L’anima del cantastorie: Checco Zalone non c’entra

Terza puntata dell’«Angelo custode» ovvero le riflessioni di ANGELO MADDALENA per il lunedì della bottega.

Stamattina, mentre pedalavo da San Feliciano verso Sant’Arcangelo, costeggiando il lago, pensavo alla frase di Cioran: «Quand je n’ai pas un sous en poche, je m’efforce d’immaginer le ciel de la lumière sonore, qui consitue, selon le buddhisme japonais, une des etapes que le sage doit franchir pour sourmonter le monde, et peut etre l’argent, ajouterai-je». Ci ripenso sia perché mi capita spesso di ritrovarmi “sans un sous en poche” (senza soldi in tasca) sia perché è un pezzo del mio monologo teatrale «Déraciné comme Cioran», che ormai da due anni non interpreto (ultima data a Menton). Io non conosco il buddhismo giapponese, mi arriva una eco tramite gli scritti di Cioran che ogni tanto lo cita.

Viveva di stenti Cioran, aveva rifiutato di insegnare a scuola e all’Università. Sulla sua pelle viveva quel che scriveva. Viveva da mistico o qualcuno potrebbe dire da “aspirante barbone”: semplicemente viveva come facevano gli antichi pensatori, o filosofi, o poeti e artisti di strada o cantastorie prima che arrivassero la televisione, la SIAE ecc. Andando indietro nel tempo c’erano i giullari che rischiavano di essere ammazzati o picchiati perché raccontavano e cantavano storie che in cui spesso irridevano e sfottevano i princìpi, i re e i potenti, che sarebbe meglio definire, con linguaggio “antico”: sfruttatori, latifondisti, baroni ecc (c’è una bella poesia di Ignazio Buttitta, «U rancuri, discorso ai feudatari»). I buffoni invece erano quelli che cantavano e recitavano storie scritte da altri, quindi non mettevano i loro pensieri e sentimenti in musica o in poesia. Raccontavano per intrattenere, per compiacere. Oggi, se volessimo un raffronto, potremmo pensare a uno come Checco Zalone, che recita, presta la sua maschera a testi altrui, non si assume la responsabilità di esprimere i propri pensieri e sentimenti, né dà un giudizio sulla realtà delle cose: potremmo dire quindi che è un buffone. La stessa cosa vale per tanti altri, più o meno sedicenti artisti impegnati o meno impegnati, comunque di “successo”: Jovanotti, Renga, Vasco Rossi, Ligabue ecc. Mi sono concentrato su Checco Zalone perché ogni tanto, mi sono sentito dire, dopo aver cantato una delle mie canzoni: «Sei meglio di Checco Zalone» o «Mi ricordi Checco Zalone». A parte che io scrivo i testi e lui no, c’è un’altra discriminante che qualche anno fa mi è “piombata” addosso, e stava per farmi male, fisicamente ed economicamente. Questa storia l’ho messa in musica per “vendicarmi” di quello sgarbo subìto, non avendo l’abitudine di vendicarmi immediatamente e fisicamente, come avrebbe meritato, e come altri avrebbero potuto fare. Riguarda il vecchio bigotto di un paese (ero in Molise) dove avevo registrato il mio cd: una canzone era stata registrata con le voci di tre bambine e altri bambini la cantavano per strada perché nei giorni che ero stato lì si era creato un bel clima di amicizia e gioco con loro. Quel vecchio bigotto, facendosi beffa di tutte le possibili armonie che si erano create in quei giorni tra me e gli abitanti di quel paese, è salito sul palco e mi ha quasi minacciato, poi l’assessore che mi aveva ingaggiato per lo spettacolo ha risolto la situazione, con non poco imbarazzo. A parte tutti i dettagli che si potranno trovare nella canzone che ho appena registrato nel mio nuovo cd – e se ne trova una versione su youtube (molto ruspante il video, il titolo della canzone è «Il martire di Castellone») – quella esperienza è una forma lampante di discriminante: da un lato c’è chi guadagna migliaia se non milioni di euro facendo il buffone, cioè interpretando testi di altri, per finta, cioè in film che non raccontano una realtà, senza assumersi responsabilità per quello che dice, pensa e racconta, e dall’altro lato c’è chi vive per davvero quello che altri fanno finta di vivere e non solo rischia di finire malmenato, ma anche meno pagato (come si sentirà nella canzone) e già era pagato a con cifre da fame o da “famoso in incognito”. Non importa tanto il motivo o l’oggetto della canzone, che è stato un pretesto; fra l’altro mi è stato detto che il vecchio rissoso aveva disturbato anche una cantante che il giorno prima di me, sul palco, cantava le tarante salentine. Potrei fare altri esempi di esperienze vissute in tal senso. La cosa che conta è la confusione, la distrazione e la velocità (e superficialità) del nostro tempo. Fermarsi a osservare e descrivere i fatti che ci accadono è sempre un buon modo per capire ed evitare di finire travolti dalla confusione e dalla distrazione.

So che un giullare del 1300 aveva chiesto a un re di Francia di dargli “la patente da giullare” per distinguersi dai buffoni. Oggi basterebbe un po’ di raziocinio e di lucidità per distinguere chi fa l’attore e cantante comico senza scrivere neanche i suoi testi da chi fa il cantautore prendendo spunto dalla realtà quotidiana e per questo rischia di pagare sulla pelle le conseguenze di quel che racconta e canta.

Una volta fu chiesto a una platea nella quale mi trovavo: qual è la differenza fra il cantastorie e il cantautore? Uno della platea rispose dicendo: «il cantautore guadagna tanti soldi e il cantastorie no»; e io aggiunsi: «il cantautore vive sulle spalle del cantastorie che vive la vita vera, la racconta e paga il prezzo per dire quelle cose mentre il cantautore racconta vagamente le storie che canta, è uno paraculato che fa finta di vivere e di raccontare storie attingendo dalla realtà con coraggio e coerenza. Coraggio e coerenza che vivono i cantastorie pagando infatti con l’invisibilità e l’allontanamento dalla scena mediatica e anche dalla piazza fisica e pubblica». Ovviamente ci sono cantautori più vicini ai cantastorie, comunque sempre “comodi”, rispetto ai cantastorie: penso a De André, Rino Gaetano, Guccini, cantautori seri. Ce ne sono altri: Gianmaria Testa, Ivano Fossati, in ogni caso sempre “remunerati” e meno esposti rispetto a cantastorie (Franco Trincale, Cicciu Busacca, Rosa Balistreri). Oggi potremmo parlare anche di cantanti che fanno arte di strada o che fanno pochissime date pur se hanno cose molto interessanti da narrare uno fra tutti Bobo Rondelli.

Un esempio: Franco Trincale aveva scritto una canzone ispirata a un episodio di nonnismo nelle caserme, ispirato a un fatto accaduto con un ragazzo morto in servizio militare, come ce ne sono stati tanti e spesso nascosti. Pure Lucio Dalla e De Gregori – diceva Trincale – hanno scritto una canzone sulla durezza della vita militare, ma senza riferimenti a fatti accaduti, tutto molto vago, una parola o due tipo “nostalgia di casa”, “dolore di lontananza” o cose del genere.

Per finire propongo di ascoltare la canzone di Calogero Incandela dal titolo «Ex Facto». Per chiamare in causa i “talent” tipo X Factor, perché anche quello è un piccolo tormentone, cioè sentirsi dire, dopo aver cantato: «Ma perché non vai a X Factor?».

ANGELO CUSTODE: riassunto delle due puntate precedenti

Come ho già scritto, mi piace il torrente – di idee, storie, contraddizioni, pensieri, persone, dubbi, avventure di viaggio – che attraversa gli scritti di Angelo Maddalena (spesso in “bottega”). Così gli ho proposto un “lunedì… dell’Angelo” insomma che lui apra la settimana bottegarda. E siccome una congiura famiglia-anagrafe-fato gli ha imposto il nome di Angelo mi piace pensare che in qualche modo possa fare l’angelo custode della nuova (laica) settimana. Perciò ci rivediamo qui – scsp: salvo catastrofi sempre possibili – fra 168 ore circa che poi sarebbero 7 giorni. Ah, il disegno è di Angelo, l’instancabile. [db]

Redazione
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