Maternity Blues…

tre domande al regista

Ho visto «Maternity Blues, il bene dal male«» di Fabrizio Cattani all’arena di Faenza, la sera del 28 giugno e ne ho parlato qui in blog (confronta Il bene dal male…). Subito dopo mi è venuta la voglia fare una intervista al regista. Eccola (uscirà sul prossimo numero di «A, rivista anarchica») con il taglio della parte introduttiva per evitare di ripetere ciò che qui avevo già scritto.

Tre domande a Fabrizio Cattani.


Dicevi a Faenza di avere certezze che si sono sgretolate. Come è accaduto? Quanto ha pesato il testo di Grazia Verasani e quanto gli incontri successivi con le donne?

«Su questo tema anche io, come molti, mi limitavo al giudizio nei confronti di queste donne: non concepivo il fatto che una madre potesse arrivare a uccidere un figlio e quindi la condannavo a priori. Attraverso il testo di Grazia e poi nell’incontro con queste donne e soprattutto con il dottor Calogero che le cura da molti anni, questo mio senso di giudizio veniva sempre meno, lasciando spazio a una sensazione di pietas, quel sentimento che si prova nel momento in cui si smette di giudicare e si inizia a cercare di comprendere. Ho capito che spesso una donna arriva a tanto anche per un “concorso di colpa”, in situazioni familiari disastrose o per infanzie violente; ho capito che se la depressione post partum non viene curata può portare a una psicosi e quindi a gesti estremi».

E’ sempre l’Italia delle donne-madonne ma lasciate sole oppure qualcosa sta cambiando?

«Purtroppo si fa ancora troppo poco per le donne, in generale. Nulla si fa a esempio contro la violenza nei loro confronti. Sono le istituzioni italiane che, nonostante più volte sollecitate, non hanno ancora firmato la “Convenzione Europea per la prevenzione e la lotta alla violenza contro le donne” approvata l’anno scorso a Istanbul. Questo vale anche per la maternità: si accompagnano le madri, magari amorevolmente, fino al momento del parto per poi abbandonarle a loro stesse una volta partorito. Se alcune hanno un compagno che è presente o familiari che stanno loro vicino sono fortunate. Ma spesso accade che non abbiano nessuno e loro stesse si vergognano di ammettere che sono in difficoltà, di chiedere aiuto per la vergogna, che deriva appunto da una nostra cultura dove la madre deve essere perfetta. Ma fortunatamente stanno nascendo centri in Italia, ancora troppo pochi, che aiutano queste madri: mi vengono in mente Ca’ Maman a Genova o Il Melograno ad Arezzo, dove psicologhe e psichiatre visitano gratuitamente a casa queste madri in difficoltà, aiutandole e sostenendole psicologicamente.

Cosa racconta e cosa tace il cinema italiano di oggi? Ti va di dirlo da regista e da spettatore-cittadino?
«Se uno vuole fortunatamente ha la possibilità di raccontare in un film ciò che magari in altri tempi non era possibile. Magari ha difficoltà a trovare una produzione o una distribuzione visto che per lo più sono interessate solo al riscontro economico. Non è tanto l’impossibilità di parlare attraverso il cinema di temi tabù quanto di trovare chi, con te, ci crede. Certi argomenti purtroppo non hanno un grosso seguito di pubblico e di conseguenza i produttori non vogliono esporsi. Oggi chiedono solo commedie, divertimento e spensieratezza possibilmente al limite dell’idiozia. Adesso, dopo il successo del film francese “Quasi amici”, vorrebbero tutti la commedia divertente e commovente con sfondo sociale, ma solo perché hanno riscontrato che ha avuto un grande successo di botteghino. Mi auguro che i nostri giovani autori, perseguano invece ciò in cui credono, al di là delle leggi di mercato. E’ l’unico modo per fare un cinema di qualità in Italia».

Se volete sapere di più andate sul sito cioè http://www.maternityblues.it/film che indica anche le prossime proiezioni e i dibattiti con il regista.

Redazione
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