L’Italiano di Allam, l’italiano di Altan

di Giuseppe Faso

Pochi anni fa, mi hanno raccontato una barzelletta, che son costretto a riassumere.

In una scuola, la nuova insegnante chiede agli allievi come si chiamano; quando è il turno di Ahmmed, l’insegnante decide di chiamarlo Amedeo, e gli comunica che da oggi lui deve considerarsi italiano. Il ragazzo torna a casa e, al saluto della madre, le comunica che da oggi si chiama Amedeo. «Ma che sciocchezza è questa?»: la madre si arrabbia e gli allunga un ceffone.

Entra il padre: «Che succede?»

«Papà, ho detto a mamma che mi chiamo Amedeo e da oggi sono italiano ma lei mi ha dato uno schiaffo».

«Tua madre ha ragione, anzi eccone un altro».

Con le guance rosse, Ahmed scende le scale e in cortile incontra un paio di amici. Si precipita da loro e tutto d’un fiato dice: «Oh, sono italiano da poche ore e già due marocchini mi hanno aggredito».

Il ricordo di questa storiella, che molto deve a una tradizione di racconti sul “terrone” padanizzato (e portato anni fa nel cinema da Abatantuono) è emerso irresistibile alla lettura di un articolo, sul «Giornale» del 29 aprile, di Magdi Allam (http://www.ilgiornale.it/ news/interni/quella-nomina-razzista-intrisa-buonismoil-commento-2-912648.html).

Il titolo è sintomatico, e improntato alla spavalderia di quel quotidiano, che perverte, esemplarmente, la retorica della franchezza in ideologia qualunquistica: «Quella nomina razzista intrisa di buonismo». Dovrebbe bastare un titolo così per fare riflettere sull’impresentabilità del termine “buonismo” – ma abbiamo assistito all’adozione da parte di persone che sembravano ragionevoli di ogni locuzione-spazzatura, da «piuttosto che» (non disgiuntivo) a «inciucio» (deprivato della sua carica onomatopeica, a indicare invece, confondendoli, confronto, mediazione, compromesso, intrallazzo) a «mettere le mani nelle tasche degli italiani». Queste, e altre locuzioni orribili hanno in comune una derivazione dall’alto, e comportano un atteggiamento snobistico e un invito all’acquiescenza e al conformismo.

Ma torniamo a Magdi Cristiano Allam, il cui articolo è così tanto cattivo da meritare la peggiore delle vendette, quella di mostrarlo com’è.

«Come ex-immigrato da 40 anni orgogliosamente italiano denuncio la nomina di Cécile Kyenge a ministro della Cooperazione internazionale e l’Integrazione come un atto di razzismo nei confronti degli italiani».

Qui il giornalista pone (lo voglia o no, non importa) un problema serio: quando un immigrato può dire di sé di essere «ex-»? Come individuare la soglia, varcata la quale il richiamo alla precedente condizione di immigrato può essere adoperato con tanto distacco? Seguendo Allam, dovremmo dire: da quando ti danno la cittadinanza italiana, quella fa di te un ex. E sarebbe un tratto di straordinaria consonanza con chi, come me, dal 1995 raccoglie firme per cambiare la legge sulla cittadinanza.

Ma qui nasce una questione ancora più complicata. Una volta ex, come nella storia del meridionale che attraversa a nuoto il Po, e, sopravvissuto ma ormai padano, vede affogare gli altri membri della famiglia commentando «tre terroni di meno», è proprio inevitabile che si disprezzinoi non ancora ex? Qualcosa di simile affermava anni fa Enzensberger con un exemplum etologico, in un libro allora sopravvalutato, che infatti non ha lasciato traccia. E così in effetti si comporta Allam: sostiene che sia razzista nei confronti degli italiani permettere ad altri di diventare, come lui, un ex (ex-immigrato, ex-extracomunitario, ex-vu cumprà ecc.). Ma Allam mette i suoi paletti, rivendica le sue scelte, a quanto pare rarissime:

«L’integrazione degli immigrati non può prescindere dalla condivisione dei valori fondanti della nostra identità nazionale e dal rispetto delle regole che sostanziano la cittadinanza italiana. Viceversa Kyenge e il Pd, un contenitore che sta per implodere che associa ex-comunisti, catto-comunisti e spregiudicati qualunquisti, promuovono un modello di società multiculturalista, relativista e buonista dove si vorrebbe imporre alla nostra Italia di adottare l’ideologia immigrazionista, che c’impone di spalancare le frontiere per accogliere tutti, costi quel che costi, concependo l’immigrato buono a prescindere, e che in definitiva ci porterebbe ad annullarci come nazione per fonderci nel globalismo considerato come il traguardo più ambito, l’apice della nuova civiltà che ci premierebbe quali “cittadini del mondo”, liberandoci definitivamente del “provincialismo” che ancora ci lega all’amore per la Patria».

Chiedo scusa al paziente lettore, ma questa è la prosa di Allam, evidentemente gradita ai redattori e ai lettori del «Giornale». Viene il sospetto che quaranta anni di italianità non siano bastati ad Allam per percepire gli effetti cacofonici delle ondate di giudizi terminanti in “-ista”, snocciolati come un abracadabra che non si può interrompere chiedendo: «ma che cazzo dici?»; e il timore che il percorso di iniziazione ai valori italici, compiuto forse troppo rapidamente, debba averlo turbato, se invece di opporre qualche legittima obbiezione argomentata a posizioni diverse dalla sua non trova di meglio che evocare fantasmi a cannocchiale, uno dentro l’altro – o a scatole cinesi, se si può usare l’aggettivo “cinese” senza che ci si veda scaraventata addosso una tonnellata di contumelie in nome dell’amore della Patria.

Di fronte a tanta agitazione, cercare di argomentare sulla problematicità della riduzione della nazionalità italiana a Valori indefettibili e Identità immarcescibili (come si diceva ai bei tempi delle maiuscole) sarebbe inutile, e del resto l’anatema è già preannunciato nella profluvie di insulti allamiani: «relativismo». Converrà tornare a vendicarsi, mostrando la prosa allamiana per quello che è:

«Invece questa sinistra ci dice che dobbiamo rassegnarci alla prospettiva della civiltà multiculturalista, dove si diventa italiani se si nasce in Italia anche se i genitori disprezzano l’Italia, dove si sommano e si fondono i valori, le identità e le culture perché sarebbero tutte uguali a prescindere dai loro contenuti».

Allam si è presentato, una volta per tutte, come colui che ama l’Italia, e mette in guardia contro chi invece la disprezza. Orgoglioso di questa identità acquisita, sembra non immaginare che in molti sentiamo di essere italiani quando ci si vergogna dei limiti della società e dello Stato, e delle fandonie dei nostri simili: dovremmo, per questo, essere processati per poco amore alla Patria, o retrocessi a non-cittadini? Ci troveremmo in compagnia dei migliori dei nostri attuali connazionali, da Dante in giù, e senza il catafratto Allam; la cui retorica contrappone il suo orgoglio e la sua adesione a presunti valori immobili della patria all’ipotizzato disprezzo degli altri, convenientemente ricoperti di insulti e di sospetti preventivi. Ma partendo da tali pregiudizi, come sarà possibile una civile conversazione, fondamento della costruzione di un’identità collettiva processuale condivisa, all’altezza della complessità dei compiti che continuiamo a eludere? Perché dovrei parlare prima con lui che con chi spesso si è mostrato meno rigido, più elastico, più capace di mettersi in ascolto?

E chi o che cosa mette in condizione Allam di sentirsi più italiano di altri venuti da fuori, e segnare un discrimine preventivo?

«Mi auguro di essere smentito dall’operato del neo-ministro Kyenge ma nell’attesa è nostro diritto e dovere proclamare ad alta voce “Prima gli italiani”». Sperando (per lui) che al momento giusto chi gli è vicino nella presunzione di un fondamento stabile dei Valori Patrii non stia a sottilizzare: «prima gli autoctoni, gli italiani di sangue!».

All’immagine retorica di Allam, per cui un individuo si può mettere in scena attraverso i Valori cui esibisce di aderire, preferiamo la complessità di analisi cui invita Altan, in una vecchia vignetta; al giornalista che chiede «Come si trova in Italia?», l’immigrato dall’abbigliamento nordafricano risponde: «Inserito. Son qua da soli tre mesi, e già sento il distacco dalle istituzioni» (in «Aria fritta, Cipputi!», Bompiani, 1987).

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4 commenti

  • Mi chiedevo come si potesse rispondere al delirio delle affermazioni di Allam , Ecco questo articolo è quanto di più perfetto si potesse desiderare. Grazie a Giuseppe Faso, lo condivido su FB.

  • Ma poi, perché Allam se n’è venuto in Italia, tradendo orrendamente la fiducia, l’onore e la cultura della sua terra d’origine? 🙂 Questa spazzatura comunque è ospitata da un quotidiano che ha bisogno di chiamarsi “Il Giornale” per spiegare cos’è. O meglio cosa non è.

  • bozidar stanisic

    Anch’io son grato all’autore di questo articolo cui il contenuto, naturalmente, non riusciva ad abbracciare l’intero “caso Allam”. Ci vuole, davvero, un libro grosso delle analisi a più voci sulla sua opera scritta e sulle sue influenze sugli Italiani, sul suo pensiero e sulle sue azioni (la parola è anche un’azione, non meno percolosa dei gesti pratici) contro l’immigrazione. Lo dico perchè penso che nelle folle che lo ascoltavano, le cattoliche incluse (bisogna ricordare anche stavolta il sua tv battesimo nella Sistina, eseguita dal Papa?), più di qualche seme di odio sia stato seminato da questo convertito di volontà netta di essere più cristiano dei veri cristiani stessi… Ho visto, alcuni anni fa, alla Fiera del libro di Torino, centianaia di persone che pazientemente aspettavano la notizia se la presentezaione di uno dei suoi libri sarà ripetuta. Sono stato a Gorizia, tempo fa, quando la Caritas di questa città gli ha datto l’opportunità di esporre le sue idee davanti a una grande platea, tra cui spiccavano i volti di molti giovani che si considerano cattolici. E’ stato allora in compagnia con il vescovo della diocesi, con il direttore della Caritas, con il prefetto di allora. Poche voci contrarie, nessun articolo di contestazione tranne quello scritto allora da me. Andava tutto bene. E una buona cristiana che mi ha mandato l’invito, mi ha chiesto che impressione avevo, tutta contenta perchè son venuto. La risposta l’ho fatta in quell’articolo (pubblicato sullo stesso blog di D.B.). Ora la meta di Allam è la neoministra, solo perchè l’immigrata? Oppure a ricordare a tutti che ancora raggioniamo con la testa propria che lo slogan “prima gli italiani”, cosi caro ai neofascisti o loro apprendisti presenti anche nel parlalemnto neoeletto, in realtà deriva dall’eredità nazifascista. Credo che le cose abbiano i loro nomi, peccato che anche il nome di Allam non sia stato accanto a quello di Borghezio in occasione della petizone del chang.org.

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