Lorenzo, 18 anni, scrive al sindaco

Caro sindaco,
mi chiamo Lorenzo, ho 18 anni e abito a Castel San Pietro. Faccio parte di un’associazione internazionale chiamata Cisv, che si occupa di educazione alla pace. Nello specifico organizza campi sulla base del lavoro volontario, finalizzati all’educazione di un target giovanile. Lo scopo è cercare di costruire tra i bambini un’amicizia globale che guardi oltre le frontiere e i colori della pelle, attraverso l’interazione, il gioco, la vita di gruppo multiculturale e la discussione.
In veste di rappresentante Cisv, all’inizio di settembre, ho avuto l’opportunità di partecipare a un meeting particolare tenutosi a Barcellona, organizzato dall Unesco e Unesco-Cat, la sezione della Catalogna. Questo Youth Meeting Against Racism è stato un mezzo efficace e veloce per radunare rappresentanti di organizzazioni europee giovanili operanti nel sociale, allo scopo di discutere e lavorare sul medesimo tema: la lotta contro il razzismo. Esperti di peso istituzionale e volti della rappresentanza Unesco internazionale ci hanno accompagnato in quattro giorni di intenso lavoro teorico e ampia riflessione sul tema. Posso dire con soddisfazione di essere uscito da questa esperienza particolarmente arricchito.
Tornato in Italia, e quindi in città, ho letto le ultime decisioni dell’amministrazione comunale tramite ordinanza, riguardo le comunità rom che transitano o desiderano fermarsi a Castel San Pietro e le relative politiche di esclusione, anzi espulsione.
Sul fatto che la notizia non mi abbia lasciato indifferente, devo ringraziare solamente l’esperienza formativa appena vissuta. Infatti mi è subito tornato alla mente la convinzione che abbiamo espresso nel sostenere l’importanza dell’attività concreta, alla fine del meeting. Ovvero ciò che ogni cittadino piò fare nella lotta al razzismo senza fermarsi alle riflessioni, immobilizzandosi una volta raggiunta una prima consapevolezza.
Un “piano d’azione” per diventare un cittadino attivo, dove attivo significa critico e consapevole nei confronti di se stesso e della realtà che lo circonda (carichi entrambi di razzismo attivo o latente), è stata la conclusione delle giornate di lavoro, con un’annessa dichiarazione riassuntiva da portare alla conferenza generale Unesco 2011 a Parigi.
Sinteticamente, un giovane non può combattere il razzismo se non transita da questi tre scalini:
1- Prima di tutto la presa di coscienza interiore, intesa come consapevolezza dei propri schemi mentali, della presenza di stereotipi e distorsioni, della propria elasticità mentale.
2- Quindi il contatto con il gruppo, vale a dire farsi artefice della diffusione di un pensiero aperto e flessibile, rendendosi attivo partecipando alla vita sociale (organizzando eventi, creando comunità d’interazione, sfruttando la nostra creatività in questa direzione…).
3- Ed ultimo ma altrettanto importante, il contatto con le proprie istituzioni (che è appunto il motivo principale che mi spinge a scriverle), creando un ambiente favorevole all’incontro mettendo in comunicazione e in cooperazione organizzazioni non governative con le istituzioni, in modo da sostenere progetti comuni.
Perdoni la lunga premessa, ma l’ho trovata necessaria per esporle le mie perplessità.
Durante il meeting ricordo una discussione e un workshop specifico che mi hanno particolarmente colpito. Il nostro compito era trovare soluzioni a un ipotetico problema d’integrazione con una comunità rom in Spagna. Un esperto ha brillantemente canalizzato le nostre idee.
Credo personalmente che per analizzare il problema/fenomeno della presenza dei rom sia necessario fare un previo ampio lavoro sulle radici storiche di questo gruppo etnico, studiandone la cultura, le migrazioni, l’organizzazione politica delle comunità… Senza un’analisi storico-culturale di questo genere, o almeno uno sforzo per comprendere, credo si rischi facilmente di cadere nella banalizzazione, nello stereotipo, nel giudizio di pancia. Caldo, facilmente alimentabile, ignorante, terreno fertile per circoli viziosi di intolleranza.
Siccome ammetto la mia ignoranza sulle specifiche dinamiche di organizzazione sociale della loro comunità, sugli stili, usi e valori del vivere comune, mi limito semplicemente a dare un giudizio superficiale, ma che è stato condiviso dai partecipanti del meeting e valutato in primo luogo dall’ Unesco e che quindi ritengo importante.
La chiusura mentale, la pigrizia istituzionale, la scelta di non fare uno sforzo nella direzione di chi occupa posizioni sociali diametralmente opposte alle nostre, non credo sia eticamente e moralmente corretta, nè onesta. La diversità, qui incontrata in una forma piuttosto radicale, non può essere ignorata e tantomeno soppressa. Va valutata e quindi eventualmente interiorizzata.
Il gradino da salire credo sia alto. Rapportarsi con chi fonda la propria comunità su misure e sistemi inconcepibili dal nostro vivere comune non puà essere semplice.
La nostra civiltà ha però i mezzi per analizzare e lavorare su questa grande  diversità cercando di comprendere cosa può essere compatibile, quali sono i compromessi da fare, come venirsi incontro per convivere giustamente e pacificamente in un territorio che può e deve essere aperto, quindi multiculturale.
Dobbiamo vedere questa problematica di incontro/confronto come  complessa, difficile e importante, non come una semplice questione di ordine pubblico, perchè cosÏ non è, sarebbe ingiusto sostenerlo.
L’integrazione che noi crediamo possibile e giusta sarà un processo e, come tale, ha bisogno del suo tempo.
Coscienti del potenziale razzista che vive nei cittadini trattando di questi temi, bisogna impegnarsi e agire prima di tutto “su di noi”, piuttosto che “su di loro”. E’ importantissimo fare in modo che non venga strumentalizzato un evento, che non venga alimentata la percezione razzista della maggioranza che, con un effetto valanga, rischia di essere letale per la comunità in minoranza. Solita vecchia storia: humus perfetto per la nascita del pregiudizio, dell’accusa facile di stampo razzista, la fucina inconsapevole dell’odio che si tramanda incredibilmente di bocca in bocca.
E’ necessario fare il salto se ne abbiamo la maturità e i mezzi. La società libera e aperta al futuro Ë quella che tra i valori civili e morali da adempiere ha l’apertura verso le minoranze, l’attenzione ai loro problemi, e cerca di condividere le risorse per il semplice fatto che ne ha la possibilità pur in momenti di crisi.
Se i Loro problemi diventano i Nostri problemi, i passi per la convivenza sono possibili. In un tema complesso come questo, credo sia importante concentrare il lavoro su di noi, sulla maggioranza, che non è immune, nè è assolta per condizione numerica. E’ responsabile, se ne ha l’intenzione, dell’inizio del cambiamento.
Credo che specialmente nei momenti difficili anche economicamente, per il cittadino e per le istituzioni, lo sguardo d’aiuto alle minoranze e alle comunità più deboli sia gesto di grande dignità e maturità, sia gesto nobile e costruttivo. Non solo per loro, ma anche per noi, perchè non assume le vesti di un’azione caritatevole, ma diventa il presupposto di una giustizia civile, la base del benessere comune ed equo in una società democratica.
Sappiamo di esperimenti riusciti di integrazione “sana” che a oggi hanno portato sorprendenti risultati. Parlo di politiche di integrazione che hanno cominciato Paesi come la Germania o la Spagna, dove vivono comunità gitane fra le più popolose. Ma anche sul nostro territorio, ad esempio a Bari, esistono da anni programmi di integrazione sociale che prevedono piani concreti che hanno dato significativi risultati. Partendo con lo studio delle tradizioni e delle usanze, quindi fornendo disponibilità e impegno per non snaturare una cultura ma ambientarla. E allo stesso tempo ponendo condizioni per adattarli alle regole locali. Il tutto, basato sul rispetto reciproco.
In questo processo di lavoro la prima cosa di cui abbiamo bisogno è la figura di un mediatore. L’unica figura che in un primo momento puà attutire l’impatto fra due gruppi, culture, comunità che coltivano ideologie, stili di vita, valori e obblighi sociali totalmente differenti.
L’isolamento non porta da nessuna parte. Esattamente come l’indifferenza.
Sono 36 milioni gli zingari nel mondo. 18 milioni vivono ancora in India. Un milione circa è riuscito ad arrivare anche negli Stati Uniti. A parte poche migliaia di loro che sono riusciti ad avere una vita normale e a emergere, ovunque sono rimasti gli ultimi nei gradini della società.
Quello che le  chiedo in concreto è il ritiro dell’ordinanza in questione e l’inizio di un percorso che veda come punti fondamentali:
– un approfondimento sulla storia e la civiltà Rom, compreso  lo sterminio subito durante la II guerra mondiale, con la complicità del nostro Paese, (una serie d’incontri o un convegno, con esperti, testimoni, associazioni di volontariato che si occupano del popolo Rom …);
–  un’analisi dettagliata dei tentativi riusciti d’integrazione, in Italia e in Europa;
– la costruzione di un progetto per il nostro territorio con il coinvolgimento dell’amministrazione, del mediatore e dei rappresentanti del popolo rom. Questioni centrali del progetto: l’abitazione, l’inserimento scolastico dei minori, il lavoro.
Caro sindaco le ho parlato con estrema sincerità e senza nessun secondo fine, lo sento semplicemente come un dovere di cittadino. La ringrazio per l’attenzione e le chiedo quindi soltanto di riflettere sulla proposta: come Comune possiamo fare qualche passo indietro; quindi qualche passettino in avanti, che non fa mai male.
Grazie,
Lorenzo Tosarelli

Chi desiderasse associarsi ai contenuti di questa lettera condividendo le proposte finali (o magari volesse prima leggere l’ordinanza del sindaco) può scrivere a lorenzo.tosarelli@gmail.com

Redazione
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