Nanni Balestrini: lo ricordiamo così

quattro testi scelti dalla cicala (*) più link e “immagini” arrivati da varie formiche (**)

Piccola ode al pubblico della poesia

Eccoci qui ancora una volta
seduti di fronte al pubblico della poesia
che è seduto di fronte a noi minaccioso
ci guarda e aspetta la poesia

in verità il pubblico della poesia non è minaccioso
forse non è neanche tutto seduto
forse c’è anche qualcuno in piedi
perché sono venuti così entusiasti e numerosi

o forse ci sono un po’ di sedie vuote
ma quelli che sono venuti sono i migliori
hanno fatto questo grande sforzo proprio per noi
perché poi mai dovrebbero minacciarci

il pubblico della poesia non minaccia proprio nessuno
è invece mite generoso attento
prudente interessato devoto
ingordo imaginifico un po’ inibito

pieno di buone intenzioni di falsi problemi
di cattive abitudini di pessime frequentazioni
di mamme aggressive di desideri irrealizzabili
di dubbie letture e di slanci profondi

non è assolutamente cretino non
è sordo indifferente malvagio non è
insensibile prevenuto senza scrupoli non è vile
opportunista pronto a vendersi al primo venuto

non è un pubblico tranquillo benpensante credulone
senza troppe pretese
che se ne lava le mani
e giudica frettolosamente

è invece un pubblico che persegue degusta apprezza
lento da scaldare ma che poi rende
come direbbe Pimenta
e soprattutto è un pubblico che ama


il pubblico della poesia è infinito vario inafferrabile
come le onde dell’oceano profondo
il pubblico della poesia è bello aitante avido temerario
guarda davanti a se impavido e intransigente

mi vede qui che gli leggo questa roba
e la prende per poesia
perché questo è il nostro patto segreto
e la cosa ci sta bene a tutti e due

come sempre io non ho niente da dirgli
come sempre il pubblico della poesia lo sa benissimo
ma se lo dice tra sè e sè e non a alta voce
non solo perché è cortese volonteroso bendisposto

e in fondo anche cauto ottimista trattabile
ma soprattutto perché ama
ama di un amore profondo sincero irresistibile
di un amore tenace esclusivo lacerante

chi
ama il pubblico della poesia
fingete di chiedere anche se lo sapete benissimo
ma state al gioco perché siete svegli e simpatici

il pubblico della poesia non ama mica me
questo lo sanno tutti lui ama qualcun altro
di cui io non sono che uno dei tanti valletti
diciamo messaggeri se proprio vogliamo farci belli

il pubblico della poesia ama lei
lei e
solo lei e
sempre lei

lei che è sempre così imprevedibile
lei che è sempre così impraticabile
lei che è sempre così imprendibile
lei che è sempre così implacabile

lei che attraversa sempre col rosso
lei che è contro l’ordine delle cose
lei che è sempre in ritardo
lei che non prende mai niente sul serio

lei che fa chiasso tutta la notte
lei che non rispetta mai niente
lei che litiga spesso e volentieri
lei che è sempre senza soldi

lei che parla quando bisogna tacere
e tace quando bisogna parlare
lei che fa tutto quello che non bisogna fare
e non fa tutto quello che bisogna fare

lei che si trova sempre così simpatica
lei che ama il casino per il casino
lei che si arrampica sugli specchi
lei che adora la fuga in avanti

lei che ha un nome finto
lei che è dolce come una ciambella
e feroce come un labirinto
lei che è la cosa più bella che ci sia

il pubblico della poesia ama lei
chi
bravi lei la poesia
e come potrebbe il pubblico della poesia non amarla

perché ama la poesia vi chiederete
forse perché la poesia fa bene
cambia il mondo
diverte

salva l’anima
mette in forma
illumina rilassa
apre orizzonti

chissà ognuno di voi ha certamente i suoi buoni motivi
se no non sarebbe qua
ma meglio non essere troppo curiosi dei fatti degli altri
se si vuole evitare che gli altri ficchino il naso nei nostri

sia dunque lode al pubblico della poesia
lode al suo giusto nobile grande amore per la poesia
nel cui riflesso noi pallidi e umili messaggeri
viviamo grati e benedicenti

lui tace e si alza
un foglio cade giù dal tavolo
lui s’inchina agli applausi
lei raccoglie il foglio e lo legge

SEGRETISSIMO
DA NON RIVELARE
ASSOLUTAMENTE MAI
AL PUBBLICO DELLA POESIA

il pubblico della poesia ama la poesia
perché vuole essere amato vuole essere amato
perché si ama profondamente e vuole essere rassicurato
del suo profondo amore per se stesso

per sua fortuna il pubblico della poesia
crede solo di ascoltare la poesia
perché se la ascoltasse veramente capirebbe
la disperata impossibilità e inutilità del suo amore

e si prenderebbe a schiaffi dalla mattina alla sera
brucerebbe tutti i libri sulle piazze
si butterebbe in un canale
o finirebbe i suoi tristi giorni in un convento

CONCLUSIONE
LA POESIA FA MALE
MA PER NOSTRA FORTUNA
NESSUNO CI VORRA’ CREDERE MAI

da “IL PUBBLICO DEL LABIRINTO” Quarto Libro [1985-1989)

 

PABUDA

Era un grande e sono molto triste. Pochi anni fa assistetti a una sua lettura in Conchetta. Mi piacque e mi emozionò. Però ci rimasi male e mi incazzai perché i compagni non tennero in nessuna considerazione il fatto che era vecchio e nessuno lo aiutò a salire e a scendere dal piccolo palco.

A parte questo ricordo personale, ti segnalo questo suo piccolo testo folle, molto ben interpretato e musicato: Basta cani

 

ALEXIK

Ecco alcuni suoi libri (tranne quelli col link al suo blog, che non c’è più):

http://www.bibliotecamarxista.org/narrativa/nanni%20balestrini.htm     

C’è chi loda il letamaio

Qual è il segno culturale del nostro tempo
il bello di cattivo gusto
cioè la merda
le belle pubblicità di merda i bei abiti

di merda il bell’erotismo di merda
le belle banche di merda i bei romanzi
di merda il bel giornalismo di
i bei talk show di merda insomma

tutti i belli super professionali
di merda prodotti della cultura spettacolo
di merda con quella incancellabile e richiesta
vena di cattivo gusto cioè di merda

diciamo la cultura dei professionisti di massa
di merda che lavorano per le masse di merda
è difficile diciamo noi
disobbedire al proprio tempo

ci sono tempi che danno licenza di buon gusto
e tempi di merda che la tolgono
e chi contravviene alla merda se va bene
sarà apprezzato dai posteri

oggi i buoni professionisti della merda
selezionati dai grandi media di merda
sanno mettere insieme colori immagini di merda
luci effetti di merda tridimensionali

belli bellissimi sanno organizzare i bei
dibattiti sado-maso di merda le belle
inchieste tutte ritmo e suspense
ma mettendoci quel tanto di cattivo gusto

cioè di merda che hanno coltivato invece di soffocare
per piacere allo spettatore massa di merda
e senza un po’ di cattivo gusto
cioè di merda oggi si campa male

a noi tocca vivere nella cultura spettacolo
di merda del bello di cattivo gusto
cioè di merda ben retribuiti e puniti
ogni giorno della fama di merda

è difficile disobbedire al proprio tempo di merda
non curarsi del suo segno culturale di merda
oggi uno che non ha successo
perché guarda in alto e comunque non nel letamaio

non viene guardato dalla merda
come un’intelligenza esigente
come il potatore di una grande ambizione
ma come un corpo estraneo alla merda

vivere in sintonia con la cultura di massa
di merda è vivere nel migliore dei mondi
di merda oggi possibile
è quasi impossibile sottrarsi

alla cultura del proprio tempo di merda
i compensi agli intelligenti perché producano
merda per i rozzi e volgari sono ottimi
e tutti più o meno ci siamo adeguati alla merda

Nanni Balestrini (1985)

 

1
non aspettiamoci altro
tumulto e implosione
avevamo fatto di tutto ma
la moltitudine ci arrese
io contemplo il suo avido
disfacimento le sue imprevedibili
instabili contorsioni
l’ombra del nulla sfarfalla
smascherata su screpolati
orizzonti per inutili imprese
lì dove mancano illimitate
sorgenti sognati sonori
solstizi pulsanti esplorazioni
o sorprendenti illusioni
2
recalcitranti ostaggi
ci immergiamo sapendo tutto
in paesaggi intermittenti
si aggiunge il peso
di atrofizzate rievocazioni
falangi intorpidite
si divincolano mordono senza
afferrare senza causa e senza
colpa abbiamo visto
tutto quello che non c’è
più incapace di ristabilire
un ordine precedente
turbato dissolto
in discontinua cancellazione
3
friabili futuri fremiti
deliranti destinazioni
eccoci ancora tumefatti
nelle parole sbilenche
la filastrocca imperterrita
nel girotondo finale
in riva a un mare asciutto
dove tuffare memorie
sbiadite rapaci vocaboli
per l’ultima volta graffiati
nel cielo vuoto maciullati
slanci per non soccombere in
ciniche cospirazioni o
terrificanti armistizi
4
restano sempre
rapide incursioni
ripide ascensioni
appaiono il mattino
spudorate metafore
presto disegnano vocali
metafisiche figurazioni
vanno e vengono
spezzati arcobaleni
alfabetico stormire
tutt’intorno moltiplicano
laceranti sublimazioni
il lampo che distrugge
5
trionfante esilio
dolcemente sprofondano
crepacci del linguaggio
inabissano germogli
masticati sputati
neuroni a specchio riflettono
per ricordarci chi siamo
vocaboli spenti
si sfaldano muti
nell’inchiostro slavato
discontinue masturbazioni
dal finestrino sporgendosi
spenzola la mano morta
6
escrementi verbali
estasi verticale
è stato bello
verifiche incerte
scuotendo invisibili
bellezze iridescenti
a cielo aperto
anticipa bruciando
il futuro passato
furiosi sbrindellati
vocalizzi profetici
programmati da sintomi
voluttuose simmetriche
incostanti evacuazioni
7
fisicamente sconnesso
assorbe tutto senza riflettere
mondi esterni dissolvono
visioni eterne si sfasciano
nuove leggi dilatano
spettri incandescenti
linguaggio rarefatto
ritmiche agitazioni
emette energia onde
particelle quanti
sintagmi flusso
densità frequenza
semantica dissipazione
tendente all’infinito
8
emozione mentale
l’uccello che si posa
osare inventare
uccidere irradiare
frantumate immagini
immaginari divelti
ruotano sfinite
variabili nel tempo
certezze che traballano
parole liquefatte
ceneri sparse
cercando minimi
spiragli nella
9
chiusi dentro
basta schiacciare
dilata si mescola
a piedi nudi
morire in piedi
nuvole spente
mordi le tenebre
spesso si piegano
lunghi occhi raccolgono
ansimante fibrillazione
scintille friabili
rapidi fremiti
macchie di sangue
chimeriche dissipazioni
10
le mani addosso
bruciando vivi
albe galleggiano
voci fumanti
appeso al ramo
basta scappare
sui vetri rotti
arrotolati attimi
labili inghiottono
febbrili sublimazioni
la stella implode
dopo il collasso
poesia pura
ce la faremo
Parigi 17 agosto-Roma 11 novembre – Nanni Balestrini

 

ALTRE SEGNALAZIONI (DA SERGIO)

Per Nanni Balestrini #1 || Balestrini è l’allegria che non demorde – di Franco Berardi Bifo

http://effimera.org/per-nanni-balestrini-1-balestrini-e-lallegria-che-non-demorde-di-franco-berardi-bifo/

Per Nanni Balestrini #2 || Le Milleuna di Demetrio Stratos – di Nanni Balestrini

http://effimera.org/per-nanni-balestrini-2-le-milleuna-di-demetrio-stratos-di-nanni-balestrini/

Per Nanni Balestrini #3 || Inchiesta operaia :: A letter to N.B. in the Great Beyond – di Ed Emery

http://effimera.org/per-nanni-balestrini-3-inchiesta-operaia-a-letter-to-n-b-in-the-great-beyond-di-ed-emery

[jacobin] Vogliamo tutto, o del coraggio d’immaginarsi compagni

https://jacobinitalia.it/vogliamo-tutto-o-del-coraggio-dimmaginarsi-compagni/

Ci ponevamo il problema di come utilizzare la forza che ci eravamo costruita per generalizzare l’offensiva […] generalizzare l’offensiva significa radicalizzare l’insubordinazione a qualsivoglia gerarchia esercitare la nostra creatività distruttiva contro” – da Gli invisibili

[la balena bianca] L’amore e la violenza. La militanza linguistica di Nanni Balestrini

https://www.labalenabianca.com/2019/05/24/amore-violenza-militanza-nanni-balestrini

Prologo epico

Eccomi qua ancora una volta

seduto di fronte al pubblico della poesia

che seduto di fronte a me benevolmente

mi guarda e si aspetta la poesia

 

come sempre io non ho niente da dirgli

come sempre il pubblico della poesia lo sa benissimo

certamente non si aspetta da me un poema epico

visto anche che non ha fatto niente per ispirarmelo

 

l’antico poeta epico infatti come tutti sappiamo

non era il responsabile della sua poesia

il suo pubblico ne era il vero responsabile

perché aveva un rapporto diretto

 

con il suo poeta

che dipendeva dal suo pubblico

per la sua ispirazione

e per la sua remunerazione

 

la sua poesia si sviluppava dunque

secondo le intenzioni del suo pubblico

il poeta non era che l’interprete individuale

di una voce collettiva che narrava e giudicava

 

questo non è certamente il nostro caso

non è per questo che siete qui oggi in questa sala

purtroppo quello che state ascoltando non è

il vostro poeta epico

 

e questo perché da tanti secoli

come tutti sappiamo

la scrittura prima

e successivamente la stampa

 

hanno separato con un muro di carta e di piombo

il produttore e

il consumatore della poesia scritta

che si trovano così irrimediabilmente separati

 

e perciò oggi il poeta moderno

non ha più un suo pubblico da cui dipendere

da cui essere ispirato e remunerato

solo pubblici anonimi e occasionali

 

come voi qui ora di fronte a me

non più una voce collettiva

che attraverso la sua voce individuale

racconta e giudica

 

il suo rapporto col pubblico ha perso ogni valore dicono

non gli rimane che concentrare il suo interesse

sui problemi dell’individuo singolo

sui suoi comportamenti particolari

 

il poeta moderno è autosufficiente

praticamente mai remunerato

non pronuncia alcun giudizio

ciò che conta per lui ci dicono

 

è soltanto il suo

immaginario

le sue ossessioni consce

e inconsce

 

perché per lui non esiste ci dicono

che l’individuo come singolo

irriducibilmente diverso

e separato dagli altri

 

e così il poeta moderno

solo

o anche davanti al pubblico della poesia

dialoga individualmente con la sua poesia

 

la immagina naturalmente come un’affascinante signorina

e vorrebbe che anche voi la immaginaste così

che si trova in questo momento qui di fianco a lui

cioè a me e cioè dunque lì di fronte a voi.

Il pubblico del labirinto (Scheiwiller, 2007)

 

Demetrio Stratos
Nanni BalestriniLe milleunaPièceper danza di Valeria MagliNanni Balestrini. In memoriamVisualizza articolo11978

https://www.globalproject.info/public/resources/pdf/Balestrini_-_Stratos_-_Le_milleuna.pdf

*

le milleuna – Valeria Magli

https://valeriamagli.it/le-milleuna/605/

*

Demetrio Stratos, Le Milleuna

https://youtu.be/EbHhax77ieY

(*) Qui, il sabato, regna “cicala”: libraia militante e molto altro, codesta cicala da 17 anni (compiuti ad aprile 2019 per la precisione) invia ad amiche/amici per 5 giorni alla settimana i versi che le piacciono; immaginate che gioia far tardi la sera oppure risvegliarsi al mattino trovando una poesia. Ma questa settimana la cicala si mescola allre formiche, come è giusto che sia. Ci rivediamo qui fra 7 giorni? [db]

(**) soprattutto – in ordine alfabetico – Alexik, Pabuda e Sergio.

IN “BOTTEGA” VEDI ANCHE: Nanni Balestrini. In memoriam

Redazione
La redazione della bottega è composta da Daniele Barbieri e da chi in via del tutto libera, gratuita e volontaria contribuisce con contenuti, informazioni e opinioni.

10 commenti

  • sergio falcone

    Nanni Balestrini, un compagno e un maestro. A lui vada il riconoscimento di una presenza che resta con noi. Per chi volesse salutarlo insieme ai molti amici che nel tempo Nanni ha raccolto intorno a sé, questi sono gli incontri dei prossimi giorni.

    L’appuntamento per chi vuole salutare e ricordare Nanni Balestrini è per lunedi 27 maggio, alle ore 11 nell’aula magna della Facoltà Valdese di Teologia, a Roma, in via Pietro Cossa 40. L’aula ha una capienza non dilatabile per motivi di sicurezza, se sarà necessario si potrà seguire l’audio dell’incontro anche nello spazio adiacente esterno.

    Venerdì 7 giugno alle 18.30, con un bicchiere di vino, Manuela Gandini, Giulia Niccolai, Gianni Pettena, Marco Scotini, Gianni Emilio Simonetti,… – … si, proprio lui, Gianni Emilio Simonetti – racconteranno Nanni Balestrini nell’ambito della mostra “La lingua tagliata”. Laura Bulian Gallery, via Piranesi 10, Milano.

    Mercoledì 19 giugno, a un mese dalla scomparsa di Nanni, celebreremo il piacere di averlo avuto con noi leggendo i suoi testi, guardando le sue opere, ripercorrendo le sue moltissime imprese. L’incontro, che nasce per iniziativa dell’associazione Alfabeta, si terrà dalle 18 in poi al Teatro Argentina di Roma.

    Martedì 2 luglio, grande festa no-stop per Nanni Balestrini dalle 18 alle 24, con tutti gli amici che raccontano Nanni. Alla Fondazione Mudima, via Tadino 26, Milano

  • sergio falcone

    Il ricordo di Nanni – … mi vorrà perdonare, spero. Qualche giorno fa, scrivendo al buon Daniele Barbieri, mi è scappato di chiamarlo affettuosamente “er Balestra”… – di una grande Maria Teresa Carbone. A voi il piacere della lettura.
    Se mi legge, a Sergio Bianchi, l’animatore della casa editrice DeriveApprodi, un abbraccio affettuoso e fraterno.
    No pasaran!

    *

    Città

    Io sono completamento alieno all’idea del genius loci, questa idea che uno porti in sé la città dov’è nato, cresciuto… Io a Milano sono stato fino ai 25 anni, mi sono trasferito a Roma che ne avevo 26, ma da allora vengo a Milano praticamente ogni mese. In questi sessant’anni è stato un continuo avanti e indietro tra Roma e Milano, che per me sono contigue, è come cambiare quartiere. Non sento nostalgia per nessuna delle città in cui ho vissuto, né per Milano né per Roma, né per Parigi, né per Berlino. Potrei vivere ovunque. (…) Ogni città è interessante, meravigliosa. Se pensi bene a cos’è una città, è un posto in mezzo alla natura, al niente, in cui gli uomini si sono messi insieme a costruire prima delle capanne, poi delle case, poi dei monumenti, poi dei grattacieli, poi delle metropolitane… È un lavoro pazzesco. La città è una cosa straordinaria, la cosa più bella che esista, anche una città piccola, anche una cittadina, anche un paese.

    Nanni Balestrini intervistato da Stella Succi (in Le cronache di Nanni, The Towner, 18 marzo 2016)

    Dandy

    In settembre ho finalmente incontrato Balestrini – o più precisamente, è lui che ha incontrato me: aveva preso un taxi fino all’aeroporto di Fiumicino in attesa del mio arrivo. Siamo andati in città e abbiamo pranzato insieme. Balestrini ha 81 anni ma ne dimostra una sessantina e ha del dandy raffinato e del perfetto gentleman più di qualsiasi anarcocomunista io abbia mai conosciuto. Quando mi sono lanciata in una serie di domande a raffica sulla sua vita nel movimento, ha detto: “Questo è un pranzo, non una ricerca biografica”, e si è occupato del vino da ordinare. Ogni cosa al suo posto.

    Rachel Kushner, “I am interested in collective characters”. An interview with Nanni Balestrini, The Nation, 17 novembre 2016

    Industria culturale

    È difficile pensare cosa può essere un italiano medio. Penso si debba piuttosto parlare di consumo della cultura e di creazione. Il termine “industria culturale” presuppone dei consumatori e dei ricavi, misurabili in quantità di pubblico. Da esso deve dunque trovare una risposta, adeguandosi ai suoi gusti o almeno alle sue aspettative. La creazione si svolge invece su un altro piano, quello della ricerca che, come per la scienza, non dovrebbe essere condizionata da immediati riscontri di mercato. Ma purtroppo questo non avviene quasi mai, e tanto meno in un paese così malridotto come è il nostro oggi.

    Nanni Balestrini, intervistato da Dario Alfieri (in Progetto Babele, senza data, 2006 o 2007)

    Regia

    (…) Mi piacevano i nostri appuntamenti perché avevano sempre il sapore complice e furtivo di chi progetta e costruisce, sia pur contro i mulini a vento. E mi ricordo questa complicità disperata, negli anni della prima stesura de L’orda d’oro. Anni maledetti di solitudine, circondati dal deserto, dall’esilio, dalla galera, dall’eroina, dal tradimento. In quelle stanze piene di libri trasportati con grandi valigie, automobili, furgoni, e ammucchiati alle pareti fino al soffitto. I nostri libri, salvati dai roghi dell’odio e della paura dei nemici, dalla dimenticanza del sentimento di una irreparabile sconfitta dei nostri vecchi compagni. Io, ragazzo di bottega, a catalogare, selezionare, predisporre il materiale grezzo. Tu a scrivere incessantemente con una scalcinata macchina meccanica con il tasto della a rotto, che dovevi risollevare dal rullo con il dito quasi a ogni parola. E Nanni Balestrini, silenzioso, in fondo al grande tavolo, alla regia, a leggere, correggere, aggiungere, tagliare, spostare, rimontare, segnalare lacune e incongruenze, suggerire migliorie. Così per ore, giorni, settimane e mesi tra Roma e Milano. (…)

    Sergio Bianchi, Mescolando il riso alle lacrime. In memoria di Primo Moroni, DeriveApprodi 2018

    Sport

    Una volta ho chiesto a un mio amico, uno di Milano che sembra conoscere un sacco di gente, se aveva sentito parlare di Nanni Balestrini. Il mio amico è nel giro dell’arte, e non ero sicura se avesse mai letto le cose di Balestrini. Eravamo nella cucina del mio amico e lui mi stava preparando un’insalata. Si è fermato e mi ha detto: “Balestrini? Nanni? Ma l’ho aiutato a scappare in Francia!”. Così è venuto fuori che nel 1979, quando Balestrini stava per essere arrestato per cosiddette attività insurrezionali contro lo stato, come tanti altri allora, questo amico gli aveva procurato gli sci e l’equipaggiamento. Poi lo aveva portato con la macchina in montagna, aveva passato il confine con la Francia e aveva aspettato a Chamonix che Balestrini venisse giù sciando. Pensai all’unica foto che avevo visto di Balestrini, alla sciarpa che portava in modo elaborato ed elegante: un uomo che dava l’idea di essere bohémien e sofisticato, più che atletico. Ho chiesto: “Ma Balestrini scia?”. Il mio amico ha proteso le mani enfaticamente, e ha detto: “Piuttosto bene… quando vuole!”.

    Rachel Kushner, Popular Mechanics, The New Republic, 21 giugno 2016

    Trasgressione

    Destinato farsescamente alla formazione del principe, il Momus si rivela (…) come l’antiprincipe, il libro della distruzione di ogni ordine e di ogni potere. In attesa che nel suo humus, o nella camera oscura della storia, prenda forma la nuova immagine di un nuovo Principe, quello che sulla trasgressione fonderà il suo potere.

    Nanni Balestrini, dalla presentazione del libro di Leon Battista Alberti Momo o del principe (Costa & Nolan 1986)

  • sergio falcone

    [alfabeta2] Balestrini Uno, Due e Tre: letteratura, politica, Vogliamo tutto (1972-2018)
    https://www.alfabeta2.it/2019/05/26/balestrini-uno-due-e-tre-letteratura-politica-vogliamo-tutto-1972-2018/

    [alfabeta2] Nanni Balestrini. Professione: reporter
    https://www.alfabeta2.it/2019/05/26/nanni-balestrini-professione-reporter/

  • sergio falcone

    1
    di fronte a un panorama di immensa bellezza
    che si apre sui ghiacciai

    la vista è incomparabile col bel tempo ma è
    spesso offuscata dalla nebbia

    panorama superbo sui seracchi e i crepacci del
    ghiacciaio sulla vallata e le montagne circostan-
    ti

    panorama grandioso sull’immenso ghiacciaio e le
    cime scintillanti che lo dominano

    con una vista meravigliosa sull’Aiguille du Midi
    che appare vicinissima e sulla vallata e le mon-
    tagne a O. e a N.

    fino alla pianura lombarda a Milano e agli Ap-
    pennini e dal lato opposto fino a Lione e alle
    Cevenne

    avvolto dall’immenso silenzio e dall’abbagliante
    splendore del ghiacciaio sotto l’azzurro nitido
    del cielo

    increspato da onde di ghiaccio e da seracchi co-
    me un fiume che discende nella vallata

    lo sguardo distingue le cime dell’Oberland da un
    lato e le alpi marittime da quello opposto

    lo sguardo sprofonda a picco da una parte e dall’
    altra sui due versanti

    colori nitidissimi sagome sfrangiate di nuvoloni
    carichi di pioggia sprazzi di azzurro

    un azzurro fiume di jeans

    Nanni Balestrini

    Blackout

    • sono stata compagna di Nanni Balestrini all’Università di Bologna (1958-59).
      Frequentavamo il corso di Estetica di Luciano Anceschi , che lui si compiaceva di tenere al bar di via Zamboni, a fianco del Teatro Comunale. Una stravaganza
      a quell’epoca.. Erano nostri compagni Edoardo Sanguineti, Renato Barilli, Longanesi…..Si poteva tranquillamente interloquire su Th.S. Eliot, Ezra Pound..
      Un ricordo bellissimo. Ci scambiavamo le tesine. Ne ho avuta una per lungo tempo tra le mani . Un’analisi scelta dal professore come esempio su “Ossi
      di seppia”. Non ricordo più se di Nanni o di Renato…. Antonia Baraldi Sani

  • Qui c’è un frammento di quella lettura al Conchetta di Milano che ricordavo:
    https://archive.org/details/IstruzioniPreliminariNanniBalestrini10gennaio2011L

  • e cosi, tra cani e gatti … non più una Voce collettiva.

  • sergio falcone

    L’IMPRENDITORE DELLA MOLTITUDINE

    di Toni Negri

    Dai tempi di Potere Operaio con Nanni ne abbiamo fatte tante… non solo di riviste. Sono stordito, ora, alla notizia della sua morte. Mi chiedono un ricordo, qualcosa come un necrologio. Non credo che Nanni ne abbia mai scritti. È contrario al suo carattere… e anche al mio. E poi, come fa a morire la Signorina Richmond?
    Che classe, quel Nanni! I poeti attorno a lui lo temevano perché era il solo che aveva lasciato l’anima accanto, fuori dalla poesia; i critici e i teoretici, con i quali conviveva, anch’essi lo temevano perché Nanni metteva quel po’ di razionalità che la poesia non gli rubava, a disposizione del fare, della politica, dei compagni.

    ASSEMBLARE I PEZZI
    Eccolo dunque, Nanni, organizzatore di cultura sovversiva, produttore di riviste politiche. Quelle cose, quelle macchine non erano mai «sue» ma appunto «dei compagni». Non ho mai avuto notizia né esperienza di un bisticcio fra Nanni e i responsabili di un qualsiasi lavoro politico che lui avesse nelle sue mani di editore. Metteva i compagni a lavoro, la sua generosità era vincente, sempre, il suo lavoro quello di un’impresa comunista. Qualche tempo fa, lavorando su Assemblea, e discutendo con Michael Hardt la figura di una nuova proposta teorica, quella dell’«imprenditore politico della moltitudine», mi sono venute in mente le esperienze di Nanni negli anni ’70. Come definire un imprenditore della moltitudine? Come un «meccanico» che assembla i pezzi di una macchina, meglio, per stare nella letteratura, come un autore che trasforma il «volgare» in lingua. Non è un inventore, ma qualcuno che recupera quanto fa parte dell’esperienza comune, in essa collaudato, e ne fa cosa praticabile, una nuova macchina. Ecco l’opera di Nanni messa in luce, questa sua capacità di far diventare «arte» il mettere insieme cose ed eventi, linguaggi ed emozioni politiche e di trasformare pallide avanguardie comuniste in macchine da guerra.
    Nanni, il meccanico, non ha mai sognato orizzonti gloriosi nel comunismo realizzato. Nanni ha sempre vissuto la realtà quotidiana del lavoro militante. Disdegnava radicalmente l’utopia e vantava la propria amoralità: naturaliter comunista. Non pensava al futuro ma già viveva nell’avvenire. Ci ho pensato tanto a questa capacità di Nanni di farti sentire «naturale» nelle situazioni più avventurose e a confronto del pensiero critico. Talvolta ho ritenuto si trattasse di una qualità tipica del «provinciale», quale anch’io, come Nanni, sono. Attratti dalle metropoli, Milano, Roma, Parigi, Berlino… ma presto ci stavano stretti i comportamenti e le discipline metropolitane. Invece del rifiuto, tuttavia, costruivamo allora, e con loro vivevamo, lì nella metropoli, gruppi di amici che replicavano la forza dei provinciali, togliendone la solitudine e costruendo semplificazioni creative delle complesse mediazioni metropolitane e dando afflato collettivo ad ogni lavoro. La Feltrinelli anni ’60, dove crebbe Nanni, quella dei due premi Nobel, fu davvero una macchina siffatta. Nanni aveva lì imparato ad agire. Ma appunto si trattava di un nuovo movimento – e così capisci quel bisogno di produrre politicamente insieme che divenne epidemico fra i ’60 e i ’70 – un movimento che unì, nel fare politica, la generazione prodotta dal ’68 e molteplici comunità di ragioni e di affetti, nel segno del comunismo. Nanni ne fu prodotto e motore, quintessenza di quel vivere.
    Era così semplice stare assieme, fare le cose assieme. Io, Nanni, l’ho davvero amato. Mi ci ritrovavo, con lui, in quel suo «fare» senza troppo pensarci su, perché era più importante pensare facendo, costruendo. Il criterio, la misura stavano nel fare. La laicità di Nanni era tutta qui: una laicità sovversiva, un piacere della «superficie» in tumulto, alla Deleuze, alla Guattari (con i quali da vicino l’avrebbe poi condiviso), un’allegria della singolarità, dell’immanenza, senza il problema (o l’ossessione) di negare quel che non c’era o non valeva, come la trascendenza o l’autorità.

    IL NUOVO MECCANO
    Laicità perché è una condizione ottima, ci si sta bene, un comportamento degno del Momus di Leon Battista Alberti: «Destinato farsescamente alla formazione del principe, il Momus si rivela come l’antiprincipe, un libro della distruzione di ogni ordine e di ogni potere. In attesa che nel suo humus, o nella camera oscura della storia, prenda forma la nuova immagine di un nuovo Principe, quello che sulla trasgressione fonderà il suo potere» (così si definisce Nanni nella Prefazione del libro).
    Siamo stati bene, passando le notti a comporre PotOp, o a discutere senza costrutto su come riempire Compagni Virgola. Abbiamo girato l’Italia per contattare amici intellettuali dispersi e mezz’Europa alla ricerca di un Osvaldo furioso, abbiamo lavorato insieme (un nuovo «meccano» balestriniano) a costruire AR&A – una piattaforma logistica, oggi si direbbe, per le mille imprese editoriali della moltitudine autonoma. Alfabeta nascerà anch’essa di lì. Calogero trasformò presto questa iniziativa in «associazione di malfattori», in delinquenza organizzata.
    Poi vennero Rebibbia, Fossombrone, Palmi, Trani, per me. Per Nanni, Parigi, e poi Aix-en-Provence. Che cosa avrebbe fatto, isolato da quel suo Heimat che aveva costruito? Ce lo chiedevamo, ritenendo che il poeta fosse più in difficoltà dei suoi rozzi compagni. E invece, con Giairo a lato, Nanni associò gli intellettuali attorno a Deleuze e a Faye in «trasversali» letterarie e politiche – Change International – che permisero alla sinistra sovversiva di togliere spazio e fortuna (comunque di resistere) all’ennesima invasione dei Rosacroce, all’irrazionalismo reazionario dei nouveaux philosophes.

    VERSO I COLLAGE
    Mancò solo Foucault a quell’appuntamento, in un momento di crisi del suo pensiero, che di lì a poco si riaprì – quale powerful effectiveness – a quelle nuove resistenze. Intanto Nanni ad Aix metteva insieme una banda (letteralmente, non solo leggevano poesie ma le suonavano e cantavano) attorno a Roubaud, un forte poeta dell’ultimo Novecento francese. Una nuova primavera, questa, per Nanni, che nella fuga dalla repressione feroce dei Calogero, dei Dalla Chiesa, del «compromesso storico» ritrovava il senso del gioco e dell’avventura. I collage cominciano allora. Un’incredibile agilità dell’epico e dell’ironico si combinano dentro questo nuovo meccano. Quei giornali che aveva organizzato, ora Nanni comincia (e lo farà tanto più rientrando in Italia alla fine degli ’80) a ritagliarli e a ricostruire figure e manifesti di un’avventura già repressa, ma sempre di nuovo risorgente e sempre più radicalmente sovversiva! Un insegnamento deleuziano: quanto rivoluzionarie potevano essere, quanto potenti quei semplici frammenti di materia varia, in superficie danzanti.
    In Italia intanto il potere e i letterati del Corriere della Sera puntavano sull’oblio di Vogliamo tutto. Non c’è intervista fatta a Nanni in quei tempi nella quale, benevolmente e ipocritamente, non gli si chiedesse se non era pentito di aver scritto Vogliamo tutto, quel capolavoro della letteratura operaista che resta, ad oggi, uno dei più bei romanzi del Novecento. Bisognava dimenticarlo, cancellarlo quel romanzo che cantava una rivoluzione operaia – che se non era stata vincente nella società, aveva comunque distrutto quell’indecente luogo di sfruttamento che era la fabbrica fordista.

    L’EPICA DEGLI INVISIBILI
    Quel libro era uno sfregio alla casa Agnelli, in quel tempo regnante, e ai sudditi plaudenti (i quarantamila?). Era la voce dei duecentomila rivoltosi di Mirafiori e aveva meritato a Nanni di essere incluso nella grande repressione del 7 aprile ’79. Bene, Nanni replica con quell’altro bellissimo racconto che è Gli invisibili. Vogliamo tutto è il ’69 in fabbrica, Gli invisibili sta fra il ’77, l’autonomia sociale e la galera di quella nuova generazione. L’epico diventa resistente. Questo lavoro di Nanni dura per anni, fino a L’orda d’oro, scritta con un altro fratello, Primo Moroni, formidabile documento ed apologia delle lotte dell’autonomia operaia e sociale – di quei Settanta che avevano rifondato speranza, cultura e vita politica in Italia – e che, repressi, l’hanno mandata all’inferno.
    Questo ha vissuto Nanni, il secolo steso fra la luce di una rivoluzione possibile e la più infame restaurazione, senza mai staccare l’impegno militante dalla riflessione politica. Dicevamo della deleuziana «superficialità» di Nanni. Da non confondere, ricordavamo, con indifferenza ma da comporre piuttosto con passione sovversiva. Il meccano di Balestrini vive in questa tensione. Che vuol dire che i ’70 sono finiti solo per i persecutori, che invece l’odio per i padroni (non più del vapore ma della finanza e di tutto il resto) vien fuori ancora e sempre più forte. Cresce la resistenza tenendo viva la speranza che Nanni ci ha lasciato. Così nell’ultimo suo scritto, nell’estate parigina del 2018: «Lo scarto fra la nostra immaginazione e le nostre aspettative nutrì quei lunghi//giorni d’estate quando fantasticavamo di viaggiare in posti esotici//e di combattere contro le malefatte degli imperialisti nel mondo//cavalli cervi cinghiali rossi e neri si agitano//che c’era da leggere nella grotta che venne scoperta//che nessuno ha completamente svelato il segreto//si deve poter fare tutto non esistono limiti//sarebbe stato un inizio una rivoluzione//però era troppo tardi era già tutto finito». Non è rassegnazione: «Non c’era nulla//poi all’improvviso arriva qualcosa». Il Bisonte di Altamira, l’odio accumulato nei secoli contro la prepotenza dei padroni, la nostra liberazione: Nanni scrive di ciò senza nulla concedere al futuro perché siamo vissuti nell’avvenire.
    Nell’ultimo periodo, Nanni stava male, entrava e usciva dall’ospedale, mi aveva telefonato, con la voce suadente e maliziosa che gli conoscevo, chiedendomi: sei pronto che facciamo una bella rivista? Sì, Nanni, sempre ai tuoi ordini.

    (Questo articolo è stato pubblicato su il manifesto l’8 giugno 2019.)

  • sergio falcone

    L’enigma Balestrini

    di Franco Berardi Bifo

    (New York, 10 giugno 2019)

    L’ultima volta che l’ho incontrato, in compagnia di Sergio, Nanni era un po’ provato dalla malattia ma non aveva voglia di parlare di sé né delle sue tribolazioni: in perfetta coerenza con la sua poetica anti-psicologista e un po’ stoica l’argomento sembrava non appassionarlo.

    Abbiamo fatto progetti come al solito, e abbiamo parlato anche un po’ della situazione europea. Io drammatizzavo su questo tema e lui rispondeva che la mia opinione era un po’ troppo catastrofista. Ma lo diceva col suo sorriso gattone che spesso rendeva difficile capire cosa pensasse davvero.

    Quanto ai suoi sentimenti fingeva di non averne. Era la sua filosofia, o piuttosto diciamo così la sua poetica, e per capirne il senso e la coerenza occorre risalire molto addietro, e ricostruire il contesto degli anni della sua formazione e dello sperimentalismo letterario degli anni Sessanta.

    Perché lo stile apparentemente glaciale ma in effetti ammiccante e ironico che rendeva Balestrini enigmatico per chi lo conosceva poco, era indissociabile dalla sua poetica e dai riferimenti teorici della sua formazione.

    Non si può capire il carattere di un poeta se non si tiene conto di molte cose complicate e lontane che si condensano in uno stile: per lui si trattava del ritorno del formalismo russo, della lezione di Jakobson e di Sklovski, e l’influenza dello strutturalismo e il pensiero semiotico e un certo mix di estremismo e pragmatismo che sta al fondo dell’operaismo.

    Lo stile di un poeta si intravede nel modo in cui sorride, nel modo in cui si muove, con piccoli scatti leggermente infastiditi, nelle predilezioni e nelle idiosincrasie, e dopo, ma soltanto dopo, nel modo di trattare le parole, di comporle, montarle, accozzarle, spezzarle, nel farle trottare o galoppare, arrestarle sul limitare o forse gettarle nell’abisso.

    La parola è un oggetto verbale, non un sintomo psicologico: questa è la premessa da cui parte Balestrini. Quello che facciamo con le parole non racconta nulla che preesista al montaggio e allo smontaggio. È così che negli anni Sessanta la neo-avanguardia si adoperò per contrastare il piagnonismo populista di Pasolini Moravia e compagnia.

    Quella poetica sperimentale si collegava a un movimento più vasto del pensiero di quel tempo, si collegava alla critica semiotica, a un certo fastidio per il dilagare dello psicologismo. Mi viene in mente una frase un po’ scherzosa ma mica tanto di Paolo Fabbri.

    «L’inconscio non esiste, e la prova sta nel fatto che io non ce l’ho».

    Il linguaggio non va considerato come espressione di qualcosa di più profondo, voleva dire Fabbri con quella battuta, il linguaggio è piuttosto il processo che produce tutto quel che si può produrre. Il linguaggio è un gioco di superficie che produce effetti di profondità.

    Credo che questo abbia qualcosa a che fare con l’adesione a quel gruppo intellettuale che prese nome Potere operaio: il fastidio per i melodrammi della coscienza e dell’ideologia, il fastidio per i sentimenti e le bandiere.

    Fuori i soldi e peri il resto sbrigatevela voi.

    Ricordo quando andai a trovarlo a Parigi alla fine del 1979 o forse già nel 1980. Dopo il 7 aprile, quando la magistratura aveva dato ordine di arrestare un numero strabiliante di professori, artisti, poeti e militanti, Nanni era riuscito a fuggire. Era un provetto sciatore e si dice che sia andato sciando dall’altra parte di uno di quei valichi montani oltre i quali c’è la Francia. Non so se è vero, non gliel’ho mai chiesto, ma mi pare di ricordare che fu così che si allontanò dal teatro scottante delle operazioni.

    Aveva trovato una casa in uno di quei viali intorno alla place de la Bastille, lo andai a trovare una sera e cenammo insieme, io lui e la donna con cui viveva allora, da cui più tardi ha avuto un figlio.

    Non era un momento facile, per lui, e mi fece una certa impressione quando disse: guarda qua siamo come dei personaggi di Stendhal. E voleva dire la rivoluzione è finita e abbiamo perso e adesso siamo alla deriva, soli, in queste case silenziose senza sapere molto bene cosa fare, come continuare, e se continuare.

    Mai lo avevo visto così sincero, così diverso dalla sua poetica, e quasi mi confuse e non risposi, forse sorrisi non so, ma di un sorriso malinconico.

    Poi però lo rividi qualche mese dopo, ora era estate, e si era trasferito a Puyricard, dalle parti di Aix en Provence, dove viveva in una casa insieme a Sergio e c’era anche Giairo, e io tornavo da un lungo viaggio in Nepal. Aveva recuperato quel suo distacco elegante e un po’ assente ma sempre attento e un po’ sornione.

    Quella sera provenzale passeggiammo nel dopo cena, e ci fermammo a lungo davanti a una balaustra che si affacciava su una vallata.

    Non so perché, forse perché era in vena di filosofeggiare, o forse perché io gli avevo chiesto cosa stava scrivendo, se le vicende personali della latitanza e dell’esilio potevano influenzare la sua scrittura lui mi disse che per lui la letteratura non doveva avere niente a che vedere con le esperienze personali, e meno che mai con la psicologia. Niente niente niente.

    Non ci debbono essere sentimenti, non si devono vedere i moti psicologici del soggetto narrante né quelli sofferenti né quelli affettuosamente carezzanti, non è questo che mi interessa, non è di queste cose che è fatta la poesia. Nell’ottocento si faceva così con tutte quelle lagne sentimentali e psicologiche, ma non oggi, oggi non dobbiamo raccontare sentimenti, e soprattutto deve scomparire il soggetto psicologico narrante, non è la sua voce che ci interessa sentire. Non leggiamo poesia per sentire la voce di un poeta, ma per sentire la voce del linguaggio.

    Mentre diceva questo io pensavo al nostro incontro precedente, nella sua casa dalle parti della Bastille, quando mi aveva detto siamo come dei personaggi di Stendhal, lasciandosi prendere dalla commozione per un momento e cedendo allo psicologismo.

    Non ho mai capito bene se quella sua timidezza narrativa fosse semplicemente una scelta di poetica o fosse anche un tratto del suo carattere. Naturalmente le due cose vanno insieme, ma lui lo avrebbe negato decisamente.

    Forse dovrei precisare che della poetica di Nanni Balestrini me ne sono occupato a lungo e diciamo così molto da presso, e adesso vi spiego perché. Quando avevo venti anni (esattamente venti, non un anno meno non un anno più) stavo scrivendo la mia tesi di laurea con Luciano Anceschi, che di Balestrini era stato amico e maestro, e che aveva collaborato con lui nella redazione della rivista «Il Verri».

    La tesi di laurea cui stavo lavorando allora con l’affettuosa e un po’ ironica supervisione di Anceschi era dedicata allo sperimentalismo letterario italiano. Balestrini era per così dire il mio oggetto di indagine privilegiato, insieme ai suoi colleghi poeti e teorici del Gruppo ’63.

    Il pomeriggio del dodici dicembre 1970 mi trovavo a Milano in via Solferino numero ventitré, nella casa di Lucia e Oreste. Stavo a Milano come latitante per aver partecipato, a Bologna, a un corteo degli studenti di Potere operaio che si era azzuffato con i poliziotti.

    Quel giorno a Milano ci furono dimostrazioni per l’anniversario della strage di stato, e uno studente di nome Saltarelli venne ucciso dalle parti di Piazza Fontana. Quando giunse la notizia Nanni mi disse la situazione qui potrebbe diventare pericolosa, perché non vieni a Roma? posso ospitarti a casa mia. Naturalmente accettai la sua proposta, partimmo il giorno stesso con la sua Citroen DS, e quella notte arrivammo in via Banchi Vecchi al numero cinquantotto dove Nanni abitava con Letizia e Uliano che aveva solo pochi mesi.

    Nella casa di Nanni e Letizia finii di scrivere la mia tesi, poi gli eventi della vita e quelli del movimento si complicarono un po’, e dovetti attendere qualche anno prima di andarlo a trovare nuovamente a Puyricard, dove ebbi modo di mettere a fuoco un po’ meglio la questione.

    La questione? Quale questione? Di che questione stiamo parlando? Ma è ovvio, ve l’ho già detto: l’enigma della Sfinge che sa che non c’è niente da scoprire, perché tutto sta scritto sulla sabbia del deserto e mai ci sarà modo di sapere.

  • sergio falcone

    Maria Teresa Carbone, Alfabeto Balestrini
    https://www.alfabeta2.it/2019/06/16/alfabeto-balestrini/

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