Mariam Abu Daqqa: quando testimoniare diventa atto di resistenza

di Bruno Lai
25 agosto 2025: assassinio di Mariam Abu Daqqa.

Mariam Abu Daqqa

Il suo nome in arabo si scrive: مريم أبو دقة; talvolta viene traslitterata come Mariam Dagga o Abu Dagga. Mariam Abu Daqqa è stata una giornalista visiva e fotoreporter palestinese, nata nel 1992 a Khan Younis, nella Striscia di Gaza, e uccisa il 25 agosto 2025 all’ospedale Nasser, sempre a Khan Younis, durante un attacco aereo israeliano. Aveva soltanto 33 anni.
Per collocare il suo assassinio all’interno del genocidio a Gaza e del più ampio contesto in cui è avvenuto, è bene ricordare che Cisgiordania, Striscia di Gaza e Gerusalemme Est sono sotto occupazione militare israeliana dal 1967. Sebbene l’occupazione sia illegale, il Paese occupante ha la responsabilità del benessere della popolazione occupata e non può aggredire la popolazione civile in caso di conflitto. Inoltre, secondo le Convenzioni di Ginevra, del 1949, è illegale colpire gli ospedali anche in caso di guerra o altro conflitto armato.
Mariam era una delle poche donne corrispondenti di guerra attive a Gaza e lavorava come freelance per diverse agenzie e testate internazionali, tra cui l’Associated Press, AP, e Independent Arabia. Per il suo lavoro su AP aveva ricevuto un riconoscimento interno dell’agenzia, in particolare per la copertura dei bambini malnutriti durante la carestia nella Striscia.

Giornalisti uccisi da Israele il 25 agosto 2025: Hussam al-Masri, Mohammed Salama, Mariam Abu Daqqa, Moaz Abu Taha e Ahmad/Ahed Abu Aziz

Il 25 agosto scorso le forze di occupazione israeliane hanno condotto due attacchi sequenziali, con la cosiddetta tattica del “double tap”, sull’ospedale Nasser, a Khan Younis, nel sud della Striscia di Gaza. Il primo colpo ha ucciso tra gli altri il fotoreporter di Reuters Hussam al‑Masri; il secondo colpo, arrivato poco dopo, ha colpito giornalisti e soccorritori accorsi per verificare le condizioni dei feriti e documentare l’accaduto.
Nell’attacco sono morte almeno 21-22 persone, tra cui cinque giornalisti: oltre a Mariam Abu Daqqa, il cameraman di Al Jazeera Mohammed Salama, il freelance Moaz Abu Taha (NBC), il fotoreporter di Reuters Hussam al‑Masri e Ahmed Abu Aziz, che collaborava con Middle East Eye ed altre realtà. Diversi organismi internazionali, tra cui l’UNESCO ed esperti ONU, hanno condannato l’episodio, sottolineando che giornalisti e ospedali non sono obiettivi legittimi.
Secondo le Convenzioni di Ginevra del 1949, gli ospedali godono di protezione speciale e non possono essere attaccati, salvo casi eccezionali di uso militare accertato e dopo preavviso; colpire strutture sanitarie e personale civile in modo indiscriminato configura violazioni gravi del diritto internazionale umanitario.

Riconoscimento postumo

Mariam Abu Daqqa ha studiato giornalismo all’Università Al‑Aqsa ed ha iniziato a lavorare come giornalista nel 2015. Si è fatta notare durante le proteste della “Grande Marcia del Ritorno”, 2018‑2019, quando ha filmato l’uccisione di un manifestante da parte di forze israeliane; in seguito ha scoperto che l’uomo ucciso era suo fratello.
Durante l’aggressione militare israeliana contro la popolazione civile della Striscia di Gaza, Mariam ha acquisito una certa notorietà nel documentare con “rara onestà e coraggio” le condizioni dei palestinesi sfollati e dei medici che curavano bambini feriti o malnutriti. I suoi reportage si sono concentrati molto sull’impatto della guerra sui minori, tema per cui AP l’ha premiata.
Nel 2025 le è stato assegnato postumo il World Press Freedom Hero Award dall’International Press Institute, IPI, con sede a Vienna, in riconoscimento del suo coraggio e del sacrificio nel raccontare la guerra da Gaza.

Mariam Abu Daqqa con il figlio Ghaith

Mariam Abu Daqqa era madre di un figlio, Ghaith, di 12‑13 anni, che all’inizio del conflitto era stato fatto evacuare da Gaza verso l’Egitto e poi negli Emirati Arabi Uniti per metterlo al sicuro. La separazione dal figlio è stata un elemento centrale della sua sofferenza personale durante il genocidio.
Prima dell’aggressione israeliana aveva donato un rene al padre, affetto da insufficienza renale, salvandogli la vita; durante il conflitto ha invece perso la madre, morta di cancro in condizioni di carenza di cure adeguate a Gaza. Colleghi e amici la ricordano come una persona generosa, coraggiosa, sempre con la macchina fotografica in mano, pronta a raggiungere i luoghi degli attacchi per documentare ciò che accadeva, e come una figura di riferimento per le altre giornaliste donne a Gaza.
Come molti giornalisti palestinesi, consapevoli dell’alto rischio di essere uccisi, Mariam Abu Daqqa aveva scritto una sorta di testamento/lettera d’addio per il figlio Ghaith. In quel testo, in arabo, gli chiedeva di non piangere troppo per la sua morte, di pregare per lei e di ricordare il suo messaggio; emerge chiaramente la consapevolezza di vivere in un contesto in cui i giornalisti sono percepiti come bersagli.
Secondo alcune testimonianze, la notte prima della morte, mentre si trovava vicino all’obitorio dell’ospedale, aveva chiesto a un addetto di non farla mettere in un sacco di plastica, ma di essere avvolta in un lenzuolo funerario tradizionale, segno di una lucida preparazione alla propria possibile uccisione.
Il suo assassinio, insieme a quello degli altri giornalisti all’ospedale Nasser, ha suscitato diverse condanne istituzionali, come da parte dell’UNESCO, direttrice generale Audrey Azoulay, di esperti ONU e di numerose organizzazioni per la libertà di stampa.
Il 29 agosto 2025 attivisti palestinesi ed israeliani hanno manifestato a Nazareth con cartelli su cui era scritto “Don’t assassinate the truth”, “Non assassinate la verità”, usando il suo nome come simbolo della lotta per la libertà di stampa.

Ambasciatore algerino all’ONU, Amar Bendjama mostra foto di Mariam Abu Daqqa

L’ambasciatore algerino all’ONU, Amar Bendjama, ha esposto il suo ritratto in una sessione del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, trasformandola in un simbolo della protezione dei giornalisti in zone di guerra.
L’uccisione di Mariam Abu Daqqa, giornalista civile, all’interno di un ospedale, in un attacco che ha colpito anche altri reporter e soccorritori, viene richiamata nelle denunce di ONG, relatori speciali ONU e studiosi di diritto internazionale come esempio di crimine di guerra e di violazione grave delle Convenzioni di Ginevra. Il fatto che Mariam fosse una donna, madre, con un profilo internazionale (AP, Independent Arabia) e che il suo lavoro fosse incentrato sui bambini malnutriti, ha reso la sua morte un potente simbolo narrativo della sofferenza civile a Gaza e della progressiva distruzione, da parte di Israele, del sistema sanitario e informativo nella Striscia.
È rilevante il fatto che Mariam ed altri civili siano stati assassinati con la tattica del double tap. Già nel 2008-2009, durante l’operazione criminale Piombo Fuso, Vittorio Arrigoni aveva documentato l’uso del double tap da parte dell’esercito di occupazione israeliano. Anche allora Israele uccideva soprattutto persone civili. Il “double tap”, letteralmente “doppio colpo”, è una tattica militare in cui lo stesso bersaglio o la stessa area vengono colpiti due volte in rapida successione: il primo attacco provoca vittime e danni; il secondo arriva pochi minuti dopo, quando soccorritori, civili, giornalisti o personale sanitario si sono radunati sul posto per assistere i feriti o documentare l’accaduto. L’obiettivo non è soltanto colpire il bersaglio iniziale, ma massimizzare le perdite colpendo chi risponde all’attacco: ambulanze, squadre di primo soccorso, passanti, operatori umanitari e, appunto, giornalisti.
Durante il genocidio a Gaza, ONG, giornalisti e relatori ONU hanno denunciato un uso crescente di questa tattica da parte delle forze israeliane contro strutture sanitarie, convogli di ambulanze e gruppi di civili, incluso l’attacco all’ospedale Nasser.
Organizzazioni come Truth Hounds e studiosi di DIU, Diritto Internazionale Umanitario, sostengono che se il secondo colpo è diretto contro feriti fuori combattimento, soccorritori, personale sanitario o civili accorsi, configura un crimine di guerra: attacco intenzionale contro civili e/o beni civili. Anche nell’ipotesi che il primo attacco fosse giustificato da un obiettivo militare, il secondo, mirato ai soccorritori o a un’area ormai chiaramente civile, viola il principio di distinzione e rientra negli articoli 8(2)(b)(i), (ii), (xxiv) dello Statuto di Roma, riferimento della Corte penale internazionale. (https://unipd-centrodirittiumani.it/it/archivi/strumenti-internazionali/statuto-della-corte-penale-internazionale-1998)

Donne a Gaza

Prima del 7 ottobre 2023, la Striscia di Gaza era già un territorio sotto assedio da quasi due decenni, con alti tassi di disoccupazione, povertà e dipendenza dagli aiuti umanitari. Le donne palestinesi a Gaza, però, erano già presenti in modo significativo in ambiti come istruzione, con tassi di scolarizzazione femminile molto alti, lavoro pubblico e ONG – insegnanti, infermiere, operatrici umanitarie -, giornalismo ed attivismo. Molte giovani donne gazawe erano corrispondenti, fotoreporter, blogger, operatrici di media indipendenti.

Con l’aggressione militare israeliana iniziata nell’ottobre 2023 e proseguita nel 2024‑2025, la condizione delle donne nella Striscia di Gaza è peggiorata in modo drammatico, così come quella di tutta la popolazione civile. Circa 1 milione di donne e ragazze sono state più volte forzatamente sfollate, fino a 30‑35 spostamenti in alcuni casi. Centinaia di migliaia di donne soffrono di insicurezza alimentare grave; molte saltano i pasti per dare da mangiare a figli e mariti. Le cure prenatali e postnatali sono quasi inesistenti; i parti avvengono in condizioni precarie; le donne incinte sono costrette a spostarsi sotto i bombardamenti. Migliaia di donne sono rimaste capofamiglia dopo l’uccisione dei mariti, dovendo provvedere da sole a figli e anziani in condizioni estreme.
L’aggressione militare israeliana ha trasformato la vita delle donne a Gaza in una lotta quotidiana per la sopravvivenza, con un carico di responsabilità enorme ed una protezione sociale quasi azzerata.

Bambine a Gaza

Prima dell’ottobre 2023, nonostante le restrizioni dovute alla pesante occupazione militare, esisteva a Gaza una classe di donne istruite e professionalmente attive. Questo non significa che, analogamente a quel che accade in molte altre parti del mondo, le donne non affrontassero difficoltà specifiche legate a discriminazioni di genere. I tassi di occupazione femminile erano già bassi rispetto a quelli maschili, a causa di mobilità limitata, crisi economica e norme sociali. Le donne con professioni “visibili”, come giornaliste, attiviste, operatrici umanitarie, erano una minoranza, seppur significativa e ben nota a livello locale ed internazionale.
A Gaza esisteva già, prima del 2023, una generazione di donne giornaliste e comunicatrici che lavoravano in condizioni difficili ma con un certo spazio professionale. Il genocidio ha però ucciso molte di loro: almeno 23‑28 donne giornaliste sono state uccise a Gaza tra ottobre 2023 e inizio 2025, secondo diverse organizzazioni come IFJ, CFWIJ, WPF. I continui bombardamenti hanno reso quasi impossibile continuare a lavorare in sicurezza: sedi distrutte, attrezzature perse, famiglie sfollate, accesso a internet ed elettricità intermittente.

 

AGGIORNAMENTO

Quando questo pezzo era già caricato sul blog, sono emerse delle novità. Si possono leggere qui:

https://www.corriere.it/esteri/26_agosto_24/mariam-abu-dagga-inchiesta-morte-305d9c4f-fdb1-4c94-8cea-2fa43d43axlk.shtml?

Qui l’articolo del quotidiano “The Indipendent” a cui fa riferimento il Corriere:

https://www.independent.co.uk/news/world/middle-east/israel-gaza-journalists-deaths-mariam-abu-dagga-b3036329.html

 

COSA SONO LE “SCOR-DATE”
Per «scor-data» qui in “bottega” si intende il rimando a una persona o a un evento che il pensiero dominante e l’ignoranza che l’accompagna deformano, rammentano “a rovescio” o cancellano; a volte i temi possono essere più leggeri ché ogni tanto sorridere non fa male, anzi. Dal primo marzo questa rubrica si rafforza, grazie all’impegno di Bruno Lai che proporrà almeno 3 “scordate” (ma se saranno di più mica vi lamenterete, vero?) a settimana. Le troverete alle 22 e dintorni. Grazie in anticipo a chi commenterà, linkerà, correggerà i nostri errori sempre possibili, segnalerà qualcun/qualcosa, farà proposte … o anche solo ci leggerà.
La redazione – sempre un po’ ballerina – della bottega

Sitografia

Gaza e il massacro dei giornalisti: la denuncia ONU contro Israele

https://www.corriere.it/esteri/25_agosto_25/giornalisti-uccisi-khan-younis-ospedale-nasser-82a1e243-e226-45cb-a0b5-6bf701f3dxlk.shtml

https://www.corriere.it/esteri/25_agosto_26/doppio-colpo-ospedale-nasser-gaza-fc3a76e8-a5bc-45b9-8ba8-baf620337xlk.shtml

https://www.ilfattoquotidiano.it/2025/08/28/attacco-ospedale-nasser-gaza-cnn-notizie/8107623/

https://www.rtl.it/notizie/articoli/gaza-tre-civili-uccisi-tra-cui-una-donna-con-suo-figlio-il-video-della-cnn-sul-doppio-attacco-all-ospedale-nasser/

https://www.corriere.it/esteri/25_agosto_25/lettera-testamento-mariam-abu-dagga-giornalista-uccisa-gaza-e5f199d7-cb9d-443d-ac94-44f5f4069xlk.shtml

https://www.cdt.ch/news/che-cose-il-double-tap-il-doppio-raid-con-cui-israele-ha-colpito-lospedale-nasser-403946

https://www.fanrivista.it/2025/08/giornalisti-uccisi-Gaza-ospedale-bombardato.html

https://unipd-centrodirittiumani.it/it/archivi/strumenti-internazionali/statuto-della-corte-penale-internazionale-1998

Gaza. Restiamo umani

Archivio Disarmo, le Colombe d’oro per la pace 2025 ai giornalisti di Gaza

https://www.diario-prevenzione.it/2025/09/03/2006/

https://unric.org/it/unfpa-donne-di-gaza-un-anno-di-crisi/ (Da qui sono prese le ultime due fotografie: donne e bambine a Gaza)

https://unric.org/it/un-women-le-donne-di-gaza-raccontano-lintollerabile-bilancio-della-guerra/

La situazione a Gaza è tragica anche per le donne

Onu: rapporto sulla violenza di genere a Gaza

https://www.minori.gov.it/it/node/9272

 

 

 

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