«Militia Christi»

recensione di Beppe Pavan al libro di Adolf Harnack su «La religione cristiana e il ceto militare nei primi tre secoli»

Siamo sempre alla ricerca di notizie sulla vita delle prime generazioni e comunità cristiane: questo libro ce ne offre di parziali ma utili. Non solo sulla vita militare e sulla sua centralità nella vita della gente: il servizio militare era scelta, per lo più, di una professione che durava anche 20 o 30 anni, finché duravano le forze per marciare e combattere o non si faceva una brutta fine.

Il libro è importante perché documenta, in modo convincente, come dalla metafora militare, parlando della fede e della vita di chi si professava cristiano, si è passati a poco a poco ad abbracciare il militarismo in senso stretto, non più solo figurato.

Sull’autore mi sembrano importanti e significative le parole di Bonhoeffer, che ne è stato allievo: «Il suo esempio ci faceva capire che la verità nasce solo dalla libertà. (…) uno che via via si formava un libero giudizio e (…) insisteva nell’esprimerlo con chiarezza» (pag 5).

Scrive Sergio Tanzarella, nella lunga e utilissima introduzione, che questo libro, edito nel 1905, «è diventato, in questi oltre cento anni, un costante punto di riferimento per gli studi sul rapporto del cristianesimo antico con il servizio militare e con il diffuso ideale della milizia cristiana» (pag 7).

«Militia Christi» è uno sviluppo monografico dell’opera fondamentale di Harnack «Missione e propagazione del cristianesimo nei primi tre secoli» (l’ultima edizione italiana è a cura di Lionello Giordano editore, Cosenza 2009) in cui l’autore afferma «il cristianesimo delle origini era non già un astratto sistema di idee, ma il fenomeno dell’amore immenso nell’ “arido e roccioso terreno” dei rapporti umani per trasformarli radicalmente».

La caratteristica peculiare del lavoro di Harnack è di essere scientifico, svolto non per dare ragione ai “pacifisti” o ai fautori della “guerra giusta”, bensì per dar conto della varietà e complessità delle posizioni intorno al «più generale rapporto tra la Chiesa e l’Impero», opinioni e pratiche diverse per generazioni e per regioni. E’ indispensabile quindi evitare indebite attualizzazioni di un discorso particolarmente delicato «perché coinvolge la sostanza stessa del ‘Vangelo della Pace’» (pag 11).

Le due questioni principali, intorno a cui Harnack sviluppa la sua ricerca, sono:

  1. «In che misura il cristianesimo ha assorbito caratteristiche militaresche nella sua organizzazione, disciplinando i suoi credenti come soldati di Cristo e orientando la loro fede al combattimento di una guerra santa?»;
  2. «Quale fu la posizione della Chiesa rispetto alla professione militare, in particolare riferimento alla condizione dei singoli cristiani?» (pagg 15-16).

Dal Nuovo Testamento e soprattutto da Paolo, Harnack ricava l’osservazione sul “linguaggio militare”, capace di esercitare «un’influenza e un’assuefazione concreta» al mondo militare. Questo slittamento avverrà soprattutto con i Padri della Chiesa Clemente Romano, Clemente Alessandrino, Cipriano, Tertulliano, Origene… Inoltre Harnack ci invita a considerare «la non sempre perfetta corrispondenza tra le affermazioni teoriche dei Padri e la prassi dei cristiani» (pag 17).

Dalla seconda metà del secondo secolo – 170 circa – le fonti documentano la presenza di cristiani nell’esercito imperiale e «il consistente numero delle conversioni nell’esercito» fino alla svolta di Costantino. «Secondo Harnack la grande e definitiva conversione al cristianesimo avvenne proprio a partire dall’esercito» (pag 19).

Militia Christi

Il linguaggio militare di Paolo e dei suoi discepoli (Efesini 6,10-18) aveva un significato spirituale, invitando i cristiani «ad una disciplina religiosa che avesse come modello quella militare» (pag 24). Ma il simbolico è potente: dapprima quel linguaggio creò un’assuefazione all’universo militare e infine caricò di una dimensione bellicosa il cristianesimo.

Per Paolo, in effetti, si trattava di una vera e propria battaglia contro le forze demoniache, «contro le armate di spiriti malvagi che abitano regioni celesti» (Ef 6,12). Ed è l’autore della seconda lettera a Timoteo che usa per la prima volta l’espressione «soldato di Cristo». Ma essa non si applica a ogni cristiano, bensì solo al missionario e al capo della comunità che, come i militari romani, hanno diritto a ricevere il loro sostentamento dalla comunità e non si immischiano negli affari civili (2Tim 2,3).

Clemente Romano applica poi alla comunità cristiana il modello della disciplina vigente tra ufficiali e soldati: quelli comandano e questi obbediscono; così devono fare i cristiani nei confronti dei presbiteri. E nasce la gerarchia clericale.

Nei primi tre secoli poi il battesimo è l’unico “sacramento”; ma, a questo proposito, Harnack documenta che la parola “sacramentum” per la Chiesa latina delle origini aveva un doppio significato: era il «segno visibile di una realtà spirituale», ma era anche il «giuramento militare di fedeltà». Con il battesimo i cristiani «si sentono veramente e formalmente soldati di Cristo» (pag 96). Cristo è l’ “imperator” (numerose sono le citazioni dei Padri riportate dall’autore) e tutti i cristiani sono “milites” – cioè soldati – ma i veri guerrieri sono i martiri, che subiscono carcere, torture e anche la morte per confessare la loro fede e sconfiggere così i demoni.

Questo «stato d’animo bellicoso, che moralmente non era pericoloso», s’impadronì della cristianità latina del terzo secolo, soprattutto per opera dei “biografi dei martiri”, che per Harnack sono i responsabili del cambiamento enfatico e fanatico avvenuto nel linguaggio. E nel quarto secolo la situazione cambiò: «le masse pagane che – dopo la svolta di Costantino – entrarono a far parte della Chiesa si lasciarono presto fanatizzare dalla nuova fede» e le guerre diventarono «di religione. Nelle battaglie si doveva mostrare chi era il più forte, il Dio dei cristiani o i vecchi dei» (pagg 106-107).

I “milites Christi” si ponevano ormai a disposizione dell’imperatore e la Chiesa s’inserì nell’apparato burocratico e militare dell’impero, contribuendo così a difenderne l’unità.

La professione del soldato

Fino al 170 circa i documenti cristiani non dicono nulla in proposito, «o perché i cristiani facevano occasionalmente il servizio militare senza essere rimproverati o perché il servizio militare era naturalmente vietato ai cristiani» (pag 110).

Le cose cambiarono quando cominciarono le conversioni di soldati all’interno dell’esercito. L’esortazione di Paolo a «restare nel proprio stato» (1Cor 7,17-24) poteva benissimo valere anche per i soldati: non venne loro chiesto di abbandonare quella professione, ma di comportarsi in modo etico, evitando ricatti e rapine (vedi anche il Vangelo di Luca 3,14).

La documentazione si fa notevole tra il 170 e il 315: non solo la dodicesima legione era composta da moltissimi soldati cristiani (inizialmente una sorta di reparto-confino, per non privarsi del loro apporto, ma senza che “contagiassero” altri) ma questi erano presenti anche nelle legioni africane, come scrive Tertulliano.

Le argomentazioni teoriche erano contrastanti: dal divieto assoluto, per i cristiani, di entrare nell’esercito fino all’imposizione, per chi resta nell’esercito, di sopportarne le conseguenze e comunque di evitare per quanto possibile la contaminazione con cose e ritualità pagane.

L’ultima grande persecuzione contro i cristiani – quella di Diocleziano – cominciò dai soldati; ma tra essi la presenza di cristiani doveva essere notevole, perché sorse ben presto il dilemma «se l’esercito dovesse restare fedele alle sue tradizioni religiose o rinunciarvi attraverso la tolleranza del cristianesimo» (pag 147).

Con Costantino «il capovolgimento della storia universale dal paganesimo al cristianesimo si è compiuto in primo luogo nell’esercito. Da qui ha preso inizio il pubblico riconoscimento della religione cristiana. (…) Il Dio dei cristiani s’era fatto conoscere come Dio di guerra e di vittoria!» (pag 152). Di ciò che era avvenuto in quel momento, rispetto alla professione militare, la Chiesa si rese conto già nell’anno 314, al Concilio di Arles, dove fu stabilito: «quelli che gettano le armi in tempo di pace devono essere esclusi dalla comunione» (pag 153).

Harnack conclude: «Il legame tra Stato e Chiesa in questo campo non poteva essere più stretto. (…) Nessuna barriera separò più i ‘milites Christi’ dall’esercito» e la Chiesa «creò per loro santi guerrieri (accanto agli arcangeli guerrieri)» (pagg 154-158).

«Ma quell’unità cui Costantino aspirava… non fu duratura» e su questa prospettiva di ulteriori capovolgimenti termina il libro.

Non ho competenze specifiche e mi affido alle riflessioni di Tanzarella: mi sembra una ricerca molto documentata e questo mi basta per capire l’evoluzione del rapporto con il messaggio evangelico e con la professione militare dei cristiani e della Chiesa in generale nei primi tre secoli dopo la morte di Gesù.

Pinerolo 3.4.17

Adolf Harnack,

«MILITIA CHRISTI. La religione cristiana e il ceto militare nei primi tre secoli»

ed Il pozzo di Giacobbe, Trapani 2016

NOTA DELLA BOTTEGA

Se in rete digitate “Militia Christi” – magari per cercare questo libro – vi appaiono molti riferimenti di tutt’altro genere. Per esempio la pagina ufficiale di Militia Christi – Home | Facebook che si definisce «Movimento Politico Cattolico» ed è – questo lo deduco io leggendo i loro testi e scrutando le loro attività – di estrema destra. [db]

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