Morimmo nei caruggi: faceva caldo a Genova quel 2001

di Fabio DeSicot

Era luglio, faceva caldo.
Un’intera generazione in maglietta, pantaloncini, bottiglietta d’acqua e immancabile zaino. Dentro lo zaino alcuni di noi avevano un cambio, un paio di mutande, un libro da leggere, una videocamera, e una bandiera della pace. Faceva caldo a Genova. Eravamo tutti in cammino. Tutti con esperienze diverse, ma vissuti simili. L’anti-imperialismo, il pacifismo, l’internazionalismo, l’anticapitalismo. Ci riempivamo la bocca di queste parole. Ci sentivamo diversi, nuovi, sognatori, rivoluzionari, pazzi, artisti, creativi, Bella gente insomma.

A volte quelle strade erano lastricate di vetri, ma noi avevamo deciso di camminare e andare avanti. Non c’era nulla che ci avrebbe potuto fermare. Era forse la pazzia della gioventù? La voglia di vedere un mondo diverso? Un mondo senza muri? Aperto? Il problema del mio prossimo doveva diventare il mio problema. E cosi’ sarebbe stato. Da allora e per sempre. Me la ricordo quella sensazione. A volte mi sfiora la pelle, come un piccolo fiato di vento che rinfresca dalla grande calura genovese. Un sorso d’acqua e via, e poi si ricomincia.

Via che si va. C’e’ la manifestazione dei migranti. Forza tira fuori la bandiera, che poi si va al media center e si portano i rullini. Ehi tu! L’hai letto “No Logo” di Naomi Klein? Che brava vero? Solo che non mi piacciono i black block che spaccano le vetrine dei McDonald’.  Scusa! Da dove mi posso connettere? Devo entrare nella chat di indymedia. Devo condividere quello ho visto. Ho visto in serata dei carri armati arrivare a Genova. Che cosa ci vogliono fare? Noi siamo bella gente, mica terroristi…

C’era di tutto in quelle strade. C’erano gli anarchici, i comunisti, i cattolici, la comunità lgbt, i migranti, gli ambientalisti. A vederlo oggi sembra un laboratorio interculturale. Tutti insieme. Tutti con idee differenti, ma tutti convinti che un mondo diverso fosse possibile. Quella luce davanti a noi era chiara e visibile. Si poteva fare. Era possibile farlo. E se era possibile, andava fatto. L’importante era rimanere uniti e identificare una strada comune.

Teniamoci per mano dai, che il futuro e’ davanti a noi. Non lo vedi? Da oggi il caffè lo compriamo dalle botteghe equo solidali. E si va tutti in bicicletta. E poi, hai mai sentito parlare di opensource? Mediattivisti bisogna diventare. Tutti devono sapere quello che abbiamo capito. Ecco il futuro. Lo cambieremo questo mondo. Lo cambieremo.

Quanto eravamo ingenui.
Eppure sapete, rimpiango quella ingenuità. Quella voglia di sognare, di restare uniti, di camminare accanto a gente simile ma differente da me. L’esercizio dell’ascolto, dell’incontro, dello scontro, e dell’individuazione dei punti in comune. Si, si poteva fare. Ma alla fine non l’abbiamo fatto. Sara’ stato il rumore del tonfa, l’odore del sangue rappreso, le urla provenienti dalla Diaz, il fumo dei lacrimogeni. Sara’ stata la politica che si affrettò a scaricare rapidamente il movimento. Uno a zero per noi, dissero dai telefoni della polizia.

E quindi, quand’è che…?

Non certo per noi, che ormai abbiamo scelto le nostre strade, le abbiamo diversificate, modificate, corrotte, e azzerate. Ma almeno per i nostri figli.

“Papá, perché non hai cambiato il mondo quando ne avevi la possibilità? Perché non ho avuto abbastanza coraggio figlio mio. Non posso dirti come farlo. Le dovrai trovare tu le nuove strade. Ma ti posso insegnare a sognare”.

Sediamoci quindi.
Allora, il sogno comincia dove…


LE VIGNETTE – scelte in redazione – SONO DI MAURO BIANI
jolek78
Un tizio che pensava di essere uno scienziato. Si ritrovò divulgatore scientifico. Poi si addormentò e si svegliò informatico. Ma era sempre lui.

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