Lo sguardo in alto lassù

La fantascienza nell’opera di Go Nagai, padre del genere robotico giapponese

di Fabrizio (astrofilosofo) Melodia

L’angoscia è la vertigine della libertà ” (Soren Kierkegaard: “Il concetto dell’angoscia”).

Siete felici, frequentate il liceo, avete molti amici, anche le ragazze non vi disdegnano, siete orfani, cresciuti da vostro nonno, il quale si è acquistato una fama un poco strana, da scienziato geniale ma originale. Infatti, al culmine della propria carriera, dopo aver presentato al mondo accademico e con successo alcune mirabolanti scoperte, ecco che si rinchiude in se stesso, lavorando su un progetto che dovrebbe essere il vero obiettivo della sua carriera.

Un giorno tornate a casa, dopo una buona giornata scolastica, siete eccitati, non vedete l’ora di uscire con gli amici a divertivi, gioiosi e spensierati.

Purtroppo le cose vanno un poco diversamente.

L’appartamento è sottosopra, vostro nonno non c’è, la porta del laboratorio è aperta, lo chiamate ma non risponde.

Vi precipitate nella cantina, dove vostro nonno ha creato un efficiente e avveniristico laboratorio.

Tutto è distrutto, una carica esplosiva deve aver compiuto l’opera, vostro nonno giace sotto una trave, morente.

Al culmine dell’angoscia, lo scuotete, si riprende e vi narra una triste storia.

Anni addietro, lavorava insieme a una spedizione archeologica in Grecia, insieme a un suo carissimo amico, il dottor Inferno.

Scoprirono insieme i resti perfettamente conservati della civiltà micenea, molto più progredita di quanto la Storia ci abbia tramandato. Infatti, nella caverna dimenticata, trovarono creature meccaniche gigantesche e tremendamente potenti.

Nottetempo, il dottor Inferno uccise tutti i membri della spedizione, solo il nonno – cioè il dottor Kabuto – riuscì a salvarsi e a portare con se i documenti dell’avanzata tecnologia micenea.

Tornato in Giappone, lavorò febbrilmente per contrastare le brame di potere del dottor Inferno, prima che il mondo conoscesse una terribile apocalisse.

Purtroppo non è riuscito a sfuggire ai sicari del dottor Inferno. Il Barone Ashura, un essere androide ermafrodito, lo ha trovato e gli ha dato il benservito.

Vi consegna allora in mano il destino dell’umanità, il risultato delle sue ricerche, l’estremo baluardo contro le creature meccaniche del dottor Inferno.

Vi voltate e davanti a voi appare un titano gigantesco, alto 18 metri, costruito con la superlega Z, di cui vostro nonno è stato l’ignorato scopritore: il robot Mazinga Z.

Non sapete assolutamente come pilotarlo, vostro fratello Shiro vi esorta ad andare via, i sicari di Inferno possono tornare a completare l’opera.

Vicino al titano, c’è una specie di piccolo aeroplano, un hovercraft, che vostro nonno aveva detto pronto a incastrarsi nella testa di Mazinga Z.

Dopo varie prove, riuscite a farlo volare, siete esaltati, avete fatto funzionare a tentoni un apparecchio sofisticatissimo, senza il benchè minimo uso del libretto di istruzioni.

Qui cominciano i problemi, non sapete pilotarlo e anche qui andate a tentoni, muovendo leve e premendo bottoni di cui in realtà non conoscete il corretto utilizzo.

Il robot Mazinga Z segue questi vostri tentativi, distrugge alberi e calpesta case, siete disperati, non volevate fare tutto questo e per fortuna arriva in vostro soccorso un robot dalle fattezze femminili.

Il suo pilota è la graziosa Sayaka Yumi, figlia del professor Yumi, collega e grande amico di vostro nonno.

Il dottor Yumi, in contatto radio con sua figlia, vi domanda il nome, e voi semplicemente rispondete: “Koji Kabuto”.

Finalmente tutto è chiaro a Yumi, il robot Mazinga Z è la difesa contro i mostri che stanno attaccando il centro ricerche, sotto la guida del Barone Ashura, braccio destro del dottor Inferno.

Dopo paure e tentennamenti vari, vi decidete a pilotare il robot, seguendo alcuni consigli del professor Yumi e di Sayaka.

La lotta è impari, combattete corpo a corpo con pugni e calci, nel momento peggiore, trovate un quadro comandi che sembra essere quello degli armamenti di cui vostro nonno sembra aver dotato il Mazinga Z, come vi aveva accennato.

Premete un pulsante, e i pugni a razzo partono dai vostri avambracci perforando una delle creature.

Un bottone fa incendiare le piastre sul vostro petto, proiettando un tremendo raggio termico che fa sciogliere letteralmente l’altro mostro meccanico, mentre l’altra creatura viene distrutta da raggi fotonici scaturiti dai vostri occhi.

Infine un raggio ciclonico dalla vostra bocca spazza via la creatura rimasta, il Barone Ashura batte incredulo in ritirata, ma la vostra lotta è appena iniziata.

L’incipit del primo robot gigante concepito in modo da essere pilotato come un carro armato è a dir poco fulminante e appassionante, un autentico guerriero samurai meccanizzato, il “Mazinga Z” (“Majinga Zetto”, 1972).

La fantasia di Kiyoshi Nagai (永井豪 , Nagai Kiyoshi), noto come Gō Nagai, nato a Wajima (Ishikawa) in data 6 settembre 1945, è scaturita da molti fattori, in primo luogo da una pausa dalle fatiche di una delle sue pietre miliari, il “Devilman” (“Dabiruman”, 1973), la vicenda di una singolare unione tra un umano e un demonio, per fermare l’invasione demoniaca che avrebbe portato all’apocalisse dell’umanità, una vicenda sanguinosa che non avrà né vincitori né vinti, e che costituirà il punto di svolta fondamentale per il nostro autore.

Nel 1970 fonda la casa Dynamic Production, per produrre e distribuire i suoi lavori, e, durante una pausa dal lavoro sulle serie future, rimane fermo ad un ingorgo stradale. Che bello sarebbe stato che la sua autovettura potesse mettere le gambe e superare tutte le altre in quel modo.

Ecco la genesi semplice di un concetto molto più largo, nel 1972 “Mazinga Z” fa la sua apparizione sugli schermi televisivi, riscuotendo un successo senza precedenti.

Fino ad allora, il robot non aveva mai avuto una concezione simile, cosi rivoluzionaria. Basti pensare ad Astroganga (“Astroganger”, 1972) e a Super Robot 28 (“Tetsujin 28 GO”, 1963, remake nel 1980), il primo non aveva armamenti se non i semplici pugni e calci ispirati alle arti marziali orientali ed ospitava il piccolo pilota Kentaro al suo interno in una simbiosi metamorfica, mentre il secondo, sempre sulla stessa linea, veniva pilotato con un dispositivo di radiocomando a distanza.

Go Nagai, forte del successo del suo primo titano di metallo, continua sulla strada e con “Il grande Mazinga” (“Gureto Majinga”, 1974) rinnova la sua stessa creatura.

Qui il pilota non è più un ragazzino sprovveduto, ma un orfano cresciuto al solo scopo di pilotare il robot e distruggere la minaccia del popolo dei Micenei, ben lungi dall’essere scomparsi, ma ricreati in creature cyborg, con la testa impiantata generalmente sullo sterno.

A comandarli è il Generale Nero, con il suo braccio destro, il duca Gorgon, un uomo centauro, il cui corpo animalesco è costituito da una feroce tigre.

Tetsuya Tsurugi viene cresciuto con una disciplina e un addestramento ferreo, non esistono per lui nè gioco né amore, il suo allenatore è nientemeno che il padre di Koji Kabuto, creduto morto ma in realtà ritornato in vita come cyborg totale.

Quando il Generale Nero tornerà a minacciare la Terra, bramando i proprio diritti di priorità usurpati impunemente dagli umani, sarà il Grande Mazinga a opporsi, in una guerra sanguinosa e dagli esiti incerti, in cui non si riuscirà più a distinguere chi sia nel giusto o nell’ingiusto, chi sia l’oppresso o l’oppressore.

Tetsuya, abituato a conoscere solo la lotta, esattamente come un guerriero spartano cresciuto per essere un guerriero, avrà una crescita molto dura ma grazie anche alle persone che lo circondano e alle esperienze con i nemici, potrà alla fine comprendere che nella vita non esiste solo la guerra, trovando la propria ragione di esistere anche in tempo di pace.

Go Nagai, sempre preso dalla voglia di sperimentare nuove soluzioni, crea il primo robot componibile, “Space Robot” (“Getter Robot”, 1974, nome derivato dal termine “gettai”=”unire”), a cui dedica poco tempo dopo una seconda serie, “Jet Robot” (“Getter Robot G”, 1975) dove tre navicelle si uniscono a formare tre diverse combinazioni di robot guerrieri, adatti a combattere nel cielo (Getter 1, pilotato dal belloccio e carismatico Ryoma Nagare) in terra e sottoterra (Getter 2, pilotato dal ribelle e taciturno Hayato Jin) e nelle profondità marine (Getter 3, pilotato dal bonaccione e grassoccio Musashi).

Creato dal professor Saotome per l’esplorazione spaziale, con l’aiuto della figlia Mikiru, lo sguadrone Getter dovrà affrontare la minaccia prima del popolo dei dinosauri, rifugiatosi nel sottosuolo per sopravvivere al bombardamento dei letali raggi ultra-violetti durante la preistoria, e in secondo luogo del popolo demoniaco degli Oni.

Riuscitissima serie, a tratti un poco stantia nei contenuti, che mette in gioco il senso stesso della responsabilità e della collaborazione democratica dei tre piloti, negli ardui tentavi di trovare un comune accordo a discapito di una espressione individuale in combattimento.

Dalle profondità spaziali, ecco arrivare la più famosa creatura di Nagai, quell’ Atlas Ufo Robot Goldrake (“Ufo Robot Grendizer”, 1975), in cui assistiamo alla lotta tra un principe di un pianeta conquistato dal popolo della morente stella Vega, quell’ Actarus (in originale Duke Fleed) che dovrà difendere il suo pianeta adottivo, dalla popolazione cosi divisa dalle meschinità e dalle lotte interne a volte persino disprezzato da queste ultime.

Il robot che lo ha salvato portandolo lontano dal suo pianeta distrutto è un gigante che riesce a volare dentro al modulo a disco, dotato di armi di inimmaginabile potenza, come l’alabarda spaziale e il tuono spaziale, autentico colpo finale che scarica completamente le batterie di Goldrake.

L’epopea d’oro di Nagai trova il suo perfetto compimento nella creatura che forse è rimasta maggiormente nei cuori di tutti i bambini della prima generazione, “Jeeg, il robot d’acciaio” (“Kotetsu Jeeg”, 1975), in cui il pilota da corsa Hiroshi Shiba, trasformato a sua insaputa dal padre in un cyborg immortale, si trasforma nella testa del robot unendo i suoi pugni con dei guanti dai poteri metamorfici.

La trasformazione si completa con l’aggancio magnetico dei componenti del gigante d’acciaio, lanciati dall’aereo “Big Shooter”, pilotato da Miwa, assistente del padre di Hiroshi.

Scapestrato e con forti rancori verso il padre, sempre preso dalle proprie ricerche e incurante spesso delle reali volontà del figlio, Hiroshi Shiba farà molta fatica a combattere i mostri mandati dalla regina Himika, dando inizio a una crescita personale che lo porterà ad accettare l’addestramento e la disciplina, a comprendere infine se stesso e a innamorarsi di una nemica, la dolce Flora, la quale morirà tra le sue braccia, nel tentativo di aiutarlo nello scontro finale con l’ Imperatore delle Tenebre, reale sovrano di Himika.

Forti elementi connotano la fantascienza di Go Nagai, in primo luogo potrebbe esserci una lettura di rivalsa.

Lo spirito giapponese, uscito sconfitto e macero dalla guerra, martoriato dalle bombe atomiche, riconosce la voce delle nuove generazioni, le quali, liberandosi dagli influssi nefandi della tradizione guerresca paterna, ricercano una pace e una libertà sicuramente difficile ma doverosa, per trovare se stessi e un posto nel mondo.

La tecnologia che, in passato, serviva solo per sopraffare e promuovere nuove guerre, spinte dalla cupidigia, dallo spirito guerresco e dalla bestialità, qui diviene veicolo di pace, in cui persino gli antichi samurai, distrutti dalla furia e dagli interessi mercantili dell’ Occidente, trovano una nuova strada per diventare guide in un mondo in cui tutto può accadere e non ci deve mai cogliere impreparati, anche se le responsabilità che ognuno di noi deve assumersi, possono fatalmente schiacciare l’individuo, preso da questa angoscia esistenziale di cui parla Kirkegaard. Ciò di cui ho veramente bisogno è di chiarire nella mia mente ciò che devo fare, non ciò che devo conoscere, pur considerando che il conoscere deve precedere ogni azione. La cosa importante è capire a che cosa sono destinato, scorgere ciò che la Divinità vuole che io faccia; il punto è trovare la verità che è vera per me, trovare l’idea per la quale sono pronto a vivere e a morire” (Soren Kirkegaard: “Opere Complete”, Adelphi, 1998).

Ecco dunque che la fiducia che Go Nagai riserva alle nuove generazioni è ben meritata, solo menti giovani possono concepire in modo diverso e sereno la tecnologia, in modo da dominarla e non esserne dominati. Solo allora il robot assume la valenza simbolica di un corpo nuovo, una crescita armonica con il proprio essere singoli e la tecnica, responsabili di se stessi e degli altri, pur nell’infinita prospettiva della caduta e del fallimento, angoscia esistenziale che tutti noi siamo chiamati ad affrontare.

Ciò che io sono è un nulla; questo procura a me e al mio genio la soddisfazione di conservare la mia esistenza al punto zero, tra il freddo e il caldo, tra bene e male, tra la saggezza e la stupidaggine, tra qualche cosa e il nulla come un semplice forse. Paradossale è la condizione umana. Esistere significa «poter scegliere»; anzi, essere possibilità. Ma ciò non costituisce la ricchezza, bensí la miseria dell’uomo. La sua libertà di scelta non rappresenta la sua grandezza, ma il suo permanente dramma. Infatti egli si trova sempre di fronte all’alternativa di una «possibilità che sí» e di una «possibilità che no» senza possedere alcun criterio di scelta. E brancola nel buio, in una posizione instabile, nella permanente indecisione, senza riuscire ad orientare la propria vita, intenzionalmente, in un senso o nell’altro ” (Soren Kierkegaard: “Aut Aut”, Adelphi, 1998).

Go Nagai ribadisce invece questo concetto proprio nel nome stesso della sua creatura: Mazinga, Ma (Dio) Jin (Demone) Ga(Pilota), la macchina può essere un dio protettore o un demone distruttore a seconda delle scelte del pilota, dell’uomo concreto pensante.

Se anche voi vi foste trovati nella condizione di Koji Kabuto, a dover scegliere, disponendo di un grande potere di creazione e di distruzione, come agire, cosa avreste fatto?

Cos’è che rende un uomo grande, ammirato dal creato, gradevole agli occhi di Dio? Cos’è che rende un uomo forte, più forte del mondo intero; cos’è che lo rende debole, più debole di un bambino? Cos’è che rende un uomo saldo, più saldo della roccia; cos’è che lo rende molle, più molle della cera? È l’amore!” (Soren Kierkegaard: “Discorsi edificanti”, Edizioni Piemme, 1998).

Spinto da amore verso il suo prossimo, Koji Kabuto arriva a sacrificare se stesso, come Tetsuya Tsurugi, come Musashi, come anche Actarus e Hiroshi Shiba.

Al supremo principio di distruzione, ecco assurgere a grande potenza il concetto stesso, spinto dalle menti giovani e protese vrso il futuro, della solidarietà totale e del sentire amore per ogni aspetto del mondo, dal filo d’erba al prossimo loro.

Spazzato via ogni residuo della becera etica del mondo capitalista e guerresco, schiavista e iniquo, i giovani, forti delle nuove tecnologie, uniti e solidali, mossi da ideali di pace, amore e libertà, combattono per il proprio futuro, senza rimpianti.

La posta in gioco è troppo alta e nessun gioco è già stabilito.

 

Redazione
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