Lettera a un assassino – Amira Hass

di Francesco Masala

ho visto qualche giorno fa questa lettera di Amira Hass, indirizzata a un’assassino soldato e come tutto quello che scrive Amira Hass anche questa lettera colpisce nel segno.

 

Al Soldato X del 77º battaglione armato che lo scorso mercoledì ha sparato e ha ucciso un ragazzo chiamato Yusef Abu Aker Shawamreh.

 

Quando eri a cena con la tua famiglia, venerdì sera, hai detto loro che sei stato tu, ricevendo l’approvazione di tuo padre e di tua madre? Oppure hai masticato il tuo riso e mangiato la tua bistecca in silenzio? I tuoi superiori ti hanno chiesto come il proiettile mortale sia andato a colpire direttamente il fianco di Yusef? Stavi forse mirando alle gambe, ed hai sbagliato? Stavi forse sparando in aria ed hai sbagliato? Forse i tuoi superiori hanno deciso che tu abbia bisogno di un corso di ripasso al poligono di tiro?

Hai perso un po’ del tuo sonno pensando a Yusef? O sei forse convinto di avere eseguito un ordine, come un leale soldato, e che la colpa fosse di Yusef, un ragazzo nato il 15 dicembre 1999, che aveva 14 anni e tre mesi quando gli hai sparato? Ti sei reso conto di avere commesso un crimine, oppure ci vorranno alcuni anni prima che tu lo capisca?

I tuoi superiori (salendo fino al comandante) rappresentano una causa persa. Costoro mangiano con gusto la propria bistecca anche quando i loro ordini costano la vita ad un ragazzo, la cui unica colpa era quella di essere uscito a raccogliere dei cardi – akub in arabo – per aiutare la propria famiglia a tirare avanti.

Questa è la stagione in cui si raccolgono i cardi, che vengono usati, dopo aver tolto le spine, come ricetta tradizionale, passata di madre in figlia e di figlia in nipote.

Le famiglie povere portano a casa cinque shekel – meno di un dollaro e mezzo – per ogni kilogrammo di cardi che i ragazzini come Yusef riescono a raccogliere nei campi.

Tu ti trovavi in postazione di agguato martedì sera. La tua posizione era di fronte al villaggio di Deir al-Asal al-Fauqa, che è stato occupato nel 1967. Non ti trovavi lontano dalla fattoria [moshav] che era stata assegnata agli evacuati della striscia di Gaza.

La tua postazione di agguato si trovava all’estremità sudorientale della regione del Lachish, dove si trovano i villaggi palestinesi che noi abbiamo distrutto: Qubayba, Dawayima, Umm el-Shaqf e altri.

I loro abitanti furono espulsi nel 1948, e i loro figli vivono da allora nei campi profughi della zona di Betlemme. Il dodicenne Zahi e il diciassettenne Muntaser, che tu hai arrestato, hanno detto che voi eravate vestiti di nero, e che avevate i volti mascherati. Solo i vostri occhi erano visibili.

 

Togliere la terra ai suoi proprietari

Tu e i tuoi amici eravate in quella postazione di agguato perché i vostri superiori sapevano bene che c’era una grande apertura nella rete, che era stata sicuramente praticata nell’arco di molti giorni? In quella zona, la barriera di separazione corre più o meno lungo la Linea Verde. Ma – e dubito che i vostri superiori si siano preoccupati di dirvi questo – a Deir al Asal la barriera devia verso est, togliendo terra preziosa ai suoi proprietari.

Quindi la situazione è questa: c’è una barriera di separazione, e c’è una strada di controllo che la percorre. A ovest di quella strada c’è un lungo terrapieno con il filo spinato. La terra di Deir al-Asal si trova fra la strada di controllo e il terrapieno con il filo spinato.

Era verso questo terreno, a circa 2 km da casa loro, che si stavano dirigendo i ragazzi. La povertà e il bisogno di sopravvivere sono più forti del pericolo. Alle 6:30 del mattino sono usciti di casa. Alle 7 dal villaggio hanno sentito sparare dei colpi. Alla luce del giorno. Tu eri a circa 50, 70 metri dai ragazzi. E tu hai aperto il fuoco.

Secondo il portavoce dell’IDF [esercito israeliano], tu hai sostenuto di avere sparato su un palestinese perché aveva sabotato la barriera di separazione. Tu sei stato non soltanto il giudice, l’accusatore e il giustiziere, ma eri anche il testimone oculare.

Zahi e Muntaser hanno dichiarato a Musa Abu Hashhash, del gruppo B’Tselem, di avere attraversato l’apertura della rete e di non aver visto nessun soldato. Hanno attraversato la strada di controllo, e hanno sentito sparare. Ma non hanno sentito nessuno gridare “Alt”. Naturalmente tutti voi avete dichiarato di avere agito secondo le regole per arrestare i sospettati (prima avreste intimato l’alt, e dopo avreste sparato). O comunque, questo è quello che ha detto il portavoce dell’IDF, com’era prevedibile.

Tu hai sparato. Yusef si è messo a correre, mentre gli altri si buttavano a terra. Tu hai continuato a sparare, e anche Yusef – così hanno creduto i suoi amici – si è gettato a terra. Non sapevano che era caduto perché era stato colpito. Quando i suoi amici lo hanno raggiunto, Yusef ha sospirato a Muntaser “portami via”, e poi è diventato silenzioso.

 

Manette e occhi bendati

Poi siete arrivati voi. Eravate in sei, e avete afferrato il ragazzo e il teenager [Muntaser]. Voi lo negherete, ovviamente, ma vi hanno visto mentre li colpivate, gli legavate le mani dietro la schiena e poi li abbandonavate a terra. Hanno anche detto che tre di voi – e questo certamente non lo negherete – hanno cercato di soccorrere Yusef.

Dopodiché li avete bendati e ve ne siete andati. Sono arrivati altri soldati, che gli hanno tolto le manette e le bende, ed hanno iniziato a fargli delle domande in ebraico. Nel frattempo è arrivata un’ambulanza militare, che ha portato via Yusef.

I ragazzi sono stati portati nella caserma militare di un vicino insediamento. Anche lì i ragazzi hanno raccontato di essere stati picchiati dai soldati. Fino a quel punto nessuno si era ancora rivolto a loro in arabo.

Sono arrivate due donne-soldato con un telefono, ed hanno attivato il viva voce. Qualcuno faceva delle domande in arabo ai ragazzi, e poi traduceva. Le donne-soldato prendevano nota. Da lì i ragazzi sono stati portati alla stazione di polizia di Kiryat Arba, brevemente interrogati ed infine rilasciati, 12 ore dopo essere usciti per raccogliere dei cardi.

C’è qualcosa di marcio negli ordini che voi – i soldati posizionati in agguato in Cisgiordania – ricevete ed eseguite. Una rara sentenza, che ha ritenuto un sergente del Comando del Fronte responsabile per la morte di Uday Darawish – un manovale che aveva attraversato la barriera di separazione per andare a cercare lavoro in Israele – riporta chiaramente gli ordini per aprire il fuoco alla barriera di separazione.

Da una parte, questi ordini dicono che “poiché un infiltrato è sospettabile di voler commettere un crimine pericoloso, è permesso usare la procedura di arresto nei suoi confronti, a patto che questo avvenga quando si trova nella zona della rete di separazione”.

Ma gli stessi ordini dicono anche che “non si può sparare né si può usare la procedura di arresto, né di giorno né di notte, contro chiunque sia ritenuto innocente e non ponga alcun pericolo per le nostre truppe”.

Grazie a questi ordini contraddittori tu puoi sostenere di aver ritenuto che le vostre vite fossero in pericolo, e quindi il popolo di Israele ti applaudirà, perchè tu fai parte del popolo di Israele.

Amira Hass

(Amira Hass è una giornalista israeliana, nota soprattutto per i suoi pezzi sul quotidiano Ha’aretz e particolarmente famosa per la denuncia degli eventi accaduti in Cisgiordania e a Gaza, dove ha anche vissuto per un certo numero di anni.

Il 23 Marzo scorso Amira Hass ha pubblicato questa lettera, indirizzata al “soldato X” che mercoledì 19 Marzo aveva ucciso un ragazzo palestinese lungo la rete di separazione. Furono tre i palestinesi caduti nello scontro.)

da qui

Francesco Masala
una teoria che mi pare interessante, quella della confederazione delle anime. Mi racconti questa teoria, disse Pereira. Ebbene, disse il dottor Cardoso, credere di essere 'uno' che fa parte a sé, staccato dalla incommensurabile pluralità dei propri io, rappresenta un'illusione, peraltro ingenua, di un'unica anima di tradizione cristiana, il dottor Ribot e il dottor Janet vedono la personalità come una confederazione di varie anime, perché noi abbiamo varie anime dentro di noi, nevvero, una confederazione che si pone sotto il controllo di un io egemone.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *