Lateralità – di Mark Adin

Ciao, sono il Castoro di Bianciardi, stretto nello scaffale tra quelli di Jean Genet e Ghiannis Ritsos, le mie cattive compagnie di ragazzacci. Siamo qui, perfettamente allineati e stanchi di non essere neppure estratti per qualche rapida consultazione. Nessuno ci compulsa ormai da tempo. Eppure siamo stati eroici, e oggi siamo dimenticati. Il mio piccolo gruppo, saremo ormai rimasti una ventina, prende polvere in una libreria che sta per chiudere, in una cittadina di provincia. Se non chiedi di me al banco, se non preghi l’addetto di interrogare il computer, difficilmente ci conosceremo.

La novità è che, contrariamente alla consuetudine che mi vede letto, oggi voglio parlare io. Prendo la parola, per una volta, in occasione dell’evento che sovvertirà il trantran di questa libreria che sta per spegnersi, travolta dal vicino Centro Commerciale dove un finto libraio, più finto di questo che conosco da trent’anni, dispone di una clientela assai più numerosa che mette nel carrello, tra patatine e Simmenthal,  l’ultimo di Bruno Vespa, però scontato al trenta. Dicevo che anche il mio libraio non è tale. Piuttosto è magazziniere: raccoglie l’ordine, se può lo evade subito, se no a sua volta ordina. Non mi consiglia più a nessuno: ordina, non mi sfoglia davanti agli occhi del cliente; non mi valorizza: ordina, a malapena spolvera.

Oggi è molto eccitato, oggi il negozio sarà invaso da una moltitudine, oggi è in programma la presentazione di uno scrittore “esordiente” da vent’anni: si sa, ingranare per alcuni è faticoso. Ecco perché prendo licenza e parlo – io che son nato per dar voce – e qui ribalto i ruoli. Gli amici dello scrittore, sollecitati dallo stesso, hanno inviato a centinaia di conoscenti, club della lettura, associazioni culturali, messaggi di invito alla presentazione odierna, poiché si vuol gremire. Siamo tutti pronti, noi sugli scaffali, elettrizzati e in festa: c’è uno di noi al centro dell’attenzione, come una volta, sarà bellissimo!

La docile commessa predispone sedie, cura la scena, è l’ora. L’autore, un giovin signore ultracinquantenne (in letteratura si è giovani sino a quando si è pubblicati dal grande editore) è in compagnia di un critico-autore-studioso-editore che fa da chaperon e mentore. Nell’illustrare l’opera, parte dal fondo ovvero dalla lettura dell’ultima pagina del romanzo, con smarrimento dell’autore. A noi libri ci trattano così, senza riguardo. Sarebbe come se a uno di noi si sostituisse un umano e, nel presentarlo al pubblico, lo si facesse dar di spalle, abbassare le mutande e mostrare il culo, per non dire altro. Sarebbe come se per illustrare un problema che ci interroga, si partisse dalla soluzione. Sono senza parole, ho il cuore in gola…

Un tomo rilegato in viola, “Storia del Dadaismo”, dallo scaffale di fronte mi fa sapere che è un metodo provocatorio, che ci si vuole originali e mica provinciali, e cerca consenso presso il volume sul “Futurismo” che gli sta accanto e che annuisce. Io, che sono il Castoro di Bianciardi, quello della “Vita Agra”, resto della mia: mi sembra un modo di procedere un po’ strano. Comunque la dozzina di partecipanti che affolla il posto, sembra attenta e interessata: sarà contento, il mio libraio, per il pienone! E prima che la noia li stramazzi, dopo aver costretto l’autore a leggere pagine e pagine ed a parlar di sé, la seratina chiude con l’assedio di due giornalistine per una fiacca intervistina e la ripresa dell’ultima fotina da pubblicare sulla paginetta culturale del locale giornalino. Il successo ha il suo prezzo.

Glorificato e pago, il giovane scrittore piucchecinquantenne raccoglie i complimenti dei presenti in sala: la vecchia mamma, il babbo del critico officiante, la sorella, il cognato, tre ex compagni di scuola (di cui uno si è dato), una presenzialista estrema, una insegnante-scrittrice, un amico scrittore parimenti esordiente pluriennale, un film-maker con signora, coi quali ultimi l’autore ha scorrazzato al sud. E noi lì, che non possiamo muoverci, appesi agli scaffali, delusi, col cuore a pezzi, in lacrime.

E’ proprio in quel momento che uno dei presenti allunga la mano e, senza troppi complimenti, mi afferra e sfoglia. La mossa mi provoca vertigine per la provvida ventilazione. Pochi attimi. Mi si richiude, mi si mette in tasca e via verso la cassa. Uno aspetta una vita e poi, quando ormai crede che tutto sia finito e il suo destino il macero, ecco che tutto accade.

Ora son sistemato per ordine alfabetico in questa bella casa, tra Berto e Bigiaretti, e oggi, che ormai è un altro giorno, sono stato letto quasi per intero. Il mio tardivo, ormai insperato, appassionato atto d’amore prossimo a compiersi.

Dedico la mia vita di carta, tutte le centosessanta pagine, a quegli umani soli che, privati dell’attenzione degli altri, stanno, inesistenti, al mondo. A tutti coloro che non hanno più niente. A una donna in bicicletta che ha perso una figlia e con lei tutta la speranza.

Firmato, Il Castoro di Bianciardi 163/164, vivente la sua gioia, stretto sullo scaffale.

Mark Adin

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