La resistenza è futile?

Considerazioni pseudo hegeliane sull’aggressività e la natura dei Borg in «Star Trek: The Next Generation»

di Fabrizio (Astrofilosofo) Melodia

«Noi siamo i Borg. Le vostre peculiarità biologiche e tecnologiche saranno assimilate. La resistenza è inutile».

Che simpaticone, il nostro signor Q, vero capitano Picard?

Si ricorda ancora?

Quando Q, la creatura che aveva già conosciuto all’inizio della missione dell’Enterprise D, facente parte di un continuum di creature aliene dai poteri semidivini, si mostrò a lei mettendola al corrente che presto o tardi avreste incontrato creature che sorpassavano qualunque immaginazione umana, lei gli rise in faccia.

Affermò senza troppi problemi che tutte le antiche difficoltà che avevano afflitto l’umana condizione erano ormai solo uno sbiadito ricordo nei secoli passati delle guerre fratricide, lei gli rise in faccia, rispondendogli con arroganza che l’uomo non aveva più da temere nulla.

Q, lei lo sa com’è, s’indispettì notevolmente, combinandole un bello scherzo.

Con il semplice schiocco delle sue belle e affusolate dita, trasporta in un millisecondo l’Enterprise e tutto il suo equipaggio nel quadrante Delta in una zona completamente inesplorata.

Che disdetta: la prima specie che incrocia la vostra strada è proprio quella di un droide organico, una perfetta unione fra elettronico e biologico, senza i difetti di entrambi.

Lo chiama Borg, e l’astronave che si para sugli schermi è a forma di cubo.

Ogni tentativo di dialogo è inutile, i Borg fanno risuonare la loro voce elettronica con perentorietà e ineluttabilità: «La resistenza è futile. Sarete assimilati».

Ogni tentativo di contromisura appare inutile, la velocità del Cubo Borg è di gran lunga superiore all’Enterprise, il loro raggio laser taglia scudi e corazzatura di duranio, uccidendo in un lampo più di venticinque persone.

Ogni tentativo di phaser e siluri fotonici non sortisce effetto, in quanto i Borg riescono ad assimilarli e adattarsi a tutte le armi usate.

Al colmo dell’esasperazione, caro capitano Picard, lei fece la cosa giusta: chiese scusa a Q, il quale, con garbo e gentilezza la riportò al sicuro.

Le sue parole erano tristemente profetiche: «Ora che i Borg sanno della vostra esistenza, non si fermeranno fino a quando non vi avranno trovati».

A conferma, la saggia Guinan la informò che i Borg sono stati la causa della quasi totale estinzione della sua razza di Ascoltatori, di cui lei è una delle ultime sopravvissute («Star Trek The Next Generation», stagione II, episodio XVI, «Chi è Q?»).

Il secondo contatto è peggiore del primo. I Borg ritrovano la Federazione e improvvisamente vi rendete conto, caro Picard, delle strane distruzioni inspiegate avvenute tempo addietro e di cui pensavate fossero responsabili i sopraggiunti Romulani, invece erano opera dei Borg, che stavano già tastando il polso alla loro futura preda.

Questa volta però eravate preparati, la Federazione aveva istituito una efficiente Task Force, e uno dei migliori elementi, il tenente Shelby, era stato mandato in vostro aiuto.

Purtroppo anche in questo caso senza troppo successo: tutti i tentativi di contatto con i Borg non danno frutti e solo la presenza fortuita di una nebulosa impedisce all’Enterprise di finire assimilata alla Collettività Borg.

Dopo un tentativo di salire a bordo del Cubo Borg, mentre i suddetti droidi sono impegnati nel periodo della Rigenerazione (una stasi in cui vengono ripuliti i sistemi molto simile al nostro sonno profondo) la squadra comandata da Shelby e Ryker fu sorpresa e attaccata.

La successiva incursione dei Borg sull’Enterprise riportò gravi perdite. Proprio lei, capitano Jean Luc Picard, fu rapito e assimilato dalla Collettività Borg, assumendo il nome di Locutus di Borg.

Era questo il loro piano: fin dall’inizio volevano assimilarla per utilizzare proficuamente tutte le conoscenze di cui lei era in possesso per portare un attacco ottimale al cuore della Federazione, ovvero al pianeta Terra.

Ryker, assunto il comando, ebbe la necessaria sagacia per ribaltare la situazione, non potendo nulla contro il primo assalto che distrusse la quasi totalità delle astronavi della Flotta Stellare nella zona di Wolf 359: un ferita ancora aperta nel cuore di tutti, come lo sarà per il futuro comandante della stazione spaziale Deep Space 9, il capitano Benjamin Sisko.

L’azione coraggiosa portata a compimento da Shelby e Ryker fece in modo di recuperarla e grazie alle sue nano-connessioni dirette con il Collettivo, il comandante Data riuscì a interfacciarsi direttamente con loro e a penetrare nel sistema con un’opera di hackeraggio rimasta nella storia.

Utilizzando i subcomandi presenti nel sistema principale, riuscì ad addormentare e a far collassare su sé il Cubo Borg, distruggendolo.

Per lei nulla è più stato come prima, il suo odio con quegli esseri è aumentato giorno dopo giorno, nella consapevolezza di essere stato violentato, manipolato e privato di ogni libertà, di ogni barlume di personalità e di coscienza: ancora adesso sente quelle voci, migliaia, che le parlano dentro al cervello, lei ancora li sente, capitano Picard, sa perfettamente che prima o poi torneranno («Star Trek: The next Generation», stagione IV, puntata I, e stagione V, episodio I, «L’attacco dei Borg I-II» ).

Questa consapevolezza non ha fatto altro che aumentare il suo odio e la sua paura, venendo fuori nel terzo fortuito incontro con questa tremenda razza.

Una Sfera di esplorazione è precipitata su un pianeta e vi ritrovaste l’intero equipaggio defunto, tranne uno, riparato e rimesso in salute dall’ingegnere Geordie La Forge.

Tra Uno-di-Cinque e La Forge si instaura un rapporto dialettico notevole, in cui al senso di Collettività Spersonalizzata e Totalitaria, Geordie contrappone il «Tu» del singolo individuo, solo con le proprie paure, speranze e sogni.

Cinque-di Nove compie un percorso strano, che lo porta dapprima ad assumere, grazie a un gioco di parole, il nome Hugh (in originale, «you» ovvero “tu”, diventa «Hugh») per poi lentamente acquisire una propria personale coscienza e codice morale, compreso considerare Geordie La Forge un suo particolare amico.

Lei non ci crede, capitano Picard. Lei vuole solo essere certo che tutta la Collettività Borg paghi per le loro malefatte, per averla fatta soffrire e per aver portato tanta morte e distruzione grazie alle informazioni che le hanno carpito dalla mente senza sforzo, iniettandole semplicemente i nanoidi di trasformazione che l’hanno resa Locutus.

La furiosa lite con la dottoressa Beverly Crusher, per cui lei provava un forte sentimento, ha fatto vacillare questo suo senso di frustrazione e di vendetta. Ha portato alla sua coscienza che anche i Borg sono esseri viventi e in quanto tale vanno rispettati: non è etico mettere nella loro Collettività un virus informatico letale che li porterebbe alla totale distruzione.

Nel confronto faccia a faccia con Hugh, alla fine, capitano Picard, si rese conto che forse avrebbe fatto più male immettendo la coscienza dell’ «Io» che semplicemente distruggendo la loro razza.

Avrebbe dato loro una possibilità di esistere, esattamente come loro assimilavano le altre razze per migliorarle e farle sopravvivere dentro di loro, togliendo tutti i difetti congeniti del biologico.

Ecco dunque come lo spirito stesso delle Direttive è stato rispettato («Star Trek: The Next Generation», stagione VI, episodio XXIII, «Io, Borg»).

Mi fermo qui, capitano Picard. I ricordi sono tanti e ritengo che la razza dei Borg abbia quantomeno rappresentato un momento totale del negativo per la Federazione, come per l’intera razza umana.

In un certo senso, i Borg personificano ciò che le antiche organizzazioni umane hanno rappresentato poco prima delle guerre atomiche e batteriologiche che hanno portato l’umanità sull’orlo dell’estinzione, prima che l’invenzione dei motori a curvatura da parte di Zefram Cochrane portasse a contatto con un’altra razza aliena, ponendo fine alla solitudine dell’uomo nel cosmo e alla necessità di trovare un’unione superiore oltre tutte le differenze.

I Borg sono l’anelito alla perfezione di ciò che non lascia spazio alla vita, alle sofferenze, alla crescita, alla difficoltà: è quell’istinto di morte che tutto assimila e distrugge, totalizzando e mortificando ogni differenza di base.

«Il rapporto del quale si è qui sopra discusso, dell’organico con la natura degli elementi, non esprime l’essenza dell’organico stesso; questa essenza è invece contenuta nel concetto finalistico. Invero a questa coscienza osservativa quel concetto non è l’essenza propria dell’organico; anzi, a quella coscienza medesima il concetto cade fuori dell’essenza, e quindi è poi soltanto quell’estrinseco rapporto teleologico. Solamente, l’organico come testé fu determinato è esso stesso proprio il fine reale; infatti, poiché l’organico “conserva se stesso” pur nel rapporto ad Altro, esso viene appunto ad essere quella naturale essenza in cui la natura si riflette nel concetto, e in cui i momenti di causa e di effetto, di attivo e di passivo, che nella necessità sono posti l’uno di fronte all’altro, vengono contratti in unità» (Georg W. Hegel, «La fenomenologia dello Spirito», traduzione di Enrico De Negri, La Nuova Italia, Firenze, 1973, pag. 216 e segg).

Ecco dunque il fine dei Borg: è la pura assimilazione, superare le differenze assumendole dentro di sé, comprendendo appieno quale cosa tremenda sia la solitudine in cui il biologico riconosce da sempre se stesso in rapporto con la propria coscienza e la realtà, percepita come un tremendo e sconosciuto altro da sé.

In questo dunque il senso finale della tecnologia, non più vissuta esternamente né come prolungamento del braccio dell’uomo nel dominio di un ambiente percepito come estraneo e pericoloso, ma come trasformazione ultima dell’organico che assume in sé e per sé l’inorganico tecnologico, nuova creatura metà uomo e metà macchina capace di superare ogni difficoltà semplicemente ponendola all’interno di una Collettività.

«Tale coscienza deve pertanto innalzare all’assoluto divenir-uno il rapporto inizialmente esteriore verso quell’intrasmutabile figurato, come fosse un’effettualità estranea. Il movimento nel quale la coscienza inessenziale si adopera a raggiungere questo esser-uno è un triplice movimento, secondo la triplice relazione che essa assumerà in rapporto al suo al di là che ha forma e figura: in primo luogo come coscienza pura, poi come essenza singola, comportantesi verso la effettualità come appetito e lavoro, e in terzo luogo come coscienza del suo essere-per-sé» (Georg W. Hegel, «La fenomenologia dello Spirito», trad. di Enrico De Negri, idem pag 178 e segg).

Ecco dunque come una società che mira alla maggiore realizzazione della libertà per l’individuo sfocia nel Totalitarismo non vissuto come tale, tentando di apportare a forza, con gli strumenti della logica, un modello di perfezione che in realtà si discosta dal vero movimento della natura.

Infatti, in natura, tutto ciò che tende insieme, tende verso la libertà.

E’ libero solo ciò che è in se, che si concepisce per mezzo di sé e non ha bisogno di altro per esistere, ci informava Spinoza.

Proprio così: ognuno di noi partecipa necessariamente a questo progredire in totale e piena libertà, esattamente come gli alberi, gli animali e la natura nel suo tutto.

Tende all’autoconsapevolezza il cammino portato avanti da Hugh, che comprende se stesso come individuo solo nella relazione con ciò che è negativo da lui, con ciò che gli è esterno, le altre persone, le quali anche passivamente operano un cambiamento radicale, lo portano alla consapevolezza dell’essere Hugh, di provare un senso di collegamento profondo, fino all’amicizia, il più alto senso di Collettività.

«La coscienza infelice è la coscienza di sé come dell’essenza duplicata e ancora del tutto impigliata nella contraddizione. Assistiamo così alla lotta contro un nemico, contro cui la vittoria è piuttosto una sottomissione: aver raggiunto un contrario significa piuttosto smarrirlo nel suo contrario. La coscienza della vita, la coscienza dell’esistere e dell’operare della vita stessa, è soltanto il dolore per questo esistere e per questo operare; quivi infatti come consapevolezza dell’essenza ha soltanto la consapevolezza del suo contrario, ed è quindi conscia della propria nullità. Da questa posizione essa inizia la sua ascesa verso l’intrasmutabile» (sempre Georg W. Hegel nell’opera citata)..

L’essenza dei Borg è questa, un continuo voler far diventare uno ciò che in realtà deve essere messo in relazione continua.

Solo nella relazione vi può essere amore, crescita e consapevolezza.

«L’assoluto [di Schelling] è come una notte nera in cui tutte le vacche sono nere».

Nero come il corpo dei Borg.

Postilla veneziana

Questo scritto è dedicato alla memoria di Alberto Lisiero, fondatore dello «Star Trek Italian Club» e scomparso pochi giorni addietro per un malore improvviso. Non mi dilungherò a ringraziarlo per aver contribuito sostanzialmente e profondamente a far conoscere in Italia le meraviglie di Star Trek, nè spiegherò quanto gli sia grato di questo. Dirò solo che mi mancherà.

Alberto, questo scritto, come i precedenti, è per te.

Lunga vita e prosperità.

 

Redazione
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