La nostra Siberia

di Božidar Stanišić (*)

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Danilo Kiš, autore del romanzo «La tomba per Boris Davidovich», negli anni Settanta incontrò Karlo Štajner, uno dei martiri sopravvissuti ai gulag. Gli chiese quanto tempo la mente umana, esposta alla pressione del lager, riesce a resistere. L’autore del libro «7000 giorni in Siberia» gli rispose: «Sette giorni».

Stranamente, anche per l’ultima delle numerose tragedie dei profughi nelle acque mediterranee, pensavo a questo breve dialogo di due uomini che, ciascuno a modo suo, non mollarono nell’intenzione di presentare all’umanità il male dei gulag. E ciò approfondirono, toccando le cause del male. Ascoltando le più recenti dichiarazioni “a fiume” dei politici – dal livello locale a quello di Roma e Bruxelles – con proposte per la «risoluzione del problema profughi» (fra loro c’è chi, in modo disumano, cavalca l’onda della tragedia per qualche misero vantaggio elettorale) di nuovo mi chiedevo dove, come, con chi e con cosa davvero abitiamo. Alla domanda più stupida del mondo risponderò certamente da stupido: abitiamo in Europa; abitiamo tuttavia bene, benissimo; abitiamo con altri egoisti, simili a quelli del resto dell’Occidente e siamo abituati a tutto – dal pensare a piccole dosi alle morti altrui che ci sembrano non vere, forse frammenti di un lungometraggio la cui fine ci impone di spegnere il televisore e andare a letto e russare – onestamente non pensando quanto siamo prigionieri del lager dell’indifferenza.

Un film lungo davvero 7000 giorni o che parte dalle canzoni e dalle bandiere esposte sul Muro che crollava, in nome della libertà e del Mondo Migliore. I registi e gli sceneggiatori sono delle nostre parti, assistenti di sceneggiatura e comparse vengono invece da altri luoghi. E dall’Oltremare arrivano in massa loro, ascoltati poco o niente. Se fossero considerati come persone e non come numeri, forse qualcuno dei seduti nei banchi dell’Onu e nei Parlamenti delle grandi potenze avrebbe pronunciato qualcosa dal «De rerum natura» quindi, qualcosa che potesse toccare il fondo, cercare le cause. Invece alcuni dicono che bisogna punire gli scafisti (è come concentrarsi sui piccoli criminali e non sui grandi boss) o bombardare i pescherecci delle sponde libiche (questo sport è popolare, dal vecchio Bush in poi). Intanto, in 7000 giorni circa dal crollo del Muro, non solo i politici ma anche i cittadini “medi” dell’Europa sono più ottusi e più egoisti che prima del 9 novembre 1989. Sono ottusi perché l’egoismo non ci fa intelligenti ma astuti e conformisti? Oppure sono egoisti perché gli ottusi non cercano altri orizzonti visto che il conformismo da secoli è privo dei cannocchiali?

Un antico aneddoto racconta che nel periodo della dominazione scolastica alcuni pensatori si radunarono per discutere quanti denti potesse avere un cavallo. E la discussione durò molte giornate perché nessuno aprì la bocca di cavallo. Chi è che oggi vuole davvero occuparsi di quelle parti dell’Africa e del loro vero dolore: la povertà, l’impoverimento, lo sfruttamento a larga scala (dalle persone alle risorse), la corruzione, la mancanza degli ospedali e delle scuole? Sono inutili tutte quelle gare in “saggezza” politica di chi vuole fermare l’onda dei disperati negando o rovesciando l’umanità delle leggi internazionali sulla protezione di chi la chiede. Sono inutili perché nessuno è pronto a proporre forse l’unica strada giusta: un’urgente e lunga conferenza mondiale sull’Africa e sui dolori dei poveri del Mondo. Soprattutto sulle cause di questi fenomeni vergognosi. Insomma che sia aperta “la bocca” del Male e che siano contati “i suoi denti” a partire dagli interessi dei grandi e potenti fino agli errori e orrori nei vari Paesi.
Chi potrà proporre questa conferenza? Forse i premi Nobel in tutto il mondo? Forse il Papa? Il Dalai Lama o….? Non so, dai politici non aspetto nulla.

Se ciò accadrà – ma dovrebbe accadere in breve tempo – rimangerò ogni riga scritta su questo argomento (incluso lo schermo del computer). Se ciò non accadrà è inutile contare i morti dei disperati e spargere pubblicamente qualche lacrima. Se ciò non accadrà ci aspettano altri 7000 giorni della Siberia della nostra mente e dei nostri cuori assenti.

 

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