Le armi irrompono nel paradiso di Jeju

The Arms Race Intrudes on Paradise” di Gloria Steinem è uscito sul The New York Times, il 6 agosto 2011: la traduzione è di Maria G. Di Rienzo. Gloria Steinem, scrittrice e attivista femminista, è anche la co-fondatrice di Women’s Media Center.

Ci sono azioni per cui noi che viviamo oggi saremo giudicati nei secoli futuri. La sola domanda sarà: Cosa sapevamo, e quando siamo venuti a saperlo? Credo che una delle azioni sottoposte a giudizio potrebbe essere ciò che voi ed io faremo rispetto alla militarizzazione dell’Isola di Jeju, in Corea del Sud, a beneficio della corsa agli armamenti.
Jeju non è detta il più bel posto sulla Terra per niente. Antichi vulcani sono diventati picchi coperti di neve, con puri ruscelli di montagna che scorrono verso le spiagge vulcaniche ed i banchi di corallo soffice. In mezzo vi sono colline verdi coperte di fiori selvatici, boschetti di mandarini, foreste di noci moscate, piantagioni di tè ed orchidee rare che crescono spontaneamente: ed il tutto esiste in pace con le fattorie, le locande e le piccole città. L’Unesco (l’organizzazione delle Nazioni Unite preposta ad istruzione, scienza e cultura) ha designato l’Isola di Jeju come “tesoro naturale” del mondo.
Ora, una base navale sta per distruggere un segmento cruciale della costa di Jeju e lo farà per alloggiare e servire altri distruttori con sofisticati sistemi missilistici e balistici ed applicazioni per la guerra “spaziale”. La Cina e la Corea del Sud hanno relazioni amichevoli, al momento. Ma questa base navale non è solo un disastro ambientale, potrebbe rivelarsi una provocazione globalmente pericolosa.
I residenti di Gangjeong, il villaggio che dovrebbe ospitare la base, stanno vivendo in tende erette lungo tutta la costa in questione nel tentativo di fermare l’attività dei bulldozer. Il villaggio, già parecchi anni fa, aveva votato contro l’istituzione della base navale. Hanno tentato di arrestare i lavori con cause legali e petizioni per uno studio accurato dell’impatto ambientale. Sono stati multati, picchiati, arrestati ed imprigionati. Hanno intrapreso scioperi della fame, si sono incatenati a tutto il possibile, hanno invitato turisti affinché capissero cosa c’è in gioco, hanno aperto siti web e si sono guadagnati il sostegno delle organizzazioni pacifiste a livello internazionale.
I membri della Campagna “No alla base navale”, bambini inclusi, vivono accampati sulla spiaggia dietro alti muri costruiti attorno al sito dei lavori proprio per nascondere le proteste. All’esterno, la polizia controlla. E questo sta andando avanti da più di quattro anni.
Potreste chiedervi perché non ne avete mai sentito parlare. Dubito che l’avrei saputo io stessa, tuttavia, se non avessi visitato l’Isola di Jeju nove anni fa, incapace da allora di dimenticare la sua bellezza e le sue tradizioni che evocano un’antica cultura basata sul bilanciamento. Si dice che l’Isola sia il corpo stesso della Dea della Creazione, ed è spesso chiamata “L’Isola delle Donne”. E’ infatti la casa delle leggendarie pescatrici subacquee conosciute come “Haenyeo”, e dei boschetti consacrati alla Dea e di tradizioni sciamaniche. In special modo per le donne, Jeju è diventata il simbolo delle “cose com’erano una volta, e come potrebbero essere oggi”.
Il mezzo milione di abitanti dell’Isola conserva memorie di terribili perdite. Prima e durante la seconda guerra mondiale, l’esercito giapponese usò i residenti di Jeju come lavoratori forzati e ne uccise molti. Poco prima della guerra di Corea, le forze armate della Corea del Sud bruciarono interi villaggi ed uccisero circa 30.000 persone: perché i residenti non volevano dividere l’Isola fra Nord e Sud e furono quindi etichettati come “comunisti”. Ma con il lavoro e l’antica saggezza, Jeju gradualmente ha recuperato la sua peculiare pacifica cultura diventando l’unica provincia autonoma della Corea del Sud. Nel 2006, l’allora Presidente del paese, Roh Moo-hyun, chiese perdono per il massacro e dichiarò Jeju “Isola della Pace Mondiale”.
Quando sono stata invitata, nel maggio scorso, a visitare di nuovo Jeju (dalle amiche del movimento delle donne coreane) ho visto come attrae conferenze di pace, sposi in luna di miele, ambientalisti, biologi marini, troupe cinematografiche, pellegrini e turisti. Ho visitato il campo di pace, sotto lo sguardo di poliziotti minacciosi e fra bulldozer in attesa. Il sindaco di Gangjeong, leader dei resistenti, mi ha detto quietamente che sia lui sia gli altri daranno volentieri la vita pur di impedire la costruzione della base. Sua madre, che ha 92 anni, fa tutte le sere il percorso dal villaggio alla spiaggia per accertarsi se il figlio sia ancora vivo.
L’attuale presidente coreano, Lee Myung-bak, ex presidente di una società di costruzioni e conosciuto come “Il signor Bulldozer”, non ha ancora avuto ripensamenti. Piuttosto, sembra avere con i mattoni la stessa relazione che il presidente Bush aveva con il petrolio. Temo anche che la Corea del Sud sia l’estremità scodinzolante di un cane chiamato Pentagono. Il presidente suo predecessore, diversamente, disse che sarebbe morto con due rimpianti: l’aver mandato truppe coreane in guerra in Iraq e l’aver permesso la costruzione della base sull’Isola di Jeju.
Jeju è sulla ristretta lista di una campagna pubblica internazionale tesa a scegliere le nuove “sette meraviglie mondiali” e il presidente Lee è un attivo sostenitore della candidatura dell’Isola. Forse sarà costretto a scegliere. Come potrà Jeju essere una delle sette meraviglie quando la sua candidatura si basa su una natura che sta per essere distrutta?
Nel frattempo, molte più persone stanno firmando appelli di protesta sul web, stanno chiamando chiunque conoscano a Washington o si stanno recando a Jeju per proteggere e sostenere i dimostranti e far capire che il futuro economico dell’Isola sta nel turismo, non nei fucili o nelle basi militari. Nel quotidiano scambio di e-mail con i dimostranti di Jeju, ho saputo che i bulldozer stanno sistemando strati di piccole rocce in preparazione della colata di cemento da gettare sulla lava e sul corallo vivente. Quando i bulldozer si ritirano, i bambini raccolgono tutte queste rocce, ne fanno delle torri e su ogni torre piantano una bandiera della pace.
Per quando mi riguarda, sto scrivendo questo pezzo, ho messo una petizione sulla mia pagina Facebook e spero in sufficiente attivismo del tipo “primavera araba” per rovesciare la base navale.
Non ho mai avuto meno indizi su cosa potrà accadere. Posso ancora sentire i delfini di Jeju che gridano, come se percepissero il pericolo. Tuttavia, la mia fede è nei residenti che dicono: “Non toccate nessuna pietra, non toccate nessun fiore.”
Inoltre, ora anche voi sapete.

Redazione
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