«La letteratura come vita e riflessione»

Gli incontri mensili a Milano dal 28 gennaio al 24 giugno, curati da Giorgio Riolo. A seguire la nota introduttiva a «Delitto e castigo» di Fedor Dostoevskij

 

INVITO ALLA LETTURA:

LA LETTERATURA COME VITA E COME RIFLESSIONE SULLA VITA.

XII CICLO – ANNO 2020-2021

IL CLASSICO CHE È IN NOI

LA FORZA E IL PIACERE DEL GRANDE ROMANZO

TRA OTTOCENTO E NOVECENTO

a cura di Giorgio Riolo

I cicli offerti, dal 2009 al 2013 svolti presso la Libera Università Popolare, si propongono di agevolare e di approfondire la lettura di opere di narrativa e di poesia senza presupporre nei partecipanti formazione specifica o specialistica. L’unico presupposto è il desiderio di conoscere e di attingere alla immensa ricchezza del patrimonio letterario dell’umanità. E di concepire la lettura non solo come piacere e divertimento, ma anche come strumento fondamentale della formazione etica, culturale e politica della persona. Come si diceva un tempo, la lettura come strumento dell’elevamento culturale e civile, spirituale della persona.

Il retroterra da cui si parte è la concezione secondo la quale in gioco non è solo lo “sviluppo di capacità umane”. Sviluppo che compendia l’evoluzione umana e la storia (strumenti di produzione, scienza, tecnica, sviluppo materiale, padronanza sulle forze della natura e sulla dinamica storica ecc.) e che il capitalismo ha accelerato in modo impressionante. In gioco è piuttosto lo “sviluppo della personalità umana”, quale realizzazione, sempre nella società e nella storia, dei caratteri di un’umanità disalienata, conforme al senso di integrità umana e di dignità umana.

Socrate e Gesù di Nazareth, al di là dell’essere credenti o non credenti, incarnano questa realizzazione. Individui pienamente sviluppati, in sé, ma anche e soprattutto come appartenenti alla comunità in cui crescono, agiscono, pensano, lottano ecc.

Ogni ciclo si articola in appuntamenti mensili, normalmente da settembre a giugno, di introduzione con lettura successiva di opere della letteratura universale significative. La letteratura è considerata nella sua accezione più vasta. Nel corso degli anni ci si propone di leggere anche opere filosofiche, storiche, saggistiche ecc. Le opere letterarie in senso stretto consentono tuttavia di riflettere sulla vita, sul senso della vita, sulle grandi questioni esistenziali, psicologiche, etiche, filosofiche, storiche, sociali, politiche ecc. In esse confluiscono, e al contempo scaturiscono, non solo le vicende umane, la trama, il racconto, la storia di vicende umane appunto, ma anche e soprattutto le problematiche culturali, sociali e politiche più generali delle varie epoche.

I partecipanti leggono per proprio conto l’opera e il mese successivo ne discutono assieme al coordinatore del gruppo di lettura. Ogni opera viene comunque introdotta con brevi annotazioni sulla vita dell’autore, sul contesto e sul retroterra storico-culturale e sul valore estetico-critico. Gli incontri si svolgono in un giovedì di ogni mese dalle ore 18.30 alle ore 20-20.30 circa.

Nel settimo ciclo 2015-2016, come è avvenuto nei cicli precedenti, a partire dal ciclo 2009-2010, il filo conduttore è la prima parte di un discorso molto vasto, va da sé, e che si svolgerà attraverso ulteriori cicli annuali. Si tratta del senso e del significato della vita nelle dimensioni, ineludibili, della sfera individuale e della sfera collettiva (della comunità, dei gruppi umani di appartenenza, della società, della storia). È un modo per considerare la vita vista nell’autonomia dei due momenti, ma anche nella loro connessione stretta, nella reciproca interazione.

La vita, allora, è vita quotidiana, esistenza individuale e vita nella storia e nella società. La sfera psicologica e morale nella quotidianità del singolo individuo, da una parte, e le dinamiche più vaste, sociali, culturali, politiche, storiche, delle formazioni sociali e dei gruppi associati, dall’altra.

Naturalmente la letteratura è il luogo privilegiato di questo nesso. E i classici, a loro volta, come luoghi privilegiati, dal momento che hanno fornito alle generazioni successive, in vario modo, la grammatica, il linguaggio, i modelli, i simboli, i “tipi” umani, i caratteri ecc. a cui necessariamente riferire modelli, tipi, simboli, esperienze del proprio tempo, della propria vita.

Alcuni esempi, solo come rapido riferimento alla ricchezza della letteratura universale.

Ettore “domatore di cavalli” come modello eterno del dovere da compiere, per se stesso e per la propria comunità di appartenenza, malgrado la sicura sconfitta a cui si va incontro, come modello per coloro i quali, nella storia e nella vita, pensano che non sempre si sta con i vincitori.

Antigone come modello eterno della pazienza, della tenacia, della pietas femminili osservanti le leggi non scritte dell’umanità, della religione della vita.

Odisseo come modello eterno, nella storia dell’umanità, almeno di quella occidentale, del bisogno, sempre inappagato, di conoscere, di conoscere “le menti” di altri uomini, come modello dell’uomo dal molteplice ingegno e dal coraggio dell’osare, del “calcolo” di contro all’immediato impulso barbarico della hybris, della tracotanza e della violenza, del non fermarsi, del non avere posa e requie.

Paolo e Francesca come modelli eterni della semplicità ma anche della tragicità del sentimento e dell’amore.

Eugène de Rastignac, personaggio balzachiano, come modello eterno del giovane provinciale di belle speranze investito dalla hybris borghese-capitalistica dell’arricchimento e della scalata sociale a tutti i costi nella Parigi ottocentesca, città-mondo delle possibilità umane da conquistare, sfavillante e sordida a un tempo.

Julien Sorel, come anche Fabrizio Del Dongo, in Stendhal, come caratteri-tipi umani del giovane ambizioso, energico e volitivo, soggiogato e spronato dal mito napoleonico, dirompente nella Francia e nelle corti italiane del periodo della Restaurazione.

Jean Valjean, ne I miserabili di Victor Hugo, quale testimonianza concreta della possibilità di conservare la forza dell’integrità umana e di osservare la religione della vita, al di là delle religioni positive, malgrado continue ingiustizie, persecuzioni, travagli.

Anna Karenina e Madame Bovary, donne indimenticabili, che sbagliano, che cadono, che pagano di persona, ma che ricercano qualcosa di più elevato della loro banale esistenza quotidiana.

Platon Karataev, il mužik-soldato, il contadino povero che vive all’unisono con la natura, natura egli stesso, e Pierre Bezuchov, il nobile che alla fine completa il suo romanzo di formazione proprio a contatto con l’autentico esponente del popolo russo, nella visione organicistica del Tolstoj di Guerra e pace.

Ivan Karamazov, quale negatore di Dio, ma in realtà “cercatore di Dio”, e Aljoša Karamazov quale scopritore della verità, della bellezza e della possibile salvezza nei fanciulli, negli innocenti.

Il principe Myškin, ne L’idiota di Dostoevskij, come incarnazione del Buono e del Bello, del Cristo contemporaneo.

Il classico è classico anche a misura della “corrispondenza biunivoca” tra opera e soggetto ricettore. Non solo quello che l’opera continua a produrre e a determinare nelle varie generazioni e nelle varie epoche e stagioni culturali e antropologiche, ma anche quello che uomini e donne delle varie epoche chiedono, pongono come domanda, come sollecitazione all’opera stessa a partire dai bisogni e dalle sensibilità differenti, mutanti.

I temi costanti della vita umana, i temi “filosofici” ed esistenziali, nel fluire cangiante delle differenti epoche e dei differenti luoghi, rimangono e la letteratura e i classici aiutano a elevare il grado di consapevolezza critica su tutto ciò. Vita autentica/vita inautentica, vita/morte, corpo/spirito, felicità/infelicità, giustizia/ingiustizia, eguaglianza/diseguaglianza, potere/subalternità, lavoro dignitoso/sfruttamento, valori/disvalori, naturale/innaturale, amore, passione, sentimento, virtù, progresso, utopia, speranza, pessimismo/ottimismo, coraggio, viltà, onore ecc. costituiscono solo un sommario elenco.

Segnaliamo sempre, come incommensurabile ausilio, la monumentale opera a cura di Remo Ceserani e di Lidia De Federicis, Il materiale e l’immaginario, Loescher (per quanto riguarda il nostro ciclo, solo da Shakespeare in avanti fino a oggi). Opera pensata per le scuole medie superiori, modello di interdisciplinarietà, di multidimensionalità, della possibilità, in un mondo in cui “tutto si tiene”, di “tenere assieme” testi letterari, storici, sociologici, economici, filosofici ecc.

Libreria Les Mots
via Carmagnola (angolo ia G. Pepe)
(MM2 e MM5 Garibaldi – uscita via Pepe, binario 20)

giovedì 28 gennaio 2021 – ore 18.30-20

Dopo la lettura de I fratelli Karamazov e de L’idiota, il romanzo della svolta del 1865-1866. Il romanzo poliziesco, il romanzo filosofico, il romanzo sociale, il romanzo politico, il romanzo psicologico. Raskolnikov e i giovani di grande talento, ma senza mezzi (l’Ottocento e l’ambizione, i modelli Napoleone e Julien Sorel, ma anche Rastignac e Lucien Chardon ecc.).

La Russia del tempo, la Pietroburgo come città-mondo, della miseria, dei decaduti, degli alcolizzati, della prostituzione. Sonja Marmeladova, Svidrigajlov, Porfirij Petrovič e i tanti personaggi e tipi umani di quella fermentante, agitata realtà russa, tra dispotismo zarista e bisogno di un cambiamento, di un rivolgimento. La visione del mondo di Dostoevskij interamente dispiegata.

Fëodor M. Dostoevskij, Delitto e castigo (prima parte)

giovedì 25 febbraio 2021 – ore 18.30-20

Dopo la lettura de I fratelli Karamazov e de L’idiota, il romanzo della svolta del 1865-1866. Il romanzo poliziesco, il romanzo filosofico, il romanzo sociale, il romanzo politico, il romanzo psicologico. Raskolnikov e i giovani di grande talento, ma senza mezzi (l’Ottocento e l’ambizione, i modelli Napoleone e Julien Sorel, ma anche Rastignac e Lucien Chardon ecc.).

La Russia del tempo, la Pietroburgo come città-mondo, della miseria, dei decaduti, degli alcolizzati, della prostituzione. Sonja Marmeladova, Svidrigajlov, Porfirij Petrovič e i tanti personaggi e tipi umani di quella fermentante, agitata realtà russa, tra dispotismo zarista e bisogno di un cambiamento, di un rivolgimento. La visione del mondo di Dostoevskij interamente dispiegata.

Fëodor M. Dostoevskij, Delitto e castigo (seconda parte)

giovedì 25 marzo 2021 – ore 18.30-20

Dopo la lettura di Guerra e pace e di Anna Karenina, il terzo e ultimo grande romanzo. Dmitri Nechljudov e Katjuša Maslova. Il principe, grande proprietario terriero, e il problema della terra ai contadini (il problema del conte Tolstoj stesso). E la ragazza di umili origini, sedotta e abbandonata, costretta a prostituirsi per poter vivere.

La deportazione in Siberia e la vita con i carcerati comuni e con i deportati politici. La religione cristiana come fede interiore e come Vangelo realizzato, senza Chiesa, senza preti, senza orpelli rituali. La Russia del tempo e le due vie del cristianesimo evangelico, da Discorso della montagna, da una parte, e il socialismo, dall’altra.

Lev N. Tolstoj, Resurrezione (prima parte)

giovedì 29 aprile 2021 – ore 18.30-20

Dopo la lettura di Guerra e pace e di Anna Karenina, il terzo e ultimo grande romanzo. Dmitri Nechljudov e Katjuša Maslova. Il principe, grande proprietario terriero, e il problema della terra ai contadini (il problema del conte Tolstoj stesso). E la ragazza di umili origini, sedotta e abbandonata, costretta a prostituirsi per poter vivere.

La deportazione in Siberia e la vita con i carcerati comuni e con i deportati politici. La religione cristiana come fede interiore e come Vangelo realizzato, senza Chiesa, senza preti, senza orpelli rituali. La Russia del tempo e le due vie del cristianesimo evangelico, da Discorso della montagna, da una parte, e il socialismo, dall’altra.

Lev N. Tolstoj, Resurrezione (seconda parte)

giovedì 27 maggio 2021 – ore 18.30-20

Dopo I Buddenbrook e La montagna incantata, il terzo grande romanzo. “Il romanzo della mia epoca travestito da storia di un’esistenza precaria e al massimo grado peccaminosa”. Adrian Leverkühn e la parabola del genio artistico alla ricerca dell’assoluto dell’arte, fino al patto faustiano con il diavolo. Arte e vita, sempre in Thomas Mann.

È la resa dei conti del grande scrittore e pensatore tedesco democratico con la Germania nazista e con la follia assassina e distruttrice del Terzo Reich. Alla quale follia, con le dovute eccezioni, un intero popolo non si è saputo sottrarre.

Thomas Mann, Doctor Faustus (prima parte)

giovedì 24 giugno 2021 – ore 18.30-20

Dopo I Buddenbrook e La montagna incantata, il terzo grande romanzo. “Il romanzo della mia epoca travestito da storia di un’esistenza precaria e al massimo grado peccaminosa”. Adrian Leverkühn e la parabola del genio artistico alla ricerca dell’assoluto dell’arte, fino al patto faustiano con il diavolo. Arte e vita, sempre in Thomas Mann.

È la resa dei conti del grande scrittore e pensatore tedesco democratico con la Germania nazista e con la follia assassina e distruttrice del Terzo Reich. Alla quale follia, con le dovute eccezioni, un intero popolo non si è saputo sottrarre.

Thomas Mann, Doctor Faustus (seconda parte)

Programma, schede introduttive alle varie opere e registrazioni in Mp3, da ascoltare o scaricare, di tutti gli incontri, anche dei cicli precedenti, in www.giorgioriolo.it

NOTA INTRODUTTIVA A FËODOR M. DOSTOEVSKIJ – «DELITTO E CASTIGO»

I.

Una nota iniziale sui classici, soprattutto in relazione ai grandi russi Dostoevskij e Tolstoj. Molti classici sono “inattuali”, troppo inattuali. Al massimo grado questi scrittori e pensatori. Sorti, formati, plasmati in una realtà e in una storia affatto particolare come la Russia. Totalmente aliena rispetto al nostro tempo e alla nostra realtà.

Ma i classici, e in particolare Dostoevskij e Tolstoj, sono per ciò stesso più attuali che mai. Sono attuali perché ci scuotono e ci gettano brutalmente addosso, in faccia in certi casi, la semplice verità. Che il mondo in cui siamo immersi e in cui ci culliamo, beatamente in molti e molte, con le nostre false certezze, sicumere, arroganze, anche ammantato sotto il generale “disincanto” e il generale “postmoderno”, non è l’ultima parola della storia. Non è il migliore dei mondi possibili.

Ci “relativizzano”. Esistono altri mondi e altre storie, non necessariamente migliori, anzi molto peggiori come quelle della Russia di cui adesso parliamo, ma queste relativizzazioni ci fanno crescere, maturare. E la cultura è relazione, relativo, nesso, ponte verso altro. Così come avviene nel potente processo di “decolonizzazione”.

Decolonizzare la mente”, il potente processo, assieme al potente processo di emancipazione sociale e politica, così propugnato e descritto dal grande Frantz Fanon. Non solo per il colonizzato che vuole, e deve, emanciparsi. Ma soprattutto per il colonizzatore, per noi, eredi delle malefatte del colonialismo. E l’Occidente, anche e soprattutto capitalistico, è irrimediabilmente colonizzatore.

Come può un contesto ormai votato al “disincanto”, al postmoderno, al “non esistono più grandi narrazioni”, al “non esistono più pensieri e valori forti”, se non, sottaciuti, impliciti, i valori forti del consumismo, del narcisismo, dell’individualismo totalizzante, capire il contesto di una Russia dove il mare del popolo russo era costituito da contadini poveri, la quasi totalità analfabeti, dove la religione cristiana, ortodossa o scismatica (i Vecchi Credenti) o di eretici egualitari come i Duchobory (vedremo con Tolstoj) ecc., svolgeva un ruolo fondamentale e dove l’attesa messianica di redenzione, in vario modo, era operante, nel contesto soprattutto di una Chiesa ortodossa ufficiale vero supporto spirituale e materiale dello zarismo?

Dove esisteva il fenomeno, per noi incomprensibile, dei pellegrini, degli sbandati e dei vagabondi (Padre Sergio di Tolstoj è anche questo). Dove la miseria era dominante anche e soprattutto nei contadini emancipati dalla servitù della gleba, dopo il 1861-1863, e inurbati nelle grandi città, Pietroburgo e Mosca in primo luogo, dove l’alcolismo era così diffuso, vera piaga sociale e antropologica, dove la miseria e l’alienazione era grande nella classe dei “decaduti” (impiegati, funzionari dell’enorme apparato burocratico zarista, nobili, intellettuali, artisti ecc.), dove molti studenti erano giovani energici, ardenti di conoscenza e di azione (Herzen e Lavrov e “andare al popolo”, Il divino e l’umano di Tolstoj è anche questo, e Dostoevskij nella sua vita e Raskolnikov…).

Dove infine il dispotismo e l’oscurantismo zarista e la sua polizia non lasciavano spazio a visioni e pratiche “riformistiche” e allora l’attesa di una “rivoluzione” palingenetica si imponeva, era la via obbligata per chi non sopportava più quello stato di cose. Dai primi rivoluzionari, narodniki o populisti russi, al successivo movimento rivoluzionario guidato dai marxisti e “socialdemocratici” di allora.

Da dove nascono le rivoluzioni?”. La semplice domanda di un grande storico francese a proposito della rivoluzione francese. La domanda di sempre da porre ai “disincantati”, molti a sinistra, il grande esercito degli ex.

II.

Nato a Mosca nel 1821, Dostoevskij muore a San Pietroburgo nel 1881. Assieme a Tolstoj, è uno dei grandi della letteratura russa e della letteratura di ogni tempo. Inizia presto a scrivere e a pubblicare (Povera gente, Il sosia, Le notti bianche). Entra da giovane nel circolo dei socialisti fourieristi a San Pietroburgo, attorno a Petraševskij. Arrestato e rinchiuso nel 1849 con i suoi compagni alla Fortezza Pietro e Paolo, subisce il terribile trauma, che aggraverà in seguito le sue crisi di epilessia, della finta esecuzione. Dopo la deportazione in Siberia e l’esperienza e la conoscenza dei carcerati e del popolo russo (Memoria di una casa di morti), compie alcuni viaggi in Europa e riprende l’attività di scrittore.

Nella febbrile produzione letteraria scriverà grandi romanzi come Delitto e castigo, I demoni, L’idiota, Il giocatore, I fratelli Karamazov e splendidi racconti o romanzi brevi come La mite, L’eterno marito, Memorie del sottosuolo ecc. Nel 1881, poco prima della morte, tiene il discorso in onore di Puskin nel centenario della nascita. L’enorme folla alla commemorazione lo acclamerà come uno dei maggiori esponenti della vita e della cultura russe.

III.

Non si comprenderanno mai i grandi scrittori russi e in particolare Tolstoj e Dostoevskij se non si conosce il contesto della Russia, si diceva prima. Il contesto significa la sua storia, la società, la sua morfologia sociale, la sua cultura profonda, la cultura dello “alto” e la cultura del “basso” ecc.

La peculiarità dello sviluppo storico della Russia, la sua arretratezza, la presenza dell’autocrazia dispotica zarista e quindi la mancata modernizzazione della stessa nel decisivo secolo XIX, il mancato sviluppo capitalistico, il mancato sviluppo della classe sociale, portatrice di questo sviluppo, la moderna borghesia ecc. fecero sì che l’intellettualità (scrittori, filosofi, critici letterari, studenti) assumesse in Russia una funzione sociale formidabile.

Lo scrittore russo, da Puškin a Cechov, a Gorkij, attraverso i due giganti Tolstoj e Dostoevskij, svolse in Russia un ruolo di guida e di critica sociale e politica totalmente sconosciuto in qualsiasi paese dell’Occidente europeo. Lo scrittore, l’intellettuale di quella Russia si sentono “chiamati” all’impegno in tante forme. E spesso non possono che essere scrittori d’opposizione.

Anton Cechov, in un’occasione, disse che compito del letterato era di far prendere coscienza e di impostare correttamente i problemi. Altri avrebbero dovuto poi attivarsi per risolverli. Tolstoj fu riformatore sociale anche perché, oltre a porre i problemi, li ha voluti affrontare e tentare di risolverli, facendo leva sul mondo contadino russo, a partire dalla sua utopia (in senso positivo) patriarcale contadina. Dostoevskij cercò anch’egli a suo modo di dare delle risposte. Molte sbagliate, anche reazionarie.

Come il fare affidamento non solo al cristianesimo dei Vangeli, come sosteneva Tolstoj, ma anche alla Chiesa istituzionale ortodossa (“l’idea slava”). Essendo il socialismo il suo cruccio costante (una sorta di pentimento e di rivalsa per le sue scelte giovanili nel circolo Petraševskij, con le terribili conseguenze a cui andò incontro). Ma fu soprattutto un eccezionale esploratore, un profeta, per la capacità di porre lucidamente un intero spettro di problemi esistenziali, psicologici, culturali, sociali e politici alle quali le generazione a lui posteriori dovevano, e devono tuttora, dare risposta, cercare di risolvere.

Uno solo, tra i tanti, che molto ci sta a cuore. Con I demoni, soprattutto nelle parole di Šigalëv, Dostoevskij anticipa profeticamente i caratteri dello “assoluto” di cui si sente portatore il cosiddetto rivoluzionario. Quando questi in realtà è il portatore di un terrore verso i propri compagni. Verso i comunisti stessi, non contro i veri nemici, come avvenne tragicamente nello stalinismo. E come avviene in altri contesti e con altre denominazioni, addirittura supposte o sedicenti contrarie, antistaliniste, ma il cui modello, il cui metodo, il cui archetipo è lo stalinismo stesso.

Nella sua enorme produzione letteraria, Dostoevskij intese sempre svolgere, in vario modo, i problemi esistenziali e i problemi politico-filosofici che erano emersi nel corso della sua vita. Dalla sensibilità precoce per il male nel mondo (la lettura del Giobbe della Bibbia), per la violenza, soprattutto sui bambini e sugli innocenti, fino alla religione, ai problemi posti dal cristianesimo-cattolicesimo e il ruolo della figura di Cristo, del Gesù vivente, fino al rapporto della Russia con l’Occidente. Dalla “eterna idea slava” e dalla “anima russa” al fermo convincimento che dal destino della Russia e del suo popolo dipendesse il destino del mondo intero, dell’umanità intera.

Da qui la sua ossessiva lotta contro il socialismo, il progressismo, il nichilismo e il razionalismo-scientismo ottocenteschi. A suo modo di vedere, prodotti “artificiosi” dell’Occidente e non originari, non radicati nel profondo “suolo” russo.

Thomas Mann aveva stabilito un parallelo. Tra Goethe e Schiller e tra Tolstoj e Dostoevskij. Goethe e Tolstoj, figli della “salute” e della natura, Schiller e Dostoevskij, figli della “malattia”, della continua tensione dell’anima e delle contraddizioni che inevitabilmente ne scaturiscono. Solidi esponenti dell’aristocrazia agiata i primi, di origini borghesi ma con tratti plebei i secondi. Anche per le traversie e per le angustie della vita che ebbero a sperimentare. Dostoevskij anche periodi di vera e propria fame.

Mentre Tolstoj è “omerico” e i suoi personaggi sono a loro modo conchiusi, rotondi, completi, Dostoevskij è “drammatico” e i suoi personaggi sono complessi, contraddittori, problematici, ambivalenti, aperti a sviluppi imprevedibili.

Dostoevskij a Majkov “Mi chiamano psicologo, è falso. Io non sono che un realista in senso più alto, cioè descrivo tutti gli abissi dell’anima umana”. “Dovunque e in tutto arrivo al limite estremo, in tutta la mia vita ho sempre oltrepassato il limite”. Il problema del bene e del male e della “polifonia” della natura umana (spesso, nella stessa persona, al contempo l’abiezione, “la nostalgia del fango” e la ricerca del sublime, l’elevatezza morale e spirituale, la mitezza, la generosità). E “romanzo polifonico” è spesso caratterizzato ogni suo romanzo. “Romanzo totale”, romanzo sociale, romanzo filosofico, romanzo psicologico, romanzo politico. Così anche Delitto e castigo. Con in più anche “romanzo poliziesco”.

Dostoevskij nella sua vita, dopo l’esperienza socialista e il trauma della finta esecuzione, scoprì nel cristianesimo ortodosso dei semplici dell’intatto e bambino popolo russo, la via per la salvezza umana. “Se qualcuno mi dimostrasse che Cristo è fuori dalla verità e se fosse effettivamente vero che la verità non è in Cristo, ebbene io preferirei restare con Cristo piuttosto che con la verità”. Depositaria di tutto ciò è comunque la Chiesa ufficiale ortodossa russa. Altra via sarà indicata da Tolstoj e da qui la sua scomunica da parte della suddetta Chiesa nel 1901.

Dostoevskij nega il socialismo, ma tutto invoca il socialismo, l’emancipazione, una società di liberi ed eguali, la fraternità umana realizzata. Il potente simbolo, l’archetipo, è il discorso dell’eroe positivo Alëša Karamazov alla “pietra” del bambino Iljušečka nel finale de I fratelli Karamazov.

Nel tempo di Dostoevskij e nel nostro tempo. L’eterno problema del rapporto tra individuo e società, tra individuo e comunità. L’eterno problema della dialettica, in Dostoevskij spesso compresenza, del bene e del male. Anche e soprattutto nell’esasperazione di individui così “isolati” nel loro travaglio psichico e morale, nella loro tormentata continua messa a prova della loro anima (“I go to prove my soul” di Robert Browning, non è solo quando noi leggiamo e ci confrontiamo con il mondo dell’opera, del grande romanzo).

Il principe Miškin, Rogozin, Ivan Karamazov, Mitja Karamazov, Stavrogin, Verchovenskij, Kirillov, Rodion Raskolnikov e tutta la genia di personaggi creati dal genio di Dostoevskij, ognuno a suo modo vive questa continua e mai risolta dialettica, nella società e nella comunità degli uomini e delle donne e nello sconfinato spazio interiore, morale e intellettuale.

IV.

Nel 1865-1866, dopo l’improvvisa morte del fratello e i debiti per sostenere la famiglia del morto e i debiti per le riviste e le attività editoriali intraprese col fratello stesso. In una fase travagliata della sua vita eppure così creativa, Dostoevskij scrive il grande romanzo pietroburghese. Parigi è la città-mondo per eccellenza ed è il grande teatro nel quale molta parte della produzione letteraria di Balzac, ma anche di Stendhal, Hugo, Flaubert, si dispiega. Così Pietroburgo, città-mondo nella Russia del tempo.

La miseria dei caseggiati, delle stanzucce, delle bettole, dei vicoli di Pietroburgo. La miseria di una umanità così variegata. Il giovane, ex studente di legge ma che ha abbandonato gli studi perché povero, Raskolnikov, memore, forse inconsciamente di tutto ciò, della promessa tipicamente ottocentesca e napoleonica che ogni giovane fornito di grande talento, ma che è povero, non ha mezzi, ha comunque “nello zaino il bastone da maresciallo”, dopo la Rivoluzione per eccellenza, può e deve uscire dalla sua condizione. Erede dei tanti Julien Sorel (Stendhal), Rastignac, Lucien Chardon ecc. (Balzac). E allora una vecchia usuraia può e deve essere derubata e uccisa perché il fine non è semplicemente individualistico, ma allude ad altro.

I duelli e i confronti, anche intellettuali e morali, tra Raskolnikov e Porfirij Petrovič, questo particolarissimo, curioso giudice istruttore, il quale nella sua apparente trascuratezza, comprende e riesce a entrare nel mondo intellettuale e morale del giovane assassino fino a indurlo alla aperta confessione.

L’ex impiegato, ora decaduto e alcolizzato, Marmeladov e la sua famiglia. La pura, generosa, sacrificata Sonja (a suo modo, una Crista, come i tanti Cristi di Dostoevskij, non ultimo il principe Miškin). La quale deve prostituirsi per sostenere la povera sua famiglia e che nell’incontro con Raskolnikov trova un essere umano su cui esercitare la sua purezza, la sua intatta fede, la sua speranza di redenzione. Ed è proprio Sonja che induce il giovane a ravvedersi e a pentirsi e che lo seguirà in Siberia nella deportazione per espiare la pena comminata dopo il processo.

In mezzo ai tanti personaggi del romanzo (Dunja, Lebezjatnikov, Razumichin, Lužin, i Marmeladov ecc.), Svidrigajlov ha una sua parte importante. L’ambivalenza tipicamente dostoevskiana. Gaudente, carnale, libidinoso, pedofilo ecc. Ma anche a suo modo generoso e aiuta i figli di Marmeladov ormai orfani di entrambi i genitori.

Romanzo polifonico” per eccellenza.

BIBLIOGRAFIA MINIMA – FËODOR M. DOSTOEVSKIJ – DELITTO E CASTIGO

Retroterra storico

Storia contemporanea della Russia in un buon manuale di storia per le scuole superiori. Si indica in primo luogo:

Bontempelli-Bruni, Storia e coscienza storica, Trevisini Editore, Milano (in tre volumi, quindi le parti contenute nel terzo, dalla rivoluzione decabrista al populismo russo e ai movimenti rivoluzionari di fine Ottocento e di inizio Novecento).

Una bella monografia sulla storia della Russia è quella di Valentin Gitermann, Storia della Russia, La Nuova Italia.

Monografia e saggi su Dostoevskij

Arnold Hauser, Storia sociale dell’arte, Einaudi (nel vol. IV, le parti dedicate ai russi e a Dostoevskij in particolare nel capitolo “Il romanzo sociale in Inghilterra e in Russia”). Opera classica e da tenersi in casa, ora ristampata.

Fausto Malcovati, Introduzione a Dostoevskij, Laterza

György Lukács, Saggi sul realismo, Einaudi (il capitolo dedicato a Dostoevskij), Michail Bachtin, Dostoevskij, Einaudi.

Edizioni italiane del romanzo Delitto e castigo

Nelle edizioni economiche Classici Einaudi Tascabili, Classici Feltrinelli, Bur Rizzoli, Oscar Mondadori e Newton Compton. Consiglio una delle prime due traduzioni menzionate (con relative introduzioni).

L’edizione Einaudi Tascabili contiene come introduzione un bellissimo saggio di Leonid Grossmann, uno dei massimi studiosi di Dostoevskij.

NELL’IMMAGINE IN ALTO – scelta dalla “bottega” – Fëodor Dostoevskij nel ritratto (del 1872) di Vasilij Perov.

La Bottega del Barbieri

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