La stampa indipendente in Asia perde una delle sue voci più libere

di Marina Forti (*)

Kanak Mani Dixit (nell’auto), il fondatore del magazine nepalese Himal Southasian. (Twitter)

L’idea del magazine in lingua inglese «Himal Southasian» si può riassumere in una carta geografica. È la mappa del subcontinente indiano, dalla catena dell’Himalaya fino alla punta dell’India e dello Sri Lanka: solo che l’Himalaya sta in basso e l’oceano Indiano in alto, la mappa è sottosopra. Uno sguardo non ovvio sull’Asia meridionale.

Questa è l’idea di «Himal», fondato nel 1987 da un giornalista nepalese, Kanak Mani Dixit, appena tornato da studi universitari a New York. Il Nepal allora era in pieno movimento per la democrazia, e la piccola redazione voleva guardare alla regione himalayana e dell’Hindu Kush, dal Baluchistan a ovest allo Yunnan a est, passando per il Tibet e il Nepal stesso.

Kanak Dixit lo ha definito un esperimento di “giornalismo transfrontaliero”, cross-border journalism; un giornale che privilegia il formato lungo, indagini e reportage sulla politica, le trasformazioni sociali, la cultura. Nel 1996 l’esperimento extranazionale si è allargato a tutto il subcontinente, una regione con più di un miliardo e 800 milioni di abitanti, un quarto della popolazione mondiale: è allora che alla testata si è aggiunta la dicitura Southasian.

Una rassegna delle ultime storie di copertina è eloquente: dalla crisi dei rohingya in Birmania (con una critica all’inazione di Aung San Suu Kyi) all’Afghanistan senza pace, dal “complesso militare” dell’Asia meridionale, al lavoro, l’inquinamento industriale, la politica del cambiamento del clima, le diaspore asiatiche, lo spazio dei mezzi d’informazione.

La logica sociopolitica [di un magazine su scala regionale] era un progetto di giustizia sociale” ha scritto Dixit di recente. L’intento era “sfidare gli establishment nazionalisti” della regione e dare spazio alle continuità culturali, storiche, geografiche, alla aspirazioni condivise.

Se parliamo ora di Himal Southasian è perché questo esperimento unico rischia di scomparire. Con il 2016 il magazine è stato costretto a sospendere le pubblicazioni, l’ultimo numero distribuito è stato quello di novembre.

 

«Himal Southasian è costretto al silenzio non da un attacco diretto o da una censura aperta, ma attraverso le armi della burocrazia» afferma la direzione in un comunicato. Himal è una piccola impresa indipendente pubblicata da Southasia Trust, società non profit che riceve anche sovvenzioni dall’estero e che per questo si è dovuta sempre attenere a un regime normativo molto severo: ogni versamento ricevuto e ogni singolo bonifico diretto a un collaboratore residente fuori del Nepal richiedono un nullaosta specifico della Banca centrale. Per un giornale con una rete di collaboratori e di distribuzione sovranazionale significa un tempo infinito speso in richieste, formulari, autorizzazioni.

Nell’ultimo anno però le pratiche riguardanti «Himal» sono arrivate alla paralisi. “Senza notifiche né spiegazioni, i versamenti diretti a Himal sono stati bloccati; ottenere permessi di lavoro per collaboratori non nepalesi è diventato impossibile, ci sono stati ritardi incomprensibili nei pagamenti a collaboratori all’estero”, spiega il comunicato, “e i funzionari governativi dicono di non poter fare nulla a causa di pressioni da entità dello stato che rifiutano di nominare”. Infine il Southasia Trust non ha più potuto pagare i fornitori, e non ha avuto alternative.

L’asfissia burocratica, è ovvio, nasconde altro. L’impresa di «Himal Southasian» è largamente identificata con il suo fondatore Kanak Dixit, oggi sessantenne, persona impegnata in un attivismo sociale multiforme: nel 1997 ha fondato un festival internazionale di documentari a Kathmandu, nel 2000 ha contribuito ad aprire un centro all’avanguardia per la riabilitazione motoria, e dirige anche la maggiore cooperativa di trasporti pubblici del Paese. La persecuzione denunciata da «Himal» ha proprio lui come obiettivo. Il 22 aprile 2016 Dixit è stato arrestato, durante una conferenza pubblica, con l’accusa di irregolarità finanziarie nella gestione della cooperativa di trasporti. Il giornalista è stata poi rilasciato su ordine della corte suprema, e le accuse sono state smontate. Ma la guerra contro «Himal» era cominciata.

Bisogna considerare che nell’ultimo quarto di secolo il Nepal è passato attraverso grandi turbolenze: dal movimento popolare che nel 1990 ha costretto l’ultima monarchia assoluta rimasta al mondo a introdurre un sistema democratico costituzionale alla lunga rivolta armata del partito maoista, fino alla “rivoluzione” che nel 2008 ha instaurato una repubblica democratica federale, al disastroso terremoto di due anni fa. “La sconfitta della monarchia autocratica nel 1990 ha portato un’esplosione di libera espressione, e Kathmandu è diventata una capitale caotica dove potevi essere critico verso le autorità come da nessun’altra parte”, ha scritto Dixit in questo post nel suo blog, da cui sono riprese tutte le citazioni. Il piccolo Nepal è diventato un faro della libertà di espressione nell’intera regione. Ma “il conflitto interno e poi una transizione politica senza fine, insieme a un crescente intervento straniero nel Paese, con gli Stati vicini e alcuni donatori occidentali dediti a varie ingegnerie sociali”, hanno prodotto polarizzazioni sociali, fiaccato la fiducia nella politica, indebolito lo stato. La democrazia è corrosa dal suo interno, dice il fondatore di «Himal».

La vendetta dei monarchici
Così nel Nepal di oggi la critica è molto meno tollerata. Dixit si è certamente fatto dei nemici quando ha duramente criticato l’amnistia concessa agli esponenti del vecchio regime monarchico. Ha criticato per esempio la nomina a capo dell’agenzia anticorruzione di un ex alto funzionario della monarchia, Lokman Singh Karki, che nel 2006 era stato riconosciuto responsabile da una commissione d’inchiesta giudiziaria di operazioni di polizia contro gruppi per i diritti umani. Di recente ha scritto che l’agenzia anticorruzione stava diventando uno “Stato parallelo”. Il vecchio establishment monarchico si vendica? Guarda caso è stato proprio Karki, nella sua nuova carica, a ordinare il clamoroso arresto di Dixit. Di recente 157 deputati del parlamento nepalese hanno depositato una mozione di impeachment per il capo dell’agenzia anticorruzione, anche se ciò non ha cambiato la sorte di «Himal».

Così il progetto di giornalismo “extranazionale” si è arenato. “In retrospettiva, c’erano due buchi nella nostra visione” scrive Dixit nel post citato. Uno era la logistica: “Energie enormi andavano spese solo per superare le barriere doganali” e distribuire il magazine in India (dove Himal ha la gran parte dei suoi lettori) e nei Paesi vicini. L’altro è che in tutta l’Asia meridionale ha preso il sopravvento un nazionalismo estremo. “Un magazine che voleva sfidare gli establishment nazionalisti della regione, da Kabul a Colombo, è stato guardato con sospetto in tutte queste capitali” spiega Dixit. Del resto, gli editori di «Himal» ne avevano avuto un indizio quando hanno presentato la nuova edizione Southasian alla fiera del libro di New Delhi: per arredare lo stand avevano portato la loro mappa capovolta, ma gli era stato vietato di esporla con la stupefacente motivazione che poteva “offendere i sentimenti indiani” mostrando lo Sri Lanka sopra all’India.

Per vent’anni la piccola impresa editoriale indipendente è andata avanti grazie al clima di libertà di stampa che emanava a Kathmandu. Ora anche quello viene meno.

 «Himal Southasian» ha concluso un ciclo, ma non si è arreso. “La direttrice Aunohita Mojumdar e la redazione restano fedeli al giornalismo indipendente e riprenderanno le pubblicazioni quando le circostanze in Nepal o altrove lo permetteranno”, si legge sul sito web del magazine, per altro aggiornato di frequente.

L’augurio per questo nuovo anno è che «Himal Southasian» riesca presto a reincarnarsi.

(*) Pubblicato sulla rivista «Internazionale». Marina Forti ha un suo blog: www.terraterraonline.org/blog/ ovvero «Terra Terra – cronache da un pianeta in bilico». [db]

 

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