Lev Davidovič Bronštejn detto Trockij

di Checchino Antonini

«Nel caso di una dittatura proletaria isolata, le contraddizioni interne ed esterne aumentano inevitabilmente, insieme al successo. Se lo Stato proletario continuasse a rimanere isolato, alla fine soccomberebbe a queste contraddizioni. Da questo punto di vista, la rivoluzione nazionale non è fine a se stessa; è solo un anello della catena internazionale». Parto dall’attualità per scandire la “scordata” di oggi: l’omicidio di Leon Trockij (o Trotsky, se preferite scriverlo secondo l’abitudine italiana) avvenuto il 21 agosto 1940. Per questo prendo in prestito le parole del leggendario capo dell’Armata Rossa e leader della Rivoluzione d’Ottobre adoperate per introdurre la sua teoria della rivoluzione permanente. In generale questa teoria segna il solco con l’esperienza storica della controrivoluzione burocratica compiuta in nome del “socialismo in un Paese solo”. Su questo si consumò lo scontro fra i rivoluzionari bolscevichi e il ceto burocratico guidato da Josif Stalin. La citazione ha un’attualità spettacolare non solo perché lascia intravedere la caduta dell’Urss, il “Paese solo socialista”, con sessant’anni di anticipo ma perché la rivoluzione permanente come combinazione di compiti democratici e socialisti ha una nuova rilevanza negli stessi Paesi del centro imperialista. La lunga crisi del capitalismo – il cui scoppio nel 2008/2009 non ha finito di avere conseguenze e scosse di assestamento – ha aperto una fase di sviluppo autoritario all’interno dei Paesi capitalisti “sviluppati” da cui siamo lontani dall’aver visto l’esito. Questo corso autoritario non è un incidente di percorso o una semplice “fuga in avanti” ideologica: è l’espressione di una crisi di egemonia del dominio politico borghese, incapace strutturalmente di ottenere il consenso di frazioni significative della popolazione a politiche che, lungi dall’ammortizzare le conseguenze sociali della crisi economica, le aggravano. Quello che chiamiamo l’austerità. L’instabilità politica c’è e si riflette nella fine dei regimi di alternanza “pacifici”, nello spettacolare sviluppo delle forze di estrema destra, in eventi come l’elezione di Donald Trump o la Brexit, nei molteplici interventi brutali degli ultimi anni delle istituzioni europee sulle scene politiche “nazionali” (Italia, Grecia e, in misura minore, Portogallo).

L’inseparabilità delle lotte democratiche e sociali è sempre più visibile nei Paesi capitalisti dominanti, così come nella periferia. «È in questo senso che possiamo comprendere le ripetute rivolte popolari dell’ultimo decennio come espressione di una rivolta contro il capitalismo neoliberale-autoritario, in cui le richieste sociali e democratiche sono “naturalmente” combinate – scrivono Yohann Emmanuel e Julien Salingue introducendo un dossier su Revue L’Anticapitaliste del maggio ’21 – Iraq, Cile, Ecuador, Libano, Catalogna, Porto Rico, Sudan, Colombia, Hong Kong, Nicaragua, Algeria, Haiti, Iran, India… quasi tutti i movimenti popolari degli ultimi anni, e questo vale anche per il movimento dei Gilet Gialli in Francia, sebbene siano iniziati come reazione a una specifica misura del governo, si sono trasformati molto rapidamente in rivolte globali, mettendo in discussione tutte le politiche neoliberali condotte negli ultimi anni, o addirittura decenni, e sfidando la legittimità stessa dei poteri e le loro pratiche antidemocratiche, persino autoritarie.

In tutte queste lotte manca crudelmente l’assenza di un orizzonte emancipativo comune (comunismo, ecosocialismo ecc.) come l’esistenza di forze politiche in grado di sintetizzare esperienze passate e nuove radicalità, il che è essenziale per prospettare le rivoluzioni del XXI secolo ponendo apertamente la questione del potere. Questo è anche ciò per cui la rivoluzione permanente può e deve essere usata: per nutrirsi delle esperienze sociali e politiche contemporanee, e per costituire una teoria e una pratica che, lontane da visioni teleologiche o stataliste della lotta per l’emancipazione sociale, permettono – citiamo Daniel Bensaïd – «di articolare il tempo politico dell’evento e il tempo storico del processo, le condizioni oggettive e la loro trasformazione soggettiva, le leggi di tendenza e le incertezze della contingenza, la costrizione delle circostanze e la libertà delle decisioni, la saggezza delle esperienze accumulate e l’audacia della novità, l’evento e la storicità».

Ora riavvolgiamo il nastro.

Il 17 agosto un certo Jackson, amante di un’attivista, si presentò a casa Trotsky per sottoporgli un articolo sulla Quarta Internazionale. Era la prova generale. Ma già il 24 maggio, all’alba, una banda agli ordini del pittore Siqueiros aveva provato un blitz. Il 20 agosto, Jackson tornò alle cinque della sera nella casa di Avenida Viena, nel quartiere di Coyocan. Aveva lo stesso impermeabile di tre giorni prima ma un viso più pallido e un portamento che Natalia, la moglie del rivoluzionario in esilio, definì nervoso e assente. Pochi minuti e dallo studio, dove suo marito stava lavorando a una biografia di Stalin, le giunse un grido terribile. L’assassino aveva una piccozza nascosta nell’impermeabile: colpì da dietro, con gli occhi chiusi e con tutta la forza. Jackson, in realtà, era Ramon Mercader, uno spagnolo, fratello di Marina, moglie di Vittorio De Sica. Ci vorranno tredici anni per scoprire la sua vera identità e altri quaranta perché fosse noto il suo rapporto con la polizia staliniana. All’uscita dal carcere, vent’anni dopo, sarebbe stato accolto a Cuba e poi a Mosca come un eroe. Sulla sua tomba c’è un altro nome ancora: Ramon Ivanovich Lopez.

Il 21 agosto 1940, alle sette e venticinque della sera, Lev Davidovic Bronštejn (o Brontejn) meglio conosciuto come Trockij – o Trotsky – moriva in un ospedale di Città del Messico. Aveva quasi sessantun’anni: era stato uno dei leader dell’Ottobre e prima ancora della Rivoluzione del 1905. Dopo le purghe era stato deportato e, dal 1929, viveva in esilio. Nel 1938 aveva fondato la Quarta Internazionale.

Poco prima di essere ucciso aveva annotato sul diario: «Quali che siano le circostanze della mia morte, io morirò con la incrollabile fede nel futuro comunista. Questa fede nell’uomo e nel suo futuro mi dà, persino ora, una tale forza di resistenza che nessuna religione potrebbe mai darmi… La vita è bella. Possano le generazioni future liberarla di ogni male, oppressione e violenza e goderla in tutto il suo splendore».

Una storia raccontata nel 2011 dal giallista Leonardo Padura Fuentes nell’ormai introvabile “L’uomo che amava i cani” (Tropea). Siano a L’Avana, nel 2004. Ivan, aspirante scrittore nonché responsabile di una clinica veterinaria, dice addio a sua moglie Ana, deceduta dopo una lunga e dolorosa malattia, con cui ha condiviso una buona parte della sua esistenza, dolori, pene, l’angoscia di arrivare a fine mese con poco denaro, l’aspirazione a un benessere che la Cuba della dittatura nascente non era in grado di donare ai suoi cittadini. In questo frangente Ivan torna con la memoria a un episodio lontano della sua vita, in cui gli capitò di avvicinarsi a una persona tanto misteriosa quanto intrigante, un solitario signore a passeggio sulla spiaggia con due levrieri russi parlando col quale Ivan scoprì dettagli e notizie relative all’omicidio di Trotsky.

E’ quanto mai necessario uscire dalle secche di una vulgata che lo disegna come «improbabile icona di un comunismo senza peccato» speculare a Stalin con narrazioni che evitano accuratamente di sfiorare quanto l’eredità di Trotsky e l’elaborazione della Quarta Internazionale c’entrino con l’esperienza dei movimenti no global o quanto siano attuali certe sue pagine come quelle su pubblico e privato (si veda “Rivoluzione e vita quotidiana” pubblicato da Savelli nel 1977). Quasi un secolo di scomuniche non è servito a evitare che la figura del rivoluzionario facesse breccia nell’immaginario di diverse generazioni non solo militanti.

Il giallista francese, Leo Malet, lo chiamerà con ammirazione «la bestia nera del ratto della Georgia». La sua ombra spunta in film come “Terra e libertà” di Ken Loach o nei romanzi di Stefano Tassinari. Cinzia Leone, fumettista e corsivista del Riformista, ne ha messo in scena l’unico buco della biografia nel “Il diamante dell’Haganah” (Rizzoli Milano Libri, 1990): «Ho scoperto che Trotsky era stato ingaggiato a Hollywood come esperto di divise russe – spiega a Liberazione – ho voluto raccontare la nascita dell’Haganah, l’esercito di liberazione ebraico con una storia che ruota attorno a un diamante rubato dal fuochista del treno dell’Armata Rossa a un principe russo. Così ho immaginato Mae West e Trotsky a Gerusalemme per vendere quel diamante. Cose che non sono accadute ma sarebbero potute accadere».

Quello che davvero accadde è che Trotsky sia passato per l’Italia. Bologna, in particolare. All’ombra delle Due Torri, infatti, c’era la scuola di partito dei bolscevichi di sinistra che funzionò per alcuni mesi in una casa in via Marsala 18, a cavallo fra il ’10 e l’11, intrecciando la sua vicenda con quella delle esperienze di mutualismo socialista, in particolare dell’Università popolare. Una storia che dobbiamo a una ricostruzione di Giorgio Gattei e Cesarino Volta. Ricorda Lunacharsky: «Poco dopo il Congresso di Copenaghen [1910] organizzammo la nostra seconda scuola di partito a Bologna ed invitammo Trotsky a darci una mano per l’addestramento giornalistico e per tenere una serie di letture su, se non sbaglio, la tattica parlamentare dei socialdemocratici tedeschi e austriaci e sulla storia del partito socialdemocratico russo. Trotsky accettò questa proposta con cordialità e passò quasi un mese a Bologna. È vero che mantenne la propria linea politica per tutto il tempo e che cercò di smuovere i nostri allievi dalla loro posizione di estrema sinistra, cercando di guidarli verso un atteggiamento conciliatorio e centrista – posizione, per inciso, che egli considerava come fortemente di sinistra. Per quanto il suo gioco politico si dimostrò infruttuoso, i nostri allievi apprezzarono moltissimo le sue ingegnose e interessanti lezioni ed in generale, durante tutto il periodo che Trotsky passò lì, egli fu insolitamente allegro; era brillante, estremamente leale nei nostri confronti e lasciò la miglior immagine possibile di se stesso. Egli si dimostrò uno dei più straordinari collaboratori che avemmo nella nostra seconda scuola di partito».

Le immagini sono riprese dalla rete: qui sopra – nel quadro di Diego Rivera – si notano anche Engels e Marx.

MA COSA SONO LE «SCOR-DATE»? NOTA PER CHI CAPITASSE QUI SOLTANTO ADESSO.

Per «scor-data» qui in “bottega” si intende il rimando a una persona o a un evento che il pensiero dominante e l’ignoranza che l’accompagna deformano, rammentano “a rovescio” o cancellano; a volte i temi possono essere più leggeri ché ogni tanto sorridere non fa male, anzi. Ovviamente assai diversi gli stili e le scelte per raccontare; a volte post brevi e magari solo un titolo, una citazione, una foto, un disegno. Comunque un gran lavoro. E si può fare meglio, specie se il nostro “collettivo di lavoro” si allargherà. Vi sentite chiamate/i “in causa”? Proprio così, questo è un bando di arruolamento nel nostro disarmato esercituccio. Grazie in anticipo a chi collaborerà, commenterà, linkerà, correggerà i nostri errori sempre possibili, segnalerà qualcun/qualcosa … o anche solo ci leggerà.

La redazione – abbastanza ballerina – della bottega

 

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