Migrazioni forzate: la ristampa di «Ecoprofughi»

la prefazione di Valerio Calzolaio alla nuova edizione tascabile (*)

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Dal 2016 al 2030 l’Onu avrà una maggiore possibilità d’iniziativa sui flussi migratori in corso. Il 27 settembre 2015 è stata adottata l’Agenda 2030 per lo Sviluppo Sostenibile, con 17 obiettivi (broad goals, il 13° riguarda il clima) e 169 precisi indirizzi (specific targets) uno dei quali riguarda per la prima volta le migrazioni. All’interno del decimo obiettivo delle Nazioni Unite (Reduce inequality within and among countries) il settimo punto riguarda migrazioni che possano essere tendenzialmente sostenibili: tutti dovranno facilitare ordinate, sicure, regolari e responsabili migrazioni e mobilità delle persone, anche attraverso politiche migratorie pianificate e ben gestite. Un altro passo è compiuto, anche se non viene richiamata esplicitamente la lotta dell’Onu, della comunità internazionale e delle singole istituzioni, contro le migrazioni forzate.

Quando è uscita la prima edizione di «Ecoprofughi. Migrazioni forzate di ieri, oggi e domani» pochi al mondo e in Italia ne parlavano, sia tramite gli organi d’informazione che negli studi scientifici. Nell’ultimo trentennio vari organismi internazionali hanno enfatizzato l’esistenza di decine di milioni di displaced people, sfollati a causa di progetti di sviluppo o disastri, in condizioni diverse (senza status) rispetto ai refugees. Le questioni “non” violente o politiche capaci di costringere a fughe, trasferimenti e delocalizzazioni si sono inevitabilmente incrociate con la riflessione culturale e il dibattito istituzionale sui profughi ambientali. Il volume che avete fra le mani aiuta a definire le migrazioni forzate, a distinguere migranti interni e internazionali, quelli per disastri geofisici e climatici non antropici e tutti gli altri: quelli per i cosiddetti interventi di sviluppo umano (dighe, infrastrutture di trasporto, edilizia urbana), per i disastri causati (o aggravati) dalle scelte umane, per eventi direttamente riconducibili ai cambiamenti climatici antropici globali, in particolare per eventi meteorologici estremi (meno prevedibili).

In «Ecoprofughi» è ricordato che disastri ci sono sempre stati sul pianeta abitato (anche) da esseri umani sapienti, negli ultimi 200mila anni, negli ultimi 70-80mila, negli ultimi 10-11mila, negli ultimi secoli. Ora, gli organismi umanitari dell’Onu si sono dotati di una definizione formale di internally displaced people che comprende anche i natural or human-made disasters, pur dovendo l’Alto Commissariato per i Refugees concentrare l’attenzione solo sui conflitti violenti e sui diritti umani. Per gli altri non sono previste protezione e assistenza, la primaria responsabilità resta ai governi nazionali. Il fatto è che non sono categorie ma persone. I profughi ambientali o climatici sono ormai molti più dei profughi politici e, almeno per i climate refugees, sono stati i comportamenti umani (lontani nel tempo e nello spazio) a provocarne la fuga. Una persona che fugge può a un certo punto, se sopravvive, attraversare il limitrofo confine e continuare a fuggire, sconfinare e arrivare in altri Paesi, attraversarli, migrare.

Molti di coloro che nell’ultimo e nel prossimo ventennio hanno cercato e cercheranno di attraversare il Mediterraneo sono donne e uomini in fuga da conflitti civili e soprattutto disastri (oltre un milione di arrivi in Europa via mare nel 2015, erano stati 219.000 nel 2014; 3771 morti in mare nel 2015, erano stati 3279) lontani dal confine europeo. Fra di loro moltissimi hanno cominciato a fuggire dai cambiamenti climatici antropici globali per come si sono manifestati nel loro originario luogo di residenza (calo di precipitazioni, siccità, desertificazione, inondazioni, uragani ecc.). Fuggono, poi forse sopravvivono (per migliaia di chilometri, attraverso il Sahara-cimitero, sfruttati) poi forse si imbarcano e, se non naufragano (Mediterraneo-cimitero), arrivano in un punto di partenza per una nuova vita, chissà dove. Perché non in Europa?

Nell’accordo approvato a Parigi il 12 dicembre 2015 (oltre a un riferimento ai diritti dei migranti nel preambolo) risalta un riferimento ai delocalizzati, ancora breve ma finalmente operativo. Al paragrafo cinquanta si legge che dovranno essere definiti approcci integrati che scongiurino, minimizzino e indirizzino lo spostamento di persone dovuto agli impatti del cambiamento climatico. Siamo ancora soltanto all’avvio di un gruppo di lavoro e a raccomandazioni, all’interno del cosiddetto Warsaw International Mechanism (capitolo dei “Loss and Damage” associati agli impatti del Climate Change, cominceranno a lavorare proprio nei primi mesi del 2016), meglio di niente. Sfogliando «Ecoprofughi» trovate alcune idee utili per comprendere il negoziato climatico e affrontare la questione dei rifugiati climatici.

L’edizione tascabile mantiene il testo originario, stralciando alcuni capitoli, soprattutto quelli riferiti alla storia e alle geografie antiche delle migrazioni (la cui ricca e recente letteratura merita un ripensamento più ampio). La prima edizione di fine 2010 è esaurita, il testo è stato presentato in tante città (circa sessanta), recensito, discusso. In questi anni ho continuato a riflettere sui dati, a studiare il fenomeno migratorio umano, a scriverne, trovando conferma di molte analisi e proposte. Di fronte all’imponente e crescente numero dei rifugiati climatici e di fronte alla vastità e complessità del fenomeno migratorio contemporaneo, andrà sempre più definito che cosa significa avere il diritto di restare e il diritto di fuggire, essere liberi di migrare. Ci sono e ci saranno ovunque decine di milioni di migranti in cammino su tutto il pianeta. Non c’è muro o violenza che può fermare i flussi. E saranno, comunque, in futuro come già nel passato, un fattore evolutivo primario per continenti, Stati, popoli, ecosistemi. «Ecoprofughi» contiene alcuni spunti per rendere sostenibili queste migrazioni. – Macerata, 16 febbraio 2016

(*) qui in bottega cfr Eco-profughi e futuro prossimo dove ho fatto un elogio di questo libro, uno di quei 10-15 l’anno che si dovrebbero non solo leggere ma studiare (db)

 

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