Lettera ai poeti che verranno

Il blog ad agosto si è riposato un pochino (un mese intero ma con qualche post imprevisto, tanto per spezzare il digiuno). La piccola redazione per l’intervallo ha postato «Lettera ai poeti che verranno» (da www.literalgia.com) di Manuel Scorza. Prima i versi originali, poi la traduzione di Pabuda; e occhio ai commenti (perchè ci siamo accorti che il testo non era completo).

Forse un domani i poeti domanderanno

perché non celebriamo la grazia delle ragazze;

magari chiederanno

perché le nostre poesie

erano lunghi viali dai quali proveniva

ardente collera.

Io rispondo:

da ogni parte s’udiva piangere,

da ogni lato ci stringeva un muro di onde

nere.

La poesia avrebbe dovuto essere

una solitaria colonna di rugiada?

Doveva essere un fulmine continuo.

Io vi dico:

finché qualcuno soffrirà,

la rosa non potrà essere bella;

finché qualcuno guarderà il pane con invidia,

il grano non potrà dormire;

finché i mendicanti piangeranno di freddo la notte,

il mio cuore non sorriderà.

Redazione
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6 commenti

  • Grazie Daniele per questa folata di bellezza. Una maestralata che curva i pensieri come rami di ginepro antichi.

  • Grazie, la poesia è davvero splendida.
    Buone vacanze.

  • Ha ragione Franz (grazie). In effetti Pabuda ha tradotto solo quella parte che circolava in rete: c’erano i puntini di sospensione fra parentesi (…) a indicare che non era finita ma nè io nè lui siamo andarti a cercare gli altri versi.
    Ecco il finale, riprerso dal sito indicato da Franz.

    «Matad la tristeza, poetas.
    Matemos a la tristeza con un palo.
    Hay cosas mas altas
    que llorar el amor de tardes perdidas:
    el rumor de un pueblo que despierta,
    eso es mas bello que el rocío.
    El metal resplandeciente de su cólera,
    eso es mas bello que la luna.
    Un hombre verdaderamente libre,
    eso es mas bello que el diamante.
    Porque el hombre ha despertado,
    y el fuego ha huido de su carcel de ceniza
    para quemar el mundo donde estuvo la tristeza».

    Questa la traduzione di Gabriele Poli

    «Uccidete la tristezza, poeti.
    Uccidiamo la tristezza con un palo.
    Vi sono cose più grandi
    che piangere l’amore di pomeriggi perduti:
    il rumore di un popolo che si sveglia,
    quello è più bello del rugiada.
    Il metallo risplendente della sua collera,
    quello è più bello della luna.
    Un uomo veramente libero,
    quello è più bello del diamante.
    Perché l’uomo si è svegliato,
    e il fuoco è fuggito dal suo carcere di cenere
    per bruciare il mondo dove stava la tristezza».

  • Grazie per questa parte del poema che non avevamo trovato! Magari, cercando ancora salteranno fuori altri versi e poi altri ancora. Finché ci renderemo conto che la “épistola a los poetas que vendran” non finisce mai…

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