare al minuto e mezzo di quest’anno. Mai così vicine all’apocalisse.

In occasione della presentazione di questo drammatico avvicinamento alla mezzanotte nucleare, causato principalmente dalla guerra in Ucraina, Rachel Bronson, presidente del Bollettino degli scienziati atomici, ha dichiarato: “Stiamo vivendo in un momento di pericolo senza precedenti e il tempo indicato dall’orologio dell’apocalisse riflette questa realtà. 90 secondi alla mezzanotte è il valore più vicino nel quale l’orologio sia mai stato impostato, ed è una decisione che i nostri esperti non prendono alla leggera. Il governo degli Stati Uniti, i suoi alleati della NATO e l’Ucraina hanno una moltitudine di canali di dialogo; esortiamo i leader a esplorarli tutti al massimo delle loro capacità per riportare indietro le lancette dell’orologio”. Ebbene, il giorno successivo, il 25 gennaio, il governi USA e quello tedesco – ignorando l’appello degli scienziati atomici – hanno deciso di innalzare ancora l’asticella del conflitto armato, anziché esplorare al massimo i canali del dialogo e della mediazione (ormai usciti completamente di scena), decidendo l’invio – rispettivamente – dei carri armati abrams e leopard 2, i più potenti mezzi corazzati al mondo, al governo ucraino. Seguiti a ruota da tutti i governi occidentali nell’invio di ulteriori armamenti finalizzati ad alimentare la guerra, anziché avviare inesistenti sforzi di pace. Italia compresa, naturalmente, il cui ministro della “difesa” Guido Crosetto il 27 gennaio (Giornata della Memoria, ndr) ha evocato – direttamente e incredibilmente – la possibilità della “terza guerra mondiale” tra le opzioni possibili in campo, esattamente come fanno i capi del Cremlino.

Alla voce escalation l’Enciclopedia Treccani fornisce la seguente definizione: “condotta delle operazioni belliche caratterizzata da un aumento progressivo e graduale nell’impiego delle armi e nell’estensione delle misure militari, sotto il controllo dell’autorità politica”. Ma c’è un punto di non ritorno oltre il quale sono le armi a controllare e anzi dettare l’agenda alla politica, che rinuncia al suo ruolo per lasciare il campo unicamente alla guerra, che chiama altra guerra. Esattamente come sta accadendo dopo un anno di guerra in Ucraina e a novanta secondi dall’apocalisse nucleare. Nonostante i cittadini italiani – che sono più lungimiranti della maggior parte dei loro rappresentanti al Parlamento i quali hanno votato, a larga maggioranza, l’invio di armi in Ucraina per tutto il 2023 – sono per la riduzione delle spese militari, anziché per la loro crescita, come ha rilevato, ancora una volta, il recente sondaggio SWG per Greenpeace.

Il film Don’t look up non è a lieto fine e (senza fare spoiler) ricorda per certi versi la profezia di Albert Einstein: “non so con quali armi sarà combattuta la terza guerra mondiale, ma so come sarà combattuta la quarta: con le pietre e con i bastoni. In ogni caso, se lo avessi saputo, avrei fatto l’orologiaio”. Non a caso Einstein, i cui studi furono utilizzati nella realizzazione della prima bomba atomica statunitense, fu negli anni un attivo collaboratore del Bollettino degli scienziati atomici e tra i promotori dell’Orologio dell’Apocalisse, nonché co-firmatario con Bertand Russell e molti altri scienziati del Manifesto contro il riarmo atomico del 1955, che prende il loro nome: “Questo dunque è il problema che vi poniamo, un problema grave, terrificante, da cui non si può sfuggire: metteremo fine al genere umano, o l’umanità saprà rinunciare alla guerra?”. Siamo ancora a questo tragica scelta, oggi più stringente di allora, ma i governi e gran parte dell’informazione continuano a chiederci di non guardare in alto. Don’t look up, ma stavolta non è un film.

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Emmanuel Todd, John Mearsheimer e i profili strategici della guerra in Ucraina – Alberto Bradanini

In un acuto articolo reperibile sulla rete[1], l’antropologo francese Emmanuel Todd ha sviluppato alcune riflessioni sugli accadimenti ucraini che andrebbero valutate da chi dispone del potere di evitare che questa guerra ci conduca nel baratro.

Di seguito i punti cruciali delle riflessioni di Todd, con commenti a margine di chi scrive, quando non diversamente indicato, tenendo a mente che le rappresentazioni della narrazione dominante non sorgono da quel ramo del Lago di Como come i monti manzoniani, essendo fabbricate a tavolino da coloro che muovono i fili della manipolazione, per interesse o sudditanza[2].

L’antropologo citato rileva che all’avvio del conflitto due erano i postulati che gli eventi successivi hanno poi smentito: a) l’Ucraina non resisterà alla pressione militare russa; b) la Russia verrà schiacciata dalle sanzioni occidentali e il suo sistema produttivo, commerciale e finanziario sarà messo in ginocchio.

Inizialmente il conflitto aveva una dimensione territoriale, con un rischio espansivo limitato, sebbene i propositi di Nato-Usa erano stati prefabbricati e avessero obiettivi più estesi. Col passare dei mesi, l’obiettivo dell’Occidente è emerso nella sua evidenza, il dissanguamento della Russia e a caduta l’indebolimento della Cina. In parallelo, da una dimensione circoscritta la guerra è diventata mondiale, seppure con proprie caratteristiche e una bassa intensità militare rispetto a quelle precedenti.

All’avvio delle ostilità, la narrazione mediatica esaltava la forza dell’esercito russo, ben armato e strutturato. Dell’economia russa veniva invece rimarcata la fragilità di fondo, che l’avrebbe fatta crollare sotto il peso delle sanzioni. L’Ucraina, in buona sostanza, sarebbe stata travolta sul piano militare, mentre la Russia su quello economico. Le carte si sono invece ribaltate, una doppia sorpresa che conferma l’azzardo di ogni previsione e l’inattendibilità della macchina manipolatoria, quando i destinatari trovano tempo per approfondire.

Gli analisti dotati di pensiero critico – non certo i funzionari politici e mediatici di sistema, o i partigiani ideologici – restano convinti che sarà la Russia a prevalere, anche se la forma non è prevedibile. L’Ucraina, tuttavia, non è stata schiacciata sul piano militare, pur avendo perso (gennaio 2023) il 16 per cento del territorio. Sul fronte opposto, l’economia regge, non è andata in rovina, il commercio con i paesi non-occidentali è sostenuto e, dalla vigilia della guerra, il rublo ha guadagnato l’8 per cento sul dollaro e il 18 per cento sull’euro.

Sul piano militare l’Occidente non intende esporsi (lo fa con il sangue e il territorio ucraini) per evitare rappresaglie ed escalation, pur fornendo finanziamenti e armamenti che tengono in piedi lo stato ucraino e uccidono soldati russi. In Europa, la guerra danneggia la struttura industriale, causa inflazione e scarsità di energia, aggrava la sua irrilevanza e la sudditanza all’alleato-padrone.

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L’illusione che 300 tank cambino la guerra – Fabio Mini

…L’urgenza manifestata da Kiev, oltre alla preoccupazione per la minaccia russa, rivela una situazione di crisi interna confermata dalle prime purghe e una crescente diffidenza nel sostegno occidentale. Il capo della Cia, William Burns, ha già ventilato a Kiev la possibile flessione degli aiuti americani a partire dal prossimo agosto e forse ha rivolto qualche sollecitazione in materia di lotta alla corruzione. Sono all’orizzonte le elezioni americane e senza risultati concreti dell’ucraina sul fronte militare e della correttezza di governo, la leadership democratica potrebbe essere in difficoltà. Perciò, la cessione di carri armati all’ucraina non sembra finalizzata alla distruzione reciproca dell’esercito ucraino e delle forze russe in Donbass, anche se proprio questo sarà l’effetto visibile e scontato.

 

Il conflitto per procura: i veri obiettivi

Per gli Stati Uniti è il mezzo per mettere alla prova la capacità ucraina di riguadagnare terreno e sedersi da vincitori a un eventuale tavolo negoziale. È il mezzo per indurre i Paesi europei e Nato a sottostare alle direttive Usa e trascinarli in guerra. È la prova che nella guerra per procura dichiarata dagli Stati

Uniti e la Nato contro la Russia il vero proxy non è l’ucraina, ma l’intera Europa. È la prova che l’amministrazione democratica si vuole presentare alle elezioni del 2024 non soltanto con il vanto (tutto da verificare) di aver difeso l’ucraina e “depotenziato” la Russia, ma con il merito di aver definitivamente assoggettato l’europa ai voleri e interessi americani anche in vista del confronto strategico con la Cina.

Per la Nato e l’europa è il mezzo per rafforzare il nucleo bellicista e isolare gli Stati più restii a sostenere la guerra. Per la Gran Bretagna è il mezzo per frantumare la coesione europea ed esercitare la leadership in tutto il Nord a partire dalla Polonia fino al Baltico, alla Scandinavia e all’artico. Per Francia e Germania è la rinuncia a un qualsiasi ruolo di leadership europea e per l’italia è la conferma della vocazione alla resa. Incondizionata.

Da il fatto quotidiano 27 gennaio 2022

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Drone Papers e “la burocrazia della morte” sotto Obama: il caso Daniel Hale – Giacomo Gabellini

Il 27 luglio 2021, la Corte Distrettuale della Virginia presieduta da Liam O’Grady ha condannato Daniel Hale, giovane specialista dell’intelligente con trascorsi presso la Us Air Force (Usaf) e la National Security Agency (Nsa), a 45 mesi di reclusione ai sensi dell’Espionage Act. La legge, approvata unitamente al Trading with the Enemy Act subito dopo l’ingresso degli Stati Uniti nella Prima Guerra Mondiale e poi emendata con il Sedition Act (e più volte in futuro attraverso numerosi provvedimenti), configurava come tipologia di reato l’espressione di “opinioni sleali” nei confronti del governo e dell’esercito statunitense, ed inaspriva le pene prevista dal Defense Secrets Act del 1911 per la divulgazione di informazioni sensibili in materia di sicurezza nazionale.

I fatti accertati dalla Corte Distrettuale della Virginia risalgono all’aprile del 2013, quando Hale allacciò un canale di comunicazione – diretto, oltre che via telefono, sms, e-mail e piattaforme di messagistica crittografata – con Jeremy Scahill, giornalista della testata telematica «The Intercept», trasmettendogli informazioni confidenziali raccolte durante la sua esperienza presso l’Usaf e la Nsa. Nel febbraio 2014, mentre lavorava come appaltatore del Dipartimento della Difesa presso la National Geospatial-Intelligence Agency (Nga), fotocopiò numerosi documenti classificati del Pentagono, alcuni dei quali furono poi pubblicati da «The Intercept». Più specificamente, spiega il Dipartimento di Giustizia statunitense, nel lasso di tempo preso in esame «Hale ha stampato 36 documenti Top Secret, 23 dei quali non correlati al suo lavoro presso Nga. Di questi, Hale ne ha forniti almeno 17 alla testata online, che li ha pubblicati del tutto o in parte. Ben 11 dei documenti pubblicati recavano il contrassegno “Top Secret” o “Secret” […]. Nell’agosto 2014, nella rubrica del telefono cellulare di Hale figurava il contatto del giornalista a cui aveva fornito i documenti. La sua pen-drive conteneva una pagina recante il contrassegno “Secret” estratta da un documento classificato che Hale aveva stampato nel febbraio 2014. Inoltre, Hale possedeva sul suo computer di casa un altro documento sottratto dagli archivi della Nga».

I documenti incriminati attenevano alle “deludenti” performance realizzate nell’epoca di Obama – sotto la cui amministrazione si registrò un utilizzo di velivoli senza pilota di gran lunga più intenso rispetto a quello che aveva caratterizzato il predecessore – nei teatri di battaglia di Somalia, Yemen e Afghanistan dai droni guidati da remoto da specialisti dell’aeronautica militare statunitense. I cosiddetti Drone Papers evidenziano che la campagna di “eliminazioni mirate” condotta dal Joint Special Operation Command (Jsoc) statunitense scontava “carenze critiche” in materia di disponibilità di mezzi e di individuazione dei bersagli da colpire. Lacune che erano state rilevate da una task force del Dipartimento della Difesa specializzata in Intelligence, sorveglianza e ricognizione (Isr), secondo cui la limitata presenza di personale militare statunitense sul campo e la complessa geografia delle aree interessate rendeva la localizzazione degli obiettivi eccessivamente dipendente dalla captazione di segnali elettromagnetici (Sigint) emanati da apparecchiature (computer e telefoni cellulari) in loro possesso, nonostante il ricorso a Sigint venga bollato all’interno dei documenti classificati consegnati da Hale a «The Intercept» come una forma inferiore di intelligence, in virtù della sua scarsa affidabilità.

Sigint richiede infatti difficili e complesse verifiche a più livelli in grado di fornire riscontro e corretta interpretazione dei segnali intercettati, in assenza delle quali si corre il rischio di mancare il bersaglio, di causare decine e decine di “vittime collaterali” nel tentativo di colpirlo o di provocare stragi di innocenti per fraintendimento dei segnali elettromagnetici captati. «Una volta che la bomba esplode – ha confidato a Glenn Greenwald e Jeremy Scahill un ex pilota di droni – sai soltanto che il telefono [associato all’obiettivo da colpire] si trovava lì, ma non sai chi c’è dietro, chi lo sta tenendo. Naturalmente si presume che il telefono appartenga a un “nemico combattente”. Potrebbe trattarsi effettivamente di terroristi, oppure di loro famigliari che non hanno nulla a che fare con le attività del bersaglio». Un po’ come sparare alla cieca

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La RAND e il baratro ucraino – Michele Paris

La pubblicazione nei giorni scorsi di un rapporto dell’influente think tank americano RAND Corporation sta alimentando un dibattito piuttosto acceso sui media alternativi circa un possibile cambio di rotta almeno parziale all’interno dell’apparato di potere USA sulla guerra in Ucraina. Essendo la RAND nota da sempre come un centro studi ultra-aggressivo in materia di politica estera americana, la sua presa di posizione allarmata sul coinvolgimento di Washington a lungo termine nel conflitto sembra essere di particolare rilievo, anche se restano quanto meno dubbi gli effetti concreti che potrebbe avere sugli ambienti “neo-con” che controllano di fatto le decisioni dell’amministrazione Biden.

Al centro del documento di oltre trenta pagine c’è la tesi che gli interessi degli Stati Uniti sarebbero meglio soddisfatti “evitando un prolungamento della guerra” tra la Russia e l’Ucraina (NATO), visto che “i costi e i rischi di un conflitto di lunga durata… superano i possibili vantaggi”.

Gli autori del rapporto bocciano in questo modo le scelte fatte fin qui dal governo USA, impegnato ad aumentare il livello di coinvolgimento e dello scontro con Mosca garantendo armi e mezzi militari sempre più sofisticati al regime di Kiev al preciso scopo di prolungare i tempi della guerra.

L’argomento della RAND si basa in sostanza sulla futilità degli sforzi USA/NATO per evitare la sconfitta dell’Ucraina. Nel documento si legge che l’invio protratto di aiuti militari “potrebbe diventare insostenibile”, vista la molto probabile capacità della Russia di “ribaltare i successi ucraini sul campo di battaglia”. Alla luce di ciò, anche il tentativo di riconquistare le regioni annesse dopo referendum dalla Russia dovrebbe essere messo da parte, risultando “irrilevante” per gli Stati Uniti a causa degli “scarsi benefici” e dei “costi molti alti” che comporterebbe.

La RAND invita quindi l’amministrazione Biden a “fare dei passi per rendere possibile una fine negoziata del conflitto”, ad esempio “esercitando pressioni sull’Ucraina affinché vengano avviate trattative” e accettato anche “un esito sfavorevole” attraverso la minaccia dello stop ai finanziamenti destinati alle operazioni militari. In merito alla Russia, l’incentivo consisterebbe invece nell’offrire una “sostanziale” riduzione delle sanzioni in caso di partecipazione al tavolo delle trattative.

Al di là dell’interesse molto improbabile del Cremlino per quest’ultima ipotesi o per l’intero studio della RAND, la sola pubblicazione di esso sembra segnalare uno dei primissimi casi di rottura del fronte apparentemente compatto dei “falchi” anti-russi a Washington. A ben vedere, segnali di disagio erano già arrivati soprattutto dagli ambienti militari americani. Lo stesso capo di Stato Maggiore USA, generale Mark Milley, già lo scorso novembre aveva sollecitato una soluzione diplomatica al conflitto, mettendo in guardia dai rischi di un’escalation.

Un’analisi del blog indipendente Moon Of Alabama riconduce il recente studio della RAND Corporation al confronto interno al “Deep State” americano, con i “falchi” che hanno per ora la meglio sulle (relative) “colombe”. In quest’ottica, sarebbe del tutto possibile che il generale Milley abbia in qualche modo chiesto un documento ufficiale alla RAND per “promuovere la sua tesi”. Il think tank con sede a Santa Monica, in California, è d’altra parte finanziato direttamente dal Pentagono.

Secondo Moon Of Alabama, la fazione “neo-con, a cui fanno capo tra gli altri il consigliere per la Sicurezza Nazionale Jake Sullivan, il segretario di Stato Anthony Blinken e uno dei sui vice, Victoria Nuland, dettano di fatto le scelte della Casa Bianca sull’Ucraina e controllano o manipolano il flusso di informazioni che arrivano sulla scrivania del presidente. A far salire le quotazioni dei militari e a rendere popolari le indicazioni suggerite dalla RAND Corporation potrebbero essere però gli sviluppi delle prossime settimane sul campo, ovvero se l’avanzata della campagna militare russa dovesse rendere impossibile da occultare il tracollo del regime di Zelensky e il flop dei piani della NATO…

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Ucraina. Appello di Borotba alla sinistra, agli antifascisti e ai pacifisti – Clara Statello

(Foto di Borotba)

Il partito ucraino Borotba è stato creato nel 2011, dall’unione di alcune organizzazioni antifasciste e anticapitaliste, con una forte connotazione comunista. Inizialmente schierata in opposizione al governo di Yanukovic, organizza le proteste di lavoratori dei cantieri navali, porti fluviali, ferrovieri e altri, radicandosi in diverse regioni, tra cui Kiev, Dnipro, Kharvo, Odessa. Pur su posizioni tutt’altro che filo-russe, nel 2014 si oppone all’Euromaidan, che considera un colpo di Stato nazista sostenuto dall’imperialismo USA/UE. Diventa quindi protagonista delle insurrezioni contro il nuovo governo (Kharkov) e della resistenza alla violenza nazionalista (Odessa). Per questa ragione i suoi militanti hanno subito una brutale repressione da parte di Kiev, alcuni sono dovuti espatriare o sono stati uccisiIn relazione agli ultimi eventi hanno lanciato quest’appello.

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Compagni!

Come potete vedere, la situazione sta degenerando. La decisione degli Stati Uniti di fornire carri armati Abrams è molto pericolosa. Minaccia una guerra mondiale, perché la progettazione dei motori Abrams richiede una manutenzione costante. Non ci sono specialisti per questo in Ucraina. Pertanto, per la riparazione e la manutenzione saranno coinvolti specialisti civili degli Stati Uniti, che lavoreranno presso imprese ucraine, che sono obiettivi dell’esercito russo.

Tutti capiscono che a causa dei bombardamenti c’è un rischio molto serio che questi specialisti vengano uccisi. Tuttavia, la morte di un cittadino statunitense consentirà a Biden di chiedere l’introduzione di una no-fly zone sull’Ucraina e questi potrebbe diventare casus belli.

Pertanto, Biden intende utilizzare i lavoratori ordinari come vittime per scatenare una guerra con la Russia.

Comprendiamo che una tale decisione delle autorità statunitensi comporta un enorme pericolo per tutta l’umanità. Abbiamo bisogno che tutti i nostri compagni, tutti i cittadini europei e l’intera comunità internazionale si rendano conto che non vogliono essere trascinati nel conflitto esterno (di qualcun altro). Né la Russia, né gli antifascisti del Donbass e dell’Ucraina sono in contraddizioni con le normali persone che vivono in Europa e negli Stati Uniti. Tuttavia, a causa di tali azioni aggressive della leadership americana, il mondo potrebbe trovarsi sull’orlo del disastro. A Biden non resta molto da vivere, ma a noi e ai nostri figli sì.

È molto importante che tutti coloro che sono contrari a tale decisione non tacciano. Tutti devono esprimere apertamente la propria posizione sui social network, sui media progressisti e sui canali telegram amichevoli. A comizi e manifestazioni. Con l’aiuto di volantini e murales.

Se tutti diciamo NO alle azioni degli Stati Uniti, sarà difficile per i nostri nemici comuni fare questo passo.

Compagni! La vostra solidarietà è oggi più importante che mai!  –  Borotba

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Guerra e parole – Marco Bertolini

…L’Esercito Europeo! Come è andata a finire questa velleitaria terzietà continentale l’abbiamo visto in questi mesi nei quali l’UE si è appiattita completamente sulle posizioni Usa e Nato nella guerra in Ucraina, senza nemmeno tentare di far valere le proprie esigenze e preoccupazioni per una guerra che affligge il nostro continente e non la Luna.

Una UE che si limita a passare ai suoi “soci” le istanze ucraine o d’oltreatlantico, drenando preziose risorse dalle singole Difese nazionali per alimentare una guerra per classiche rivendicazioni territoriali tra due Stati sovrani, estranei all’Unione stessa, che non ci dovrebbe riguardare direttamente. Una guerra dalla quale, infine, non ci verrà nulla di buono.

Inutile dire che, nel caso di questa fantastica e fantasiosa Difesa Comune, si trattava di un’idea peregrina anche perché non esistono in ambito europeo interessi così radicalmente comuni da presupporre anche l’impiego delle armi e il versamento del sangue delle singole gioventù nazionali, per difenderli.

Non è di interesse comune il rapporto con il Nord Africa, incendiato da Usa, UK e Francia con le primavere arabe, abbandonando il Sud Europa e l’Italia in particolare alle conseguenze di una guerra che ha distrutto ogni speranza di stabilità alle porte di casa nostra nell’indifferenza generale, con particolare riferimento a quella del Nord Europa.

Non è di interesse comune quello che succede in Medio Oriente dove una guerra crudelissima ha ucciso centinaia di migliaia di persone e distrutto comunità antichissime in Siria, musulmane e cristiane, e dove si è evitato che ISIS e Al Qaeda aprissero i loro ombrelloni sulle spiagge di Latakia e Tartus solo grazie all’intervento di una potenza europea, la Russia, mentre altre potenze europee ed extraeuropee di fatto remavano e remano contro.

Non è stato di interesse comune il guazzabuglio creato nei Balcani, dove si è impiantato un muretto di Berlino tra Kosovo e Serbia che ha continuato a dividere l’Europa dopo la caduta della Cortina di Ferro – e che tutt’oggi continua a preoccupare – mentre i singoli paesi europei si interessavano soprattutto di ricavarsi nell’area vantaggi esclusivi a scapito delle realtà statuali locali e dei “concorrenti” del vecchio continente.

E non è di interesse comune neanche l’incendio bellico appiccato in Ucraina con l’Euromaidan nel 2014 e con quello che ne è seguito l’anno scorso, anche se ora tutta Europa sembra essersi stretta a coorte per rispondere alla chiamata alle armi di una potenza extra europea come gli Usa che vuol mettere le cose a posto (?).

Ma che ci siano come minimo diverse sensibilità in merito è fuor di dubbio, viste le esitazioni dell’Ungheria e della Bulgaria, gli alti e bassi della Francia e i timori della Germania, già degradata a modesta potenza regionale da rampante potenza economica mondiale che era, dopo il taglio del Nord Stream 1 e 2 che la collegava comodamente e a buon mercato al più grande distributore di energia del mondo.

E’ in questo complicato contesto che è scomparso un altro termine, sovranità, a meno di sporadiche comparsate per irridere, da parte di chi lo ha sempre vituperato, gli avversari che invece lo eleggevano a propria bandiera. Avversari che ora sono costretti a rincorrere UE e Nato, in un crescendo rossiniano di chiamate alle armi che poco o nulla hanno a che fare con gli interessi nazionali dei rispettivi Stati.

Nessuno sembra averlo capito, tristemente, ma la cessione dei propri “gioielli” militari ad altri – nella consapevolezza che dopo la perdita della moneta nazionale, Forze Armate forti e ben equipaggiate rimangono l’ultimo presidio di una indipendenza costata sangue e sacrifici per generazioni – potrebbe rappresentare la fine di un’epoca nella quale le sovranità nazionali hanno dato forma all’Occidente.

Lo dobbiamo fare per difendere la democrazia, ci dicono, come se di una democrazia compiuta si trattasse nel caso di un paese che ha messo fuorilegge i partiti di opposizione, che chiude le chiese ortodosse arrestandone i preti e che discrimina i propri cittadini in base alla lingua che parlano.

Una guerra per difendere un principio, insomma, come se fosse umano mettere a rischio la vita di migliaia di ragazzi semplicemente per affermare un “valore”, qualunque esso sia, e non per un interesse concreto, che riguardi il proprio popolo e il suo (del popolo) futuro.

Puoi consolare una madre che ha perso il proprio figlio per salvare, armi in pugno, la sua famiglia. Puoi consolarne altre costrette allo stesso sacrificio per il bene della propria comunità; le più generose si faranno una ragione della perdita grazie alla consapevolezza che è stato per la salvezza della propria Patria e per questo, l’Ucraina è nel suo pieno diritto di combattere finche lo riterrà necessario.

Ma a nessuno si possono chiedere sacrifici per contese territoriali tra paesi diversi dal suo, soprattutto se come nel caso in esame non sono nemmeno suoi alleati. Questa era la logica delle guerre di un tempo. Una logica cinica ma che riusciva a circoscrivere gli incendi, al contrario del moralismo attuale per il quale non esistono confini e differenze ma che non si fa scrupoli a discriminare i buoni dai cattivi usando filtri autoreferenziali, irrorando di benzina le fiamme.

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LA VERITÀ SUI CARRI ARMATI: LA NATO MENTE E STA PORTANDO L’UCRAINA VERSO IL DISASTRO – Scott Ritter
La guerra con i carri armati si è evoluta. I grandi scontri diretti di forze corazzate che avevano caratterizzato gran parte della Seconda Guerra Mondiale e i conflitti arabo-israeliani e che erano serviti come base della dottrina operativa sia della NATO che dell’Unione Sovietica (dottrina attuata pienamente dagli Stati Uniti durante l’operazione Desert Storm nel 1991), hanno fatto il loro corso.

Come la maggior parte delle innovazioni tecnologiche militari, la capacità di assicurare la sopravvivenza di un moderno carro armato pesante è stata superata dalla messa in campo di sistemi difensivi progettati per oltrepassare tali difese. Se una forza militare moderna tentasse di lanciare un attacco su larga scala con mezzi corazzati contro un avversario di pari livello ben equipaggiato e armato di moderni missili anticarro, il risultato sarebbe una sconfitta decisiva per l’attaccante, segnata dalle carcasse fumanti dei carri bruciati.

Non fraintendetemi: i carri armati hanno ancora un ruolo vitale da svolgere sul campo di battaglia moderno. Il loro status di bunker mobile è inestimabile nel tipo di conflitti di logoramento che sono arrivati a definire l’attuale fase dei combattimenti su ampi settori del fronte [ucraino]. La velocità e la corazza contribuiscono ancora alla sopravvivenza e il cannone principale di un carro armato rimane una delle armi più letali sul campo di battaglia moderno.

Ma il carro armato moderno dà il meglio di sé come parte di una squadra di armi combinate, supportata dalla fanteria (motorizzata e non) e da una grande quantità di sistemi d’arma di supporto (artiglieria e supporto aereo ravvicinato). Come parte di una squadra di questo tipo, specialmente se ben addestrata nell’arte del combattimento ravvicinato, il carro armato rimane un’arma da guerra essenziale. Tuttavia, se utilizzato in modo isolato, un carro armato è semplicemente una costosa bara mobile…

…Il mese scorso il comandante in capo delle forze armate ucraine, il generale Valerii Zaluzhnyi, aveva dichiarato a The Economist di aver bisogno di 300 carri armati, 500 veicoli da combattimento per la fanteria e 500 pezzi di artiglieria per avere qualche possibilità di sconfiggere l’Ucraina.

Dopo la riunione del 20 gennaio del Gruppo di contatto di Ramstein e le successive discussioni sulla fornitura di carri armati, la NATO e i suoi partner alleati hanno deciso di fornire meno del 50% del numero di carri armati richiesti, meno del 50% del numero di veicoli da combattimento per la fanteria richiesti e meno del 20% dell’artiglieria richiesta.

Inoltre, il calendario per la consegna di queste attrezzature è scaglionato in modo incoerente su un periodo che si estende per molti mesi e, che in alcuni casi, arriva addirittura all’anno successivo. Ciò non solo complica le questioni relative all’addestramento e alla sostenibilità logistica, già di per sé sfavorevoli all’Ucraina, ma rende quasi impossibile qualsiasi sforzo significativo per integrare questo materiale in un piano di impiego operativo coerente. In breve, l’Ucraina sarà costretta ad impegnare in combattimento l’equipaggiamento fornito – soprattutto i carri armati – in modo frammentario.

La verità sui carri armati è che la NATO e le nazioni alleate stanno rendendo l’Ucraina più debole, non più forte, fornendole sistemi militari eccessivamente complicati da utilizzare, straordinariamente difficili da mantenere e impossibili da far sopravvivere a meno che non vengano impiegati in modo coerente e ad armi combinate.

La decisione di fornire all’Ucraina i carri armati pesanti occidentali è, letteralmente, un patto suicida, che coloro che affermano di voler tutelare gli interessi dell’Ucraina dovrebbero prendere in considerazione prima che sia troppo tardi.

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“IN GUERRA CON LA RUSSIA,” L’EUROPA È SULL’ORLO DELL’ABISSO – Alastair Crooke

…in questo momento di decadenza di Davos, si è scatenato un rumore rauco e distraente: Abrahams M1 e Leopard per l’Ucraina. Il ministro tedesco Baerbock che dichiara che la Germania e la famiglia dell’UE sono “in guerra con la Russia.” Il rumore, come al solito, riesce a oscurare un quadro più ampio.

Sì, punto primo, abbiamo sempre un cambio di missione: non invieremo armi offensive, ma poi lo hanno fatto. Non invieremo armi a lungo raggio (M777), ma poi lo hanno fatto. Non invieremo sistemi missilistici multipli (HIMARS), ma poi lo hanno fatto. Non invieremo carri armati, ma ora lo fanno. Niente truppe NATO sul terreno, ma sono lì dal 2014.

Punto secondo: Il colonnello Douglas Macgregor, ex consigliere di un segretario alla Difesa statunitense, afferma che l’umore a Washington è notevolmente cambiato: Washington ha capito che gli Stati Uniti stanno perdendo la loro guerra per procura. Questo fatto, tuttavia, secondo Macgregor, rimane ancora “sottotraccia” nei media main-stream. Il punto più importante che Macgregor sottolinea è che questo tardivo “risveglio” alla realtà non sta spostando di una virgola la posizione dei falchi neoconservatori. Vogliono un’escalation (come una piccola fazione in Germania, i Verdi, e una fazione di spicco in Polonia e, come sempre, negli Stati baltici).

E Biden è circondato dai falchi guerrafondai del Dipartimento di Stato.

Terzo punto: la “realtà” contraria è che anche i militari “in uniforme” d’Europa hanno capito che l’Ucraina sta perdendo e sono molto preoccupati dalla prospettiva di un’escalation e di una guerra che potrebbe inghiottire l’Europa orientale. I carri armati non hanno nulla a che fare con il loro calcolo sull’esito del conflitto.

I professionisti sanno che gli Abrams o i Leopard non cambieranno il corso della guerra, e arriveranno quando sarà troppo tardi per cambiare qualcosa. I quadri militari europei non vogliono la guerra con la Russia: sanno che l’UE non ha la capacità di produzione di “picco” per sostenere una guerra contro la Russia, al di là di una finestra molto limitata.

L’opinione popolare e alcuni settori chiave dell’opinione d’élite in Germania (e altrove in Europa) si stanno indurendo nell’opposizione alla guerra. Si teme che l’enfasi sull’invio di carri armati tedeschi, con il loro oscuro simbolismo di sanguinose battaglie passate, sia intesa a seppellire definitivamente ogni prospettiva di future relazioni della Germania con la Russia.

Inoltre, gli ufficiali militari tedeschi temono che un esercito ucraino in crisi possa ripiegare verso il confine polacco – e persino oltrepassarlo – e questo prima ancora che i carri armati vengano consegnati. Questi carri armati verrebbero quindi assorbiti dall’esercito polacco. In questi ambienti militari si pensa che questo potrebbe essere l’intento finale dei Neoconservatori: la Polonia, che sta già mobilitando una forza militare di 200.000 uomini, diventerebbe il nuovo proxy (e il più grande esercito in Europa) in una più ampia guerra europea contro la Russia.

I Tedeschi sono comprensibilmente molto inquieti. Un recente rapporto dell’edizione polacca del quotidiano tedesco Die Welt – basato su colloqui con fonti diplomatiche polacche, tra cui un alto funzionario del Ministero degli Esteri polacco – ha riferito che “ogni giorno i politici polacchi dicono ciò che i rappresentanti della Germania o della Francia di solito non osano,” formulando così uno degli obiettivi della guerra, ovvero che “la Russia deve essere indebolita, per quanto possibile, incondizionatamente. Il nostro obiettivo è fermare la Russia per sempre. Uno sporco compromesso non deve essere consentito.” E ancora: “Una tregua alle condizioni della Russia porterebbe solo ad una pausa nei combattimenti, che durerebbe solo fino a quando la Russia si riprenderà,” ha spiegato l’alto diplomatico.

Ribaltiamo quindi la prospettiva e guardiamola dall’altra parte. Certo, il conflitto ucraino è un caleidoscopio di forme in movimento – eppure ci sono alcuni appigli a cui ci si può aggrappare, per un po’ di stabilità.

L’asse dei Paesi “in guerra con la Russia” si trova sull’orlo di un precipizio economico. Il tenore di vita sta crollando al ritmo più rapido dal secondo dopoguerra. La rabbia, lenta ad accendersi, sta ora esplodendo. Le classi politiche britanniche e dell’UE non hanno risposte a questa crisi. La classe dirigente tenta di rimanere in disparte, confidando che il popolo accetti tutto quanto: i prezzi in aumento, i posti di lavoro persi a causa dei costi energetici più elevati, gli spazi vuoti sugli scaffali dei negozi e le disfunzionalità del sistema (ad esempio, negli aeroporti e nei trasporti) che interferiscono con il buon funzionamento della società. Per gli Americani è lo stesso.

I tirapiedi incaricati della gestione e del funzionamento del “sistema” sono confusi. La loro (alta) autostima finora si è basata sull’articolazione di “punti di vista corretti” e sull’adesione alle “cause prescritte,” più che sulla manifestazione di una particolare competenza nel proprio lavoro. Ora non sanno cosa dire o quale causa sia “corretta.” Le narrazioni si stanno sgretolando; le rivelazioni di Twitter hanno sconvolto il precedente “equilibrio.”

Anche il regime di Kiev è alle corde. Sta raggiungendo il limite per quanto riguarda il morale militare – e la disponibilità di uomini arruolabili. È finanziariamente al verde. Secondo quanto riferito, uno dei messaggi consegnati [alla giunta di Kiev] dal capo della CIA, Bill Burns, durante la sua recente visita, avvertiva che Kiev potrà contare sul sostegno finanziario di Washington fino a luglio, ma che, oltre questo termine, i finanziamenti saranno inutili.

Il colonnello Macgregor suggerisce che la fornitura di “carri armati” potrebbe essere stata pensata per “prolungare la sofferenza,” ossia per aumentare le “apparenze” fino a quando (presumibilmente) non sarà identificato un capro espiatorio in grado di sostenere la responsabilità di un’eventuale débacle ucraina. Chi potrebbe essere? Beh, le voci di corridoio suggeriscono che la saga dei documenti classificati di Biden sia uno stratagemma destinato a portare alla defenestrazione di Joe Biden prima delle primarie democratiche.

Chi lo sa… Ma quello che è evidente è che c’è una fazione negli Stati Uniti che, come in Europa, si oppone alla predisposizione del team Biden all’escalation. Gli Europei temono una guerra cinetica sul loro continente, mentre la fazione americana teme di più la prospettiva di un crollo finanziario, se la guerra dovesse allargarsi.

Naturalmente, anche Mosca non vuole una guerra più ampia, anche se deve prepararsi a questa eventualità.

Mosca è anche consapevole del fatto che le continue provocazioni militari occidentali (ad esempio, gli attacchi con i droni in Crimea) sono sfruttate con entusiasmo dai falchi che sperano di innescare un’escalation russa. In effetti, secondo i falchi l’assenza di tali ritorsioni da parte della Russia sarebbe una prova di debolezza, la giustificazione per un ulteriore salto di qualità nelle successive provocazioni.

Tuttavia, è improbabile che la Russia abbocchi all’amo: ha un vantaggio strategico reale in tutte le aree di impegno con le forze ucraine. Mentre l’Occidente ha solo un effimero e apparente vantaggio di escalation.

Il Team Putin ha la possibilità di gestire qualsiasi escalation (a titolo di rappresaglia) in modo minimale e diffuso, in modo da non dare ai guerrieri di Washington la loro tanto agognata “Pearl Harbour” (come quando la flotta statunitense era stata lasciata all’ancora, a fare da bersaglio per un attacco giapponese).

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Un anno di guerra in Ucraina: il bilancio dalla prima alla quarta fase (“trasformativa”)Roberto Buffagni

In questo scritto ripercorro, con la massima brevità e chiarezza, il percorso e le dinamiche strategiche che hanno condotto alla presente quarta fase della guerra in Ucraina, una fase che ritengo trasformativa. Non inserisco note tranne una, relativa a un significativo studio della RAND Corp., pubblicato mentre elaboravo questo testo, a fine gennaio 2023. Chi desidera informarsi sulle mie analisi precedenti, e trovare la documentazione dei fatti e delle interpretazioni a cui qui mi riferisco, può visitare i siti italiaeilmondo.com e l’antidiplomatico.it, inserendo nella funzione di ricerca il mio nome e la parola “Ucraina”, e/o le altre parole chiave presenti nel testo.

Ringrazio sentitamente il generale Marco Bertolini, lo storico Giacomo Gabellini, e il responsabile del sito italiaeilmondo.com Giuseppe Germinario, che mi hanno usato la bontà di leggere in bozza questo testo e consigliarmi. Ovviamente è solo mia la responsabilità dei difetti e dei limiti dell’articolo.

 

Eziologia della guerra in Ucraina. Natura e scopi della guerra dai punti di vista russo e occidentale.

Sull’eziologia della guerra in Ucraina condivido l’interpretazione storica del prof. John Mearsheimer. È la conseguenza dell’espansione a Est della NATO, e della volontà statunitense di creare un bastione militare occidentale alla frontiera russa, integrando l’Ucraina nella NATO: una strategia che la Federazione russa ha dichiarato assolutamente inaccettabile sin dal Summit NATO di Bucarest 2008 in cui venne annunciata l’intenzione di integrare nell’Alleanza Atlantica Georgia e Ucraina.

Negli anni tra il 2008 e il 2022, gli USA integrano gradualmente l’Ucraina nella NATO, sebbene de facto e non de jure. Nel 2014 danno impulso alla destabilizzazione del governo in carica e all’insediamento di un governo ucraino a loro favorevole, e negli anni seguenti portano a livello di preparazione e armamento NATO le FFAA ucraine. Nel 2014 la Federazione russa si annette la Crimea, senza conflitto militare. Il 2021 vede una significativa accelerazione del processo di integrazione de facto dell’Ucraina nella NATO: importanti forniture di armamenti, grandi esercitazioni militari in comune, e nel novembre 2022 rinnovo della convenzione bilaterale USA – Ucraina che ribadisce la comune intenzione di integrare l’Ucraina nella NATO anche de jure.

Secondo questa interpretazione eziologica, dal punto di vista russo la guerra in Ucraina è una guerra preventiva in difesa di interessi vitali russi, e non una guerra imperialistica di annessione/conquista che, se coronata da successo, può preludere a ulteriori espansioni territoriali russe in Europa. Quest’ultima è invece la definizione della natura e degli scopi dell’intervento russo adottata dagli Stati occidentali.

 

Prima fase della guerra (dal 24 febbraio alla primavera 2022). Escalation militare russa: invasione dell’Ucraina. Escalation politica occidentale: rifiuto di ogni trattativa diplomatica.

Nel dicembre 2022 la Federazione russa, che nei mesi precedenti ha schierato alla frontiera ucraina un contingente militare pronto all’intervento, propone agli USA una soluzione diplomatica, nell’insolita forma di bozza di trattato resa pubblica. Le principali richieste russe sono, in sostanza: Ucraina neutrale e applicazione effettuale degli accordi di Minsk per la tutela delle popolazioni russofone del Donbass, dove dal 2014 è in corso una guerra civile appoggiata ufficiosamente dai governi ucraino e russo. Gli Stati Uniti non rispondono alla proposta in forma ritenuta soddisfacente dai russi (rinviano, traccheggiano, ricorrono alla “strategic ambiguity”).

Il 24 febbraio 2022 la Federazione russa interviene militarmente in Ucraina. Non è possibile sapere con certezza perché abbia scelto proprio questo momento. Forse – ma è solo una mia inferenza logica – perché in base alle informazioni in suo possesso, la Federazione russa ritiene che l’esercito ucraino stia per intervenire in forze contro le milizie del Donbass, schierando poi il grosso delle truppe nelle postazioni difensive fortificate ivi costruite nel corso degli anni, in modo da prevenire il possibile intervento militare russo e renderlo molto più difficile, costoso, incerto.

I russi intervengono con un contingente militare di circa 180-200.000 uomini, in condizioni di inferiorità numerica di 3:1 circa rispetto all’esercito ucraino, sebbene i manuali tattici prescrivano una proporzione inversa attaccanti/difensori (almeno 3:1 a favore dell’attaccante, per compensare il vantaggio della difesa). Sviluppano attacchi su cinque direttrici, sia al Sudest, sia al Nordovest dell’Ucraina. Gli attacchi nel Nordovest sono attacchi secondari, un’ampia manovra diversiva volta a fissare truppe ucraine a difesa di Kiev e degli altri centri interessati dalla manovra, per modellare il campo di battaglia nel Sudest, nel Donbass, dove si dirigono gli attacchi principali. Così interpretando la manovra russa aderisco all’articolata interpretazione che ne ha dato “Marinus”, probabilmente pseudonimo del Ten. Gen. (a riposo) Paul Van Riper, Corpo dei Marines, nello studio pubblicato sui numeri di giugno e agosto 2022 della “Marine Corps Gazette”, che ho tradotto in italiano, commentato e pubblicato sui siti citati in apertura.

Nel giro di tre-quattro settimane la manovra diversiva russa ha successo. A fine marzo, le truppe russe che hanno sviluppato gli attacchi secondari nel Nordovest si ritirano, mentre il grosso delle forze russe si schiera in quasi tutto il Donbass, infliggendo pesanti perdite anzitutto materiali all’esercito ucraino grazie alla netta superiorità nella potenza di fuoco d’artiglieria e missilistico. L’azione militare russa evita accuratamente di coinvolgere i civili, non tocca le infrastrutture a doppio uso civile e militare (es., la rete elettrica) e si configura insomma come “diplomazia armata”: i russi tentano di ottenere, con una moderata pressione militare, gli obiettivi che non hanno raggiunto con la pluriennale, crescente pressione diplomatica.

Fino alla fine di marzo 2022 pare che la “diplomazia armata” russa possa avere successo: tra il 24 febbraio e la fine di marzo si tengono sette incontri diplomatici tra Russia e Ucraina, e a fine marzo il presidente Zelensky dichiara ufficialmente a media russi indipendenti di essere pronto a trattare la neutralità dell’Ucraina e la soluzione del problema delle popolazioni russofone del Donbass.

 

Prima escalation politica occidentale

Ma il 7 aprile 2022 il Premier britannico Boris Johnson fa visita al presidente ucraino Zelensky, e dichiara ufficialmente che “L’Ucraina ha rovesciato i pronostici [defied the odds] e ha respinto le forze russe alle porte di Kiev, realizzando il più grande fatto d’armi del 21° secolo “. Da quel momento in poi, cessa ogni rapporto diplomatico tra Ucraina e Federazione russa.

L’interpretazione conforme la quale la piccola Ucraina ha sconfitto sul campo la grande Russia si fonda su una lettura delle prime settimane di guerra radicalmente diversa da quella che ho proposto più sopra. Secondo questa interpretazione, obiettivo russo sarebbe stato la presa di Kiev e il “regime change”, il rovesciamento del governo ucraino e la sua sostituzione con un governo fantoccio favorevole alla Russia, e gli attacchi nel Nordovest sarebbero attacchi principali falliti, non attacchi secondari nel quadro di un’ampia manovra diversiva. È una interpretazione possibile, che se rispondente al vero denuncia una grave inadeguatezza militare e politica della Federazione russa: impossibile raggiungere obiettivi tanto ambiziosi con un dispiegamento di forze così ridotto e una così bassa intensità del conflitto.

Su questa interpretazione dei fatti militari, errata o corretta, in buonafede o strumentale che sia, fanno leva le fazioni più oltranziste nel campo occidentale e nel governo ucraino. Si cristallizza in Occidente la certezza ufficiale che sia possibile infliggere una sconfitta militare decisiva alla Russia, e che sia dunque realistico proporsi obiettivi strategici massimalisti, quali il dissanguamento della Russia e la sua destabilizzazione politica per mezzo sia della pressione militare, sia delle sanzioni economiche, sia dell’attivazione delle forze centrifughe. Obiettivo finale, l’espulsione della Russia dal novero delle grandi potenze, l’insediamento di un governo favorevole all’Occidente, eventualmente la frammentazione politica della Federazione russa.

Questi obiettivi massimalisti vengono rivendicati ufficialmente il 24 aprile dai Segretari alla Difesa e di Stato USA. I paesi europei e NATO, tranne la Turchia e l’Ungheria, si allineano senza fiatare e votano con maggioranze parlamentari schiaccianti durissime sanzioni economiche alla Russia e l’invio di armi all’Ucraina. Le storicamente neutrali Svezia e Finlandia annunciano la loro intenzione di chiedere l’adesione alla NATO.

La “diplomazia armata” russa è fallita.

 

Seconda fase della guerra (primavera – metà estate 2022). Conquista russa del Donbass. La condizione di possibilità di una vittoria ucraina.

Prosegue con successo la conquista russa del Donbass, con scontri urbani molto violenti, casa per casa, a Mariupol e altrove. Le truppe russe impegnate sulla linea di contatto col nemico sono principalmente le milizie del Donbass, le formazioni di volontari ceceni, e il gruppo Wagner. Le formazioni dell’esercito regolare russo agiscono anzitutto (non solo) in appoggio, con l’artiglieria, i missili e il comando operativo. L’azione militare russa continua a non interessare le infrastrutture a doppio uso, militare e civile, dell’Ucraina.

Il rapporto tra le perdite ucraine e le perdite russe è nettamente sfavorevole agli ucraini, sia per la superiorità della potenza di fuoco russa, sia perché le operazioni militari ucraine sono fortemente influenzate dalla necessità di giustificare, presso i governi e le opinioni pubbliche occidentali, il colossale e quasi unanime sostegno politico e finanziario all’Ucraina, che ha gravi ricadute politico-economiche sui paesi europei, anzitutto la Germania che si vede esclusa dalla fornitura di energia russa a basso prezzo sulla quale basa le sue fortune economiche da decenni.

In sintesi gli ucraini sono costretti a “vendere” con i risultati sul campo, con una inflessibile resistenza e una costante aggressività, la sostenibilità politica dell’indispensabile appoggio occidentale: deve essere e restare plausibile la prospettiva di una futura vittoria militare dell’Ucraina sulla Russia.

Ovviamente la valorosa resistenza ucraina non va ascritta a ciò soltanto: per un’ampia quota della popolazione, il conflitto con la Russia è divenuto una guerra di liberazione nazionale, che si integra con una guerra civile e con una guerra per procura tra Russia e Stati Uniti d’America – NATO…

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Nuove rivelazioni del Ministero della Difesa russo sui laboratori biologici Usa in Ucraina

La Russia afferma di aver ottenuto documenti che rivelano che i laboratori finanziati dagli Stati Uniti in Ucraina hanno creato componenti di armi biologiche e le hanno testate sulla popolazione.Il Ministero della Difesa russo ha dichiarato che a pochi mesi dall’inizio della campagna militare di Mosca in Ucraina, le truppe russe hanno iniziato a raccogliere dati relativi al ruolo e alle funzioni dei laboratori biologici statunitensi nel Paese.

“Dall’inizio della guerra, nel febbraio dello scorso anno, le truppe russe si sono procurate oltre 20.000 documenti, materiali di riferimento e di analisi e hanno intervistato testimoni oculari e partecipanti ai programmi militari-biologici statunitensi”, ha dichiarato il Comandante delle Forze di difesa nucleare, biologica e chimica della Russia, il tenente generale Igor Kirillov.

Il generale ha affermato che i documenti “confermano… l’attenzione del Pentagono per la creazione di componenti di armi biologiche e la loro sperimentazione sulla popolazione dell’Ucraina e di altri Stati lungo i confini della Russia”.

Ha spiegato che, in base ai documenti, che presumibilmente provengono dalla Defense Threat Reduction Agency (DTRA) del Pentagono, i membri del servizio, i prigionieri, i tossicodipendenti e altri “pazienti ad alto rischio di infezione” erano tra i gruppi presi di mira.

Kirillov ha dichiarato che l’ultima serie di documenti è stata portata alla luce a Lisichansk, nella Repubblica Popolare di Lugansk (LPR), all’inizio di questo mese.

“I campioni clinici e le cartelle cliniche dei pazienti con i loro dati personali sono stati seppelliti, e non cremati o distrutti in modo appropriato”, ha detto il generale. “Ciò suggerisce che la distruzione di queste prove è stata effettuata con estrema fretta”.

Il Comandante delle Forze di difesa nucleare, biologica e chimica della Russia ha poi osservato che “il Pentagono sta trasferendo attivamente le ricerche incompiute nell’ambito dei progetti ucraini agli Stati dell’Asia centrale e dell’Europa” e ha aggiunto che l’intelligence russa è a conoscenza delle iniziative statunitensi per aumentare la cooperazione in materia di biodifesa con le nazioni dell’Africa e dell’area Asia-Pacifico, tra cui Kenya, Singapore e Thailandia.

“Sotto la pressione della comunità internazionale, Washington sta cambiando il suo approccio all’organizzazione delle attività militari-biologiche, spostando le funzioni del cliente a dipartimenti civili – il Dipartimento della Salute, il Dipartimento dell’Energia, l’Agenzia degli Stati Uniti per lo Sviluppo Internazionale (USAID). Questo permette all’amministrazione statunitense di evitare le critiche nelle sedi internazionali” e di ridurre la pressione sul Pentagono e sulla Defense Threat Reduction Agency (DTRA), ha dichiarato Kirillov.

Poco dopo l’inizio della guerra in Ucraina, l’ambasciatore russo alle Nazioni Unite Vassily Nebenzia ha affermato che i laboratori segreti USA in Ucraina erano impegnati nella guerra biologica. Gli Stati Uniti e l’Ucraina, tuttavia, hanno negato le accuse.

Nell’ottobre dello scorso anno, la Russia ha chiesto al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite di istituire una commissione per indagare se Washington e Kiev abbiano violato la convenzione che vieta l’uso di armi biologiche a causa di presunte attività svolte nei laboratori biologici in Ucraina.

Il Consiglio ha respinto la proposta di Mosca dopo il voto contrario di Stati Uniti, Regno Unito e Francia. Kirillov ha detto che l’opposizione degli Stati Uniti all’epoca “conferma che Washington ha qualcosa da nascondere e che garantire la trasparenza della ricerca biologica è contrario agli interessi degli Stati Uniti”.

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Armi all’Ucraina, reindustrializzazione degli Stati Uniti e desertificazione dell’Europa – Giacomo Gabellini

Lo scorso 20 gennaio, i 40 Paesi riunitisi presso la base Nato di Ramstein hanno definito quantità e tipologie di sistemi d’arma da fornire all’Ucraina. Nello specifico, gli Stati Uniti si sono impegnati a consegnare sistemi mobili Avenger, veicoli a ruota Stryker, Mrap e Hummer, mezzi corazzati M-2 Bradley più quasi 300.000 proiettili per i cannoni di cui sono dotati, missili anticarro Tow, munizioni per i sistemi Nasams e Himars, mine antiuomo M-18 Claymore e decine di migliaia di proiettili d’artiglieria da 105, 120 e 155 mm. Il controvalore – 2,5 miliardi di dollari – delle armi inviate nell’ambito di questo nuovo pacchetto porta l’ammontare complessivo dell’assistenza militare assicurata dagli Stati Uniti all’Ucraina a qualcosa come 24,7 miliardi di dollari. Nel computo occorrerà peraltro inserire i 31 carri armati di fabbricazione statunitense M-1 Abrams che, stando alle dichiarazioni del Pentagono e del presidente Biden, dovrebbero arrivare in Ucraina entro l’autunno del 2023.

Altrettanto imponente si rivela l’entità del sostegno predisposto dalla Gran Bretagna, comprensivo di 14 carri armati Challenger-2, mezzi corazzati Crarrv, cingolati da combattimento Bulldog e Spartan, elicotteri Sea King, droni, missili Starstreak, Araam e Brimstone, obici semoventi da 155 mm e munizionamento di vario genere.

Attorno alla Polonia va tuttavia emergendo una folta schiera di comprimari, a partire dai Paesi baltici: l’Estonia ha predisposto l’invio di obici da 155 e 122 mm, oltre a un cospicuo numero di munizioni e di armi anticarro; la Lettonia ha assunto l’impegno non solo a fornire missili Stinger, elicotteri Mi-17, droni, mitragliatrici e pezzi di ricambio, ma anche ad addestrare ulteriori 2.000 soldati ucraini, che vanno a sommarsi ai 1.000 formati lo scorso anni; la Lituania invierà invece cannoni antiaerei da 40 mm, elicotteri Mi-8 e pezzi di ricambio. Il contributo della Repubblica Ceca verte sulla fornitura di obici semoventi da 155 mm, mentre quello del Canada sulla consegna di 200 veicoli Senator, più una batteria di difesa aerea Nasams. L’Olanda, dal canto suo, ha messo a disposizione dell’Ucraina due batterie di Patriot, mentre la Svezia, che vede le proprie prospettive di ingresso nella Nato frustrate dall’irremovibilità provvisoria della Turchia, ha pianificato l’invio di cingolati Cv-90, obici da 155 mm e lanciarazzi Nlaw. La Finlandia, la cui adesione all’Alleanza Atlantica rimane anch’essa appesa a un filo, ha invece specificato soltanto il controvalore (400 milioni di euro) delle attrezzature belliche consegnate a Kiev senza entrare pubblicamente nel merito delle tipologie di armi fornite. Un po’ come l’Italia, che non ha fornito dettagli circa l’assortimento dell’ultimo pacchetto di assistenza militare all’Ucraina, che dovrebbe comunque includere il sistema di difesa aerea Samp-T. La Danimarca, al contrario, si è addirittura spinta a privarsi di tutti i propri 19 semoventi da 155 mm Caesar che erano stati ordinati dalla Francia per sostituire gli obici dello stesso calibro che erano già stati consegnati nel corso dei mesi precedenti all’Ucraina. «Si tratta del primo caso in cui un esercito della Nato si priva totalmente delle sue capacità in un settore specifico (in questo caso l’artiglieria) per fornire la totalità dei suoi mezzi a Kiev», evidenzia «Analisi Difesa».

Quello della Danimarca è un caso estremo ma altamente rivelatorio circa le enormi difficoltà in cui tutti i Paesi membri della Nato schieratisi a favore di Kiev stanno imbattendosi nel reggere i ritmi forsennati che scandiscono il conflitto russo-ucraino. Vale a dire una guerra sostanzialmente simmetrica, considerando il contributo determinante in termini militari e di intelligence assicurati all’Ucraina dall’Alleanza Atlantica, e ad altissima intensità, implicante cioè una gigantesca profusione di mezzi e risorse. Stando alle confidenze rese da un alto rappresentante della Nato al «New York Times» in merito alla situazione vigente lungo la “linea di contatto” nel Donbass nell’estate del 2022, gli ucraini sparavano qualcosa come 6-7.000 colpi di artiglieria al giorno; i russi, 40-50.000. Nel corso della ventennale operazione militare Nato in Afghanistan, sono stati esplosi non più di 300 colpi di artiglieria al giorno. Allo stato attuale, con i suoi 15.000 proiettili d’artiglieria fabbricati ogni mese, nemmeno il poderoso “complesso militar-industriale” statunitense riesce a stare al passo con l’andamento del conflitto. Figurarsi le nazioni europee, la cui inadeguata produzione industriale a fini bellici le ha costrette ad attingere alle riserve strategiche fino a mettere a repentaglio la propria capacità difensiva per soddisfare l’insaziabile domanda di armi da parte di Kiev. Ad essere sacrificati non sono infatti soltanto “ferrivecchi” da cui vengono comunque prelevate componenti da riciclare come parti di ricambio per mezzi maggiormente avanzati, ma anche sistemi d’avanguardia di limitata disponibilità come i Samp-T italiani. Per non parlare dei carri; alla vigilia dello scoppio della guerra, Germania, Francia e Italia combinate disponevano di meno di 4.000 carri armati (di cui 800 operativi), a fronte degli oltre 10.000 (di cui 3.330 operativi) in dotazione alla Russia…

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La guerra e il difetto di pensare – Domenico Gallo

l 20 gennaio a Ramstein è stato compiuto un nuovo passo avanti nell’escalation del conflitto dalla Santa Alleanza a guida USA, che ha deciso di elevare ancora di più il livello degli armamenti da fornire a Kiev per consentirgli di “vincere” la guerra. L’unica nota stonata è stata la resistenza della Germania, che non ha acconsentito alla fornitura all’Ucraina dei carri armati Leopard 2, malgrado le insistenze di Gran Bretagna, Polonia e Paesi baltici e le raccomandazioni di Stoltenberg/Stranamore. Una resistenza, peraltro, destinata a durare solo quattro giorni e a venir meno a fronte dell’annuncio di Biden che gli USA si apprestano a inviare i loro Abrams.

Già prima di Ramstein il New York Times aveva fatto filtrare la notizia che gli USA stavano valutando di fornire a Kiev le armi necessarie per riconquistare la penisola di Crimea (che attualmente è una Repubblica autonoma inserita nella Federazione Russa), obiettivo che Zelensky ha rivendicato più volte a voce alta. In questo scenario la fornitura di uno squadrone di centinaia di panzer tedeschi (forniti dalla Germania e da altri paesi), appare un tassello indispensabile per la programmata controffensiva verso la Crimea.

A questo punto siamo molto al di là dell’esercizio della legittima resistenza militare da parte di un paese aggredito. La pretesa di staccare la Crimea dalla Russia per riconsegnarla all’Ucraina è tanto assurda quanto lo sarebbe la pretesa del Messico di riprendersi il Texas sottraendolo agli USA. Per la Russia la Crimea fa parte integrante del suo territorio dal 1784 e ha un valore strategico irrinunciabile perché è la base della sua flotta del Mediterraneo.

Se messa con le spalle al muro, la Russia non esiterebbe a ricorrere all’arma nucleare, come prevede la sua dottrina strategica. In ogni caso, l’incremento della potenza di fuoco dell’esercito ucraino difficilmente potrebbe portare alla vittoria, come ben sanno gli specialisti della guerra americani. Infatti il Capo di Stato Maggiore americano, generale Milley, è stato abbastanza esplicito: «Devono riconoscere entrambi che probabilmente non ci sarà una vittoria militare, nel senso stretto del termine, realizzabile per vie militari». La guerra da remoto che la NATO e Paesi satelliti stanno combattendo contro la Russia non può terminare con la vittoria dell’Ucraina. Proprio per questo elevare il livello della scontro aumentando la potenza di fuoco, può solo causare un massacro insensato, come fu la prima guerra mondiale, con la differenza che – all’epoca – non esistevano le armi nucleari.

La querelle sui carri armati tedeschi che la Germania si rifiutava di inviare in Ucraina per la battaglia finale fra il bene ed il male, mi ha fatto ritornare in mente la nota poesia di Bertold Brecht:

«Generale, il tuo carro armato è una macchina potente / Spiana un bosco e sfracella cento uomini / Ma ha un difetto: / ha bisogno di un carrista […] / Generale, l’uomo fa di tutto / L’uomo può volare e può uccidere / Ma ha un difetto: / può pensare».

Brecht elogia quel difetto che può inceppare anche le più temibili macchine da guerra: l’uomo. L’uomo può pensare e può persino rifiutare di farsi trasformare in carne da cannone per le esigenze belliche del potere. I tempi moderni – purtroppo – ci dimostrano che la società e la scienza hanno fatto passi da gigante per eliminare questo difetto, soprattutto da parte dei vertici politici. Il ceto politico dei principali paesi europei non se ne presenta immune, sia a livello di Governi, che di Parlamenti e di partiti politici. L’Europa è corsa alla guerra senza nessuna esitazione. Senza pensare che la guerra poteva essere prevenuta dissuadendo la NATO dall’«abbaiare ai confini della Russia». Senza pensare che, appena scoppiata, la guerra si poteva arrestare con un compromesso che mantenesse l’Ucraina in una posizione di neutralità, come era stato ventilato al tavolo negoziale ai primi di marzo. Senza pensare che la decisione USA di prolungare la guerra, oltre a inaugurare tanti nuovi cimiteri, nuoceva all’economia dei paesi europei e peggiorava la vita di milioni di persone, mentre avvantaggiava l’economia americana e ingrassava le sue fabbriche d’armi. Senza pensare che pretendere di smembrare una potenza nucleare è come giocare a scacchi con la morte.

A Ramstein nessuna resistenza all’escalation della guerra è venuta dall’Italia che anzi, per bocca del ministro Crosetto, ha accettato con entusiasmo di “fare la sua parte” e adesso ha varato il sesto decreto per la fornitura di armi all’Ucraina. Del resto non si può pretendere che Crosetto sia capace di esercitare la virtù del pensiero, quando questo difetto è stato brillantemente assente nella testa del suo predecessore e dei dirigenti del PD. Da parte nostra non ci stancheremo di auspicare che il “difetto” di pensare riprenda a circolare fra la gente e si insedi al più presto in quelle teste dei leader europei dalle quali è stato per troppo tempo assente.

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Intervista al Colonello Douglas Macgregor – La NATO supera altre linee rosse. Dalla guerra per procura a una diretta?

 

Pubblichiamo la trascrizione (tradotta in italiano da Nora Hoppe) di un’intervista con il colonnello Douglas Macgregor condotta da Glenn Diesen dal titolo: “La NATO supera altre linee rosse. Dalla guerra per procura a una guerra diretta NATO-Russia?”

 

Glenn Diesen: I russi hanno recentemente conquistato la città strategica di Soledar e stanno avanzando nelle regioni circostanti. Poi, più a sud, la Russia ha recentemente preso Berkhivka e sta avanzando a nord verso Chasiv Yar. Si tratta quindi di una sorta di movimento a tenaglia intorno alla città di Bakhmut. In effetti, alcuni sostengono che ci sia già un accerchiamento operativo, anche se c’è ancora una strada che possono percorrere per andarsene. E nel sud sembra che la Russia abbia attivato la linea del fronte di Zaporozhe e si sia spostata di diversi chilometri verso nord. Tutto questo con ancora centinaia di migliaia di soldati russi che non sono ancora entrati in battaglia… Come lo interpreta lei? È l’inizio dell’offensiva invernale russa o stanno solo scegliendo le loro posizioni prima dell’assalto? Ci sarà una grande offensiva? O continuerà questa graduale “ triturazione” dell’esercito? Come legge la situazione, in base al suo background?

 

Douglas Macgregor:

Bene, se si guarda alla mappa e alle dimensioni di queste operazioni, la gente le chiama “operative”. Credo che si possa fare questo ragionamento. Ma si tratta di operazioni su piccola scala. Sono quelle che noi chiamiamo “operazioni di formazione”, in cui si distruggono deliberatamente le varie linee di difesa. È generalmente accettato che gli ucraini abbiano tre linee di difesa nel Donbass. Le prime due sono in gran parte distrutte, mentre la terza non è molto forte e si è rivelata relativamente debole, motivo per cui credo che si stiano verificando queste improvvise avanzate. E naturalmente sono a corto di uomini. Sono certo che i comandanti ucraini abbiano sostenuto che questo è il momento di ritirare le forze – per evitare che vengano distrutte, in modo da poter costituire una forza di riserva valida e poter ripiegare su un terreno difendibile. Ma ancora una volta è questo il problema. Se si ritirano – come si è detto a Kiev – allora vengono visti come deboli e la gente penserà che non possono vincere. La gente ad alti livelli è già arrivata a questa conclusione, così com’è. Quindi, no, si tratta di “operazioni di formazione”.

Per quanto riguarda le grandi offensive – si parla di oltre centomila truppe da combattimento nel sud che avanzeranno verso nord. Potete guardare dove si sono verificate queste “operazioni di modellamento” e potete decidere da dove pensate che arriveranno queste avanzate nel sud. Ci sono altre 100.000 truppe da combattimento vicino a Belgorod, che affacciano Kharkov, pronte ad attaccare e che si estendono fino al fiume Oskol. Poi ci sono altre ottanta-cento mila truppe da combattimento russe in Bielorussia. Non sono molto sicuro di questi numeri, perché potrebbero essere di più o di meno. È difficile vedere la situazione là in questo momento. Anche chi ha una vista satellitare dall’alto ha difficoltà a fornire numeri precisi. Ma abbiamo visto che è arrivata un’enorme quantità di attrezzature, tutte nuove di zecca. Lo stesso vale per le altre aree. Ma certamente in Bielorussia. E sento molte persone dire: possono eseguire un “super accerchiamento” a tre punte dal nord dalla Bielorussia, dall’est nell’Ucraina centrale e dal sud – nell’Ucraina meridionale… Suppongo che si possa fare, ma non lo vedo come il modo russo di fare la guerra in questa fase.

Penso che si assisterà a qualcosa su scala più ampia, associato al lento e deliberato “approccio tritacarne” che viene applicato con grande successo nell’Ucraina meridionale. Se ci sono grandi aperture in vasti spazi aperti, e se si guarda la mappa – e la gente ha davvero bisogno di studiare le mappe in Ucraina. Ricordo che mesi fa sono venuti dei generali dell’esercito in pensione a parlare di come gli ucraini “stiano facendo un lavoro così brillante, e basta guardare queste immagini…”. E tutte quelle foto erano assurde! Erano tutte robaccia da “GameStop”.

Se guardate il terreno a nord di Zaporozhe, è piatto. C’è un po’ di terreno ondulato, ma la maggior parte è piuttosto piatta. Non so cosa ci sia lassù, e ogni giorno ho sempre più l’impressione che non ci sia molto e, se così fosse, si potrebbe assistere a qualcosa di più grande di una lenta e deliberata avanzata. Potreste assistere a un’avanzata più rapida, ma negli ultimi mesi i russi hanno dimostrato di essere molto deliberati. Comprendono l’impatto del collegamento dei mezzi di sorveglianza e ricognizione dell’intelligence – terrestri e spaziali – ai vari sistemi di attacco. Hanno usato la loro aeronautica militare in modo molto efficace, come parte di questo approccio d’attacco più ampio. Non credo che le forze di terra rischieranno di essere attaccate all’improvviso da armi e truppe che non hanno ancora identificato, muovendosi troppo velocemente.

Ma questi lenti e deliberati sforzi avranno un effetto. Io penso che vedremo tutto questo accadere prima a est e, quando l’est sarà in gran parte privo di resistenza ucraina e sgomberato, allora vedrete l’attraversamento del fiume Dnepr e l’inizio dell’offensiva settentrionale, perché uno degli obiettivi dichiarati – fin dall’inizio di questa discussione sulle offensive – è stato quello di tagliare l’Ucraina dal confine con la Polonia. Questo deve accadere e si deve fare qualcosa contro il regime di Kiev. Ma questa sarà l’ultima cosa che penso sia all’ordine del giorno…

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STURMTRUPPEN A SCUOLA, BUON SENSO A PROCESSO – Antonio Mazzeo

E’ un’aula giudiziaria il luogo dove confrontarsi sui processi in atto nella società e nella scuola italiana? In un paese dove esistono spazi reali di dibattito democratico e dove il dissenso non viene represso e criminalizzato, certamente no. Ma in Italia i disobbedienti e i libertari, peggio ancora se rei di antimilitarismo, non hanno diritto di cittadinanza, per cui la lesa maestà e le espressioni di critica di un modello socio-culturale sempre più armato e militarizzato vanno pubblicamente stigmatizzate, processate e possibilmente condannate.

Da un mese sono sotto processo presso il Tribunale di Messina per aver avuto l’ardire, due anni fa – in tempi di “emergenza” da Covid-19 – di esprimere la mia indignazione sulle modalità con cui le istituzioni pubbliche (sindaco, prefetto ed Esercito) erano intervenute per imporre il “distanziamento sociale” tra le bambine e i bambini di una scuola primaria, con il consenso della sua dirigente scolastica. Diffamazione a mezzo stampa il reato di cui devo rispondere (art. 595 comma II e III del codice penale per cui è prevista una pena da sei mesi a tre anni di reclusione “ovvero la multa fino a 2.065 euro”), perché, – come si legge nel dispositivo di rinvio a giudizio – in qualità di autore dell’articolo pubblicato il 21 ottobre 2020 su alcune testate giornalistiche, dal titolo A Messina Sindaco e Prefetto inviano l’esercito nelle scuole elementari e medie con il plauso dei Presidi, commentando la circostanza che, per evitare assembramenti, erano stati inviati militari dell’esercito a presidiare l’ingresso dell’istituto scolastico, offendeva la reputazione della dirigente scolastica dell’Istituto Comprensivo Paradiso, dottoressa Eleonora Corrado, affermando che quest’ultima “…oltre a essere evidentemente anni luce distante dai modelli pedagogici e formativi che dovrebbero fare da fondamento della Scuola della Costituzione repubblicana (il ripudio della guerra e l’uso illegittimo della forza; l’insostituibilità della figura dell’insegnante e l’educare e il non reprimere, ecc.), si mostra ciecamente obbediente all’ennesimo Patto per la Sicurezza Urbana, del tutto arbitrario ed autoritario e che certamente non può e né deve bypassare i compiti e le responsabilità del personale docente in quella che è la promozione e gestione delle relazioni con i minori”.

La frase incriminata credo non possa essere ritenuta diffamante da chicchessia eppure il Pubblico ministero ha disposto il mio rinvio a giudizio e il 13 dicembre 2022 è iniziato quello che proveremo a trasformare in un processo contro gli organi istituzionali che hanno abusato dei loro poteri per imporre interventi e misure di “contenimento della pandemia” nelle scuole in violazione dei principi costituzionali, generando ulteriori inutili traumi ai minori e ai loro genitori.

Ma andiamo in ordine e vediamo di ricordare quanto accadde a Messina in quella giornata di ottobre. Con enormi difficoltà e fatica, insegnanti, studenti e genitori tentavano allora di ricostruire la normalità nelle attività didattiche dopo la lunga e drammatica chiusura delle scuole di ogni ordine e grado con il lockdown decretato nel marzo 2020..

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Alternanza scuola-caserma – Tonio Dell’Olio

Antonio Mazzeo è un osservatore e un analista attento e competente in tema di strategie del comparto difesa.

Dalla Sicilia ci fa sapere che è stato siglato un accordo PCTO – Percorso per le Competenze Trasversali e per l’Orientamento (come oggi si chiama l’alternanza scuola-lavoro), da tenersi presso l’aeroporto di Sigonella nel periodo marzo/maggio 2023, a favore di 350 studenti di 7 Istituti del comprensorio” siciliano. Si tratta di un “accordo ignobile, immorale e lesivo della Costituzione” – dice Mazzeo – e di fatto dalla base NATO di Sigonella partono azioni di operazione a copertura delle guerre in atto in Ucraina, Medioriente e Africa. Ma gli studenti dovranno subire il fascino di quegli strumenti di morte e persuadersi a intraprendere la carriera militare. L’accordo definisce quali saranno le macchine da guerra con cui gli studenti verranno a contatto e ne descrive l’efficienza. Ma questo significa rassegnarsi alla logica della guerra dalla quale – gli studenti devono capirlo – non ci dovremo mai liberare. E che quella che chiamiamo pace è figlia della morte e della sofferenza che sapremo infliggere ai nemici. Non mi meraviglierebbe scoprire che più che il Ministero dell’istruzione e del merito, dietro l’operazione ci fosse la sponsorizzazione di un’industria delle armi. D’altra parte costa meno di una pagina di pubblicità su un giornale. Ed è più efficace.

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Fermare le armi nei porti di Trieste e Monfalcone! USB proclama lo stato di agitazione

I lavoratori portuali non accetteranno mai di imbarcare armamenti ed esplosivi!

È di oggi un’informativa di movimentazione nel Porto di Monfalcone di mezzi militari di logistica ma anche di mezzi offensivi (obici) con ignota destinazione.

USB del Friuli Venezia Giulia ha immediatamente proclamato lo stato di agitazione nei Porti di Trieste e Monfalcone e chiesto immediati chiarimenti all’Autorità Portuale e ai Prefetti di Trieste e Gorizia.

La dichiarazione recente del ministro Urso che vorrebbe Trieste come porto al servizio dell’Ucraina trova USB perfettamente d’accordo ma su un’iniziativa organica che favorisca la ricostruzione di un paese martoriato dalla guerra, non per alimentare ancora morte e distruzione.

Per USB è necessario un tavolo permanente di trasparenza e monitoraggio promosso dall’Autorità Portuale di Sistema, per essere messi a conoscenza del materiale bellico di passaggio, le destinazioni e la tipologia. Il porto di Trieste è e deve essere un porto di pace, di unione tra popoli!

I portuali triestini non accetteranno mai di imbarcare armamenti ed esplosivi e noi come USB siamo pronti a dare copertura formale a tutti i portuali promuovendo uno sciopero permanente delle movimentazioni di materiale bellico.

Esecutivo Regionale USB Friuli Venezia Giulia

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‘Guerra cognitiva’: la NATO pianifica la guerra per le menti – Jonas Tögel

Dal 2020, la NATO sta portando avanti i piani per una guerra psicologica che dovrà essere equiparata alle cinque aree operative esistenti dell’alleanza militare (terra, mare, aria, spazio, cyberspazio). Si tratta del campo di battaglia dell’opinione pubblica. I documenti della NATO parlano di “guerra cognitiva”. Quanto è concreto il progetto, quali passi sono stati fatti finora e a chi è rivolto?

Per essere vittoriosi in guerra, bisogna vincere anche la battaglia per l’opinione pubblica. Da più di 100 anni si combatte con strumenti sempre più moderni, le cosiddette tecniche di soft power. Si tratta di tutti quegli strumenti di influenza psicologica con i quali è possibile pilotare le persone in modo tale che esse stesse non si accorgano di questo pilotaggio. Il politologo americano Joseph Nye definisce quindi il soft power come “la capacità di persuadere gli altri a fare ciò che si vuole senza usare la forza o la coercizione”. [1]

La sfiducia nei governi e nei militari cresce sempre di più, mentre allo stesso tempo la NATO intensifica i suoi sforzi per condurre una guerra psicologica sempre più sofisticata nella battaglia per le menti e i cuori della gente. Il programma principale è la “guerra cognitiva”. Con le armi psicologiche di questo programma, l’essere umano stesso deve essere dichiarato il nuovo teatro di guerra, il cosiddetto “Dominio umano”.

Uno dei primi documenti della NATO su questi piani è il documento “NATO’s Sixth Domain of Operations” del settembre 2020, scritto per conto della NATO Innovation Hub (IHub in breve). Gli autori sono l’americano August Cole, ex giornalista del Wall Street Journal specializzato nell’industria della difesa che da diversi anni lavora per il think tank transatlantico Atlantic Council, e il francese Hervé le Guyader. Fondato nel 2012, IHub è un pensatoio in cui “esperti e inventori di tutto il mondo collaborano per affrontare le sfide della NATO” e ha sede a Norfolk, in Virginia, negli Stati Uniti. Ufficialmente non fa parte della NATO, ma è finanziato dal Comando alleato di trasformazione della NATO, uno dei due comandi strategici della NATO.

Il saggio racconta diverse storie di fantasia e si conclude con un discorso immaginario del Presidente degli Stati Uniti che spiega al suo pubblico come funziona la guerra cognitiva e perché qualsiasi essere umano può esserne coinvolto:

“Gli odierni progressi nelle nanotecnologie, nelle biotecnologie, nelle tecnologie dell’informazione e nelle scienze cognitive, guidati dall’avanzata apparentemente inarrestabile della troika dell’intelligenza artificiale, dei Big Data e della ‘dipendenza digitale’ della nostra civiltà, hanno creato una prospettiva molto più inquietante: una quinta colonna incorporata in cui ognuno, a sua insaputa, si comporta secondo i piani di uno dei nostri avversari.”

I pensieri e i sentimenti di ciascun individuo sono sempre più al centro di questa nuova guerra:

“Tu sei il territorio conteso, ovunque tu sia, chiunque tu sia”. Inoltre, ci sarebbe una “costante erosione del morale della popolazione”.

Cole e le Guyader sostengono quindi che l’uomo (“il dominio umano”) è la maggiore vulnerabilità. Questo dominio sarebbe quindi la base per il controllo di tutti gli altri campi di battaglia (terra, mare, aria, spazio, cyberspazio). Pertanto, i due autori invitano la NATO ad agire rapidamente e a considerare la mente umana come il “sesto dominio operativo” della NATO…

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VINCERE, CONTRO CHI? – Per “Costituente Terra”, Raniero La Valle

Cari Amici,
Dopo una debole tergiversazione, con la spinta determinante del presidente Biden, che intanto farà costruire i suoi carri Abrams allo stesso scopo, il cancelliere tedesco Sholz ha dato il via libera alla distribuzione di carri armati tedeschi a tutti i fornitori di armamenti all’Ucraina per la guerra contro la Russia e la riconquista dei territori perduti dall’Ucraina a cominciare dalla Crimea. Secondo gli strateghi che siedono a Kiev e qualcuno (ma non tutti) quelli che siedono a Washington, questi carri multinazionali dovrebbero bastare a  far vincere la guerra a Zelensky, cosa peraltro del tutto improbabile, ma possibile agli Stati Uniti e alla NATO attraverso i militari ucraini per alcuni mesi addestrati ad usarli. In tal modo settant’anni dopo l’”Operazione Barbarossa” vedremo di nuovo i Panzer tedeschi avanzare nella pianura d’Ucraina per sconfiggere la Russia non più sovietica. Intanto se ne sarà molto parlato negli spettacoli televisivi e a Sanremo.
In tal modo andrà in scena il sempre esorcizzato e mai escluso conflitto tra la NATO e la Russia in Europa. E dopo? Potrà ancora sussistere l’ONU, quando gli alleati di ieri, diventati i nemici di oggi, come Membri Permanenti del Consiglio di Sicurezza dovrebbero stare insieme per salvaguardare la pace e la sicurezza del mondo, mentre sono intenti a distruggerle? E siamo sicuri che questa volta, per non scomparire, la Russia invece di versare nell’olocausto 26 milioni e 600.000 morti, non sarà indotta a difendersi col “primo uso”, oggi ammesso e rivendicato da tutti, dell’arma nucleare?
Per restare sul piano delle notizie, al netto delle valutazioni politiche, si può aggiungere che secondo il documento su “La Strategia della Sicurezza Nazionale” pubblicato dal presidente Biden il 12 ottobre scorso, non la Russia è il nemico più importante degli Stati Uniti, ma è la Cina a rappresentare la “sfida culminante” nel prossimo decennio e nei decenni successivi, a causa della sua intenzione e capacità di “rimodellare l’ordine internazionale a favore di un ordine che inclini il campo di gioco globale a suo vantaggio”. Pochi giorni dopo, il 27 ottobre, un documento operativo sulla “Strategia della Difesa Nazionale degli Stati Uniti” pubblicato dal Segretario alla Difesa Lloyd Austin, illustrava in che modo l’immenso potenziale americano sarebbe stato predisposto a sostenere con la    deterrenza questa sfida con la Repubblica popolare cinese per “scoraggiare l’aggressione”, non essendo il conflitto “né inevitabile né auspicabile” ma anche a essere pronto “a prevalere nei conflitti quando sarà necessario”. Tutto questo però secondo la Casa Bianca gli Stati Uniti hanno intenzione di farlo insieme con “l’impareggiabile rete di alleanze e partnership dell’America”. Questi  partners nello stabilire l’ordine del mondo  sono chiamati in causa 167 volte nel documento strategico del presidente Biden e, attraverso la NATO, di cui si annunzia l’estensione sul fianco orientale dell’Europa con l’inclusione anche di Svezia e Finlandia, ne facciamo parte anche noi.
Questo sembra in contrasto con le dichiarazioni del nostro ministro degli Esteri Tajani che rispondendo a una domanda di Lucia Annunziata sul primo canale della RAI ha detto domenica scorsa che l’Italia, pur fedele all’Ucraina, non è in guerra con la Russia e, si suppone, nemmeno con la Cina.
Non tutti credono però che sarà sempre così: secondo Massimo Giannini, direttore de “La Stampa”, che lo ha detto a Fabio  Fazio nello stesso giorno nella trasmissione “Che tempo che fa”, se la guerra continua si può pensare che dovremo andare a farla anche noi. Già Zelensky, nella sua comparsa l’anno scorso sullo schermo di Montecitorio, aveva parlato di Genova come di una possibile Mariupol, ma  è la prima volta, dopo il 25 aprile 1945, che qualcuno prevede che l’Italia possa entrare di nuovo in una guerra mondiale.
La Presidente Giorgia Meloni, che ha detto di voler salvare l’Italia col suo governo nei prossimi cinque anni, potrebbe forse salvarci da questo destino.
Con i più cordiali saluti

 

Redazione
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