Morire fra passi distratti

di Daniela Pia

daniela-Ragazzo

L’esperimento è stato fatto già, in tutte le salse. L’abito fa il monaco così come, a volte, il colore della pelle fa diverso il peso della vita. Eccome.

Se uno/a si sente male in giacca e cravatta, con la ventiquattr’ore e il tailleur, le sue probabilità di essere soccorso/a, in caso di malore, salgono al 90%.

Signore/a ha bisogno d’ aiuto? Posso fare qualcosa per lei?

Ma prova ad avere gli abiti stazzonati, a non profumare, ad avere le scarpe bucate, ad essere spettinato/a, vedrai che i soccorsi tarderanno. L’indifferenza ti passerà accanto altera, sfiorata anche dal fastidio di dover assistere “allo sfacelo”.

Così senza che fosse un esperimento, ma in un frammento di vita reale, ieri a Decimomannu in provincia di Cagliari, un uomo – senegalese – ha visto sfilare davanti a sé passi frettolosi di persone distratte mentre crollava in ginocchio. Qualcuno ha poi provveduto a chiamare l’ ambulanza: troppo tardi. Ogni tentativo di rianimazione è stato vano.

Forse non sarebbe cambiato nulla (è possibile) anche in caso di un repentino soccorso, ma nessuno lo potrà mai accertare. Possiamo però fermarci un attimo a riflettere sul valore della vita. Possiamo una volta tanto raccontarci la verità: non tutte le vite hanno lo stesso valore. Questo sento, questo vivo. Naufraghi di cui non conosciamo il nome, che trovano nel “Mare Nostrum”, sempre più e per sempre, la fine di ogni speranza, a migliaia. Migranti che hanno dovuto lasciare persino il nome tra il fasciame di barconi fattisi tomba. Migranti come noi stessi siamo stati, uguali ai miei vicini, ai miei studenti, ai miei fratelli e sorelle e che solo quando hanno un nome si fanno volto, storie.

Altri, occidentali solitari, di ogni specie e caratura morale, assumono per la cronaca l’importanza che mai verrà riconosciuta ai tanti trecento dissoltisi fra onde, marine e umane.

Questo sento intollerabile: che dopo aver varcato il mare, in qualsivoglia modo, anche il marciapiede finisca per costituire una barriera invalicabile fra le onde della vita. A tutti e tutte loro – migranti e profughi – così come al ragazzo giunto dal Senegal in terra di Sardegna, mi fanno pensare i versi di Giuseppe Ungaretti (li trovate qui sotto) dedicati a Moammed Sceab e per me dedicati anche a tutte/i coloro che non giungono al suicidio ma vengono, di giorno in giorno “suicidati” dall’indifferenza. E loro voglio accompagnare con il pensiero, nei tanti camposanti d’ Ivry disseminati per mare e per terra.

IN MEMORIA
Locvizza il 30 settembre 1916.

Si chiamava
Moammed Sceab

Discendente
di emiri di nomadi
suicida
perché non aveva più
Patria
Amò la Francia
e mutò nome

Fu Marcel
ma non era Francese
e non sapeva più
vivere
nella tenda dei suoi
dove si ascolta la cantilena
del Corano
gustando un caffè

E non sapeva
sciogliere
il canto
del suo abbandono

L’ho accompagnato
insieme alla padrona dell’albergo
dove abitavamo
a Parigi
dal numero 5 della rue des Carmes
appassito vicolo in discesa.

Riposa
nel camposanto d’Ivry
sobborgo che pare
sempre
in una giornata
di una
decomposta fiera

E forse io solo
so ancora
che visse

E poi:

http://video.repubblica.it/mondo/parigi-sentirsi-male-in-strada-quanto-conta-l-abito/165294/163782 

Daniela Pia
Sarda sono, fatta di pagine e di penna. Insegno e imparo. Cammino all' alba, in campagna, in compagnia di cani randagi. Ho superato le cinquanta primavere. Veglio e ora, come diceva Pavese :"In sostanza chiedo un letargo, un anestetico, la certezza di essere ben nascosto. Non chiedo la pace nel mondo, chiedo la mia".

2 commenti

  • Daniele Barbieri

    La storia di Decimomannu nella “bottega” di oggi è stata collocata in un punto affollato: infatti nello spazio di tre minuti, insomma uno dopo l’altro, ci sono altri due post intitolati «Amanda Emeil aveva 47 anni» e «Se riparte Famà, venuto da lontano». Chi legge i tre post di seguito capisce il perché di questa scelta. Sono tre fra le tantissime storie dove i migranti in Italia non possono essere inseriti in quell’unica e ininterrotta narrazione (paura, estraneità, sospetto, italiane/i che subiscono danni o almeno seri problemi per causa loro) che ormai interessa i grandi media.
    Che alla “bottega” in poche ore siano arrivate tre storie simili è un caso… eppure non lo è: se in mezzo a 5 milioni circa di straniere/i in Italia si cercano “i cattivi” e “le cattive” ovviamente saltano fuori (è la statistica, bellezza) e comunque spesso i nostri media ne inventano qualcuna/o in sovrappiù; ma è altrettanto ovvio che se, fra quei circa 5 milioni, si cercano persone “normali” – o “buone” o grazie alle quali chi è nato in Italia trae benefici o guadagni – tante se ne troverebbero.
    Notizie «sparate» e notizie «sparite» le chiamo io, come sa chi passa spesso da codesto blog-bottega e trova una sorta di rubrica così intitolata e dedicata ai media presunti grandi. Mettere in pagina o in tv solo notizie che confermano un certo teorema, eliminando tutte le altre che lo smentiscono non è un errore ma una consapevole scelta: in questo caso razzista. Le tre piccole storie – di Amanda, di Famà e del senegalese morto a Decimomannu – lo ricordano in modo esemplare a chi ha orecchie, occhi, cuore e cervello per comprendere.

  • Francesco Masala

    a proposito della solidarietà, dell’abito, e del quartiere:

    http://amareproduzioniagricole.blogspot.it/2014/09/anche-se-non-capisci-lo-svedese.html

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