Nato d’uomo e di donna – Richard Matheson

un racconto del 1950. A seguire un link

X – Questo giorno, quando c’è stata la luce, mamma mi ha chiamato schifo. Sei uno schifo ha detto. Ho visto la rabbia nei suoi occhi. Chissà cos’è uno schifo.

Questo giorno veniva giù l’acqua dall’alto. Cadeva tutto intorno. Io l’ho vista. Il terreno di dietro l’ho guardato dalla finestrella. La terra risucchiava l’acqua come una bocca assetata. Ne ha bevuta troppa e si è sentita male e così è diventata tutta viscida e marrone. Non mi piaceva.

Mamma è bella lo so. Qui dove dormo con intorno tutti i muri freddi ho una cosa di carta che prima stava dietro la stufa. C’è scritto STELLE DEL CINEMA. Nelle fotografie ci vedo tutte facce come quelle di mamma e papà. Papà dice che sono belle. L’ha detto una volta. E anche mamma, ha detto lui. Mamma così bella e io invece così brutto.

Guardati ha detto e non aveva una buona faccia. Gli ho toccato il braccio e ho detto fa lo stesso papà. Lui ha tremato tutto e si è spostato dove non ci potevo arrivare.

Oggi mamma ha allentato un poco la catena così ho potuto guardare fuori dalla finestrella. È così che ho visto l’acqua che cadeva dall’alto.

XX – Questo giorno era tutto dorato, in alto. L’ho capito quando ho guardato sopra e mi facevano male gli occhi. E dopo che ho guardato la cantina è diventata tutta rossa.

Credo che era la chiesa. Andavano via da sopra. La grande macchina li inghiottiva e poi passava davanti e non c’era più. Nella parte di dietro c’è la piccola mamma. Lei è molto più piccola di me. E io posso guardare dalla finestrella come mi piace.

Questo giorno quando ha fatto buio mi sono mangiato il mio cibo e qualche bacarozzo. Sentivo che ridevano di sopra. Mi piace sapere perché ci sono le risate. Ho tirato la catena dal muro e me la sono girata intorno.

Ho camminato fino alle scale e facevo ciac ciac. Quando ci salgo sopra cigolano. Le gambe ci scivolano sopra perché non ci so camminare, sulle scale. I piedi si appiccicano al legno.

Sono salito su e ho aperto la porta. Era un posto bianco. Bianco come quelle cose bianche luccicanti che qualche volta vengono da sopra. Sono entrato e sono rimasto buono buono. Sentivo che ridevano ancora. Ho camminato verso il suono e mi sono messo a guardare le persone. Più persone di quanto credevo. Ho pensato che dovevo ridere con loro.

Mamma è venuta e ha spinto la porta in dentro. Mi ha colpito e mi ha fatto male. Sono caduto sul pavimento morbido e la catena ha fatto un rumore. Io ho strillato. Lei ha fatto un suono come se soffiava dentro e si è messa la mano sulla bocca. Gli occhi sono diventati grandi.

Mi ha guardato. Ho sentito papà che gridava. Che è caduto ha chiesto. Lei ha detto l’asse da stiro. Vieni e aiutami a raccoglierlo ha detto. Lui è venuto e ha detto non è pesante tanto che non ce la puoi fare da sola. Mi ha visto ed è diventato grosso. Gli è venuta la rabbia negli occhi. Mi ha picchiato. Mi è uscito un po’ di liquido dal braccio, per terra. Non è stato bello. Era un verde brutto sopra il pavimento.

Papà mi ha detto di andare in cantina. Dovevo andarci. La luce mi faceva male agli occhi. In cantina non è così. Papà mi ha legato le gambe e le braccia. Mi ha messo sul letto. Sopra sentivo che ridevano mentre io me ne stavo là zitto a guardare un ragno nero che scendeva dondolando verso di me. Ho pensato a quello che aveva detto papà. Oddio ha detto. E ha appena otto anni.

XXX – Questo giorno papà ha spinto la catena nel muro, prima della luce. Io dovevo cercare di tirarla fuori ancora. Ha detto che sono stato cattivo ad andare su. Ha detto di non farlo mai più oppure mi picchia sul serio.

Quello fa male.

Io avevo male. Ho dormito tutto il giorno e ho riposato la testa contro il muro freddo. Ho pensato a quel posto bianco là sopra.

XXXX – Ho strappato la catena dal muro. Mamma stava di sopra. Ho sentito delle risatine. Ho guardato fuori dalla finestra. Ho visto tanta gente piccola come la piccola mamma e anche dei piccoli papà. Erano carini.

Facevano dei bei rumori e saltavano in giro. Le loro gambe si muovevano veloci. Sono come mamma e papà. Mamma dice che quelli bravi sono fatti come loro.

Uno dei piccoli papà mi ha visto. Ha indicato la finestra. Io ho lasciato perdere e sono scivolato addosso al muro nel buio. Mi sono arrotolato così non mi potevano vedere. Ho sentito che parlavano vicino alla finestra e un rumore di piedi. Di sopra c’era qualcuno che sbatteva la porta. Ho sentito la piccola mamma che parlava forte di sopra. Ho sentito i piedi che facevano tanto rumore e sono corso nel mio letto. Ho rimesso la catena a posto e mi sono messo a pancia in giù.

Ho sentito mamma che scendeva. Sei andato alla finestra ha detto. Sentivo la rabbia. Stai lontano dalla finestra. Hai tirato ancora la catena.

Ha preso il bastone e mi ha picchiato con quello. Io non ho pianto. Non lo so fare. Ma il liquido ha bagnato tutto il letto. Lei lo ha visto e si è piegata tutta e ha fatto un rumore. O mioddiomioddio ha detto perché hai fatto questo a me? Ho sentito il bastone che rimbalzava sul pavimento di pietra.

Lei è corsa di sopra. Ho dormito tutto il giorno.

XXXXX – Questo giorno ha fatto ancora l’acqua. Quando mamma era di sopra ho sentito quella piccola che scendeva piano i gradini. Mi sono nascosto nel cesto del carbone perché mamma si arrabbiava se la piccola mamma mi vedeva.

Aveva una piccola cosa viva con lei. Camminava sulle braccia e aveva le orecchie a punta. Lei gli diceva delle cose. Era tutto a posto, solo che la piccola cosa mi ha odorato. È corsa vicino al carbone e mi ha guardato. Aveva tutti i capelli dritti. Con la gola faceva un rumore arrabbiato. Io ho soffiato ma lei mi è saltata addosso.

Io non volevo fare male. Ho avuto paura perché mi ha morso forte più di un topo. Ho sentito male e la piccola mamma ha strillato. Ho acchiappato quella cosa viva e l’ho stretta. Faceva dei suoni che non ho mai sentito.

L’ho spinta tutta insieme. Era tutta molliccia e rossa sul carbone nero.

Me ne stavo nascosto lì quando mamma ha gridato. Avevo paura del bastone. Lei è andata via. Io sono strisciato sul carbone insieme con quella cosa. L’ho nascosta sotto il mio cuscino e poi ci ho dormito sopra. Ho rimesso ancora la catena a posto.

X – Questa è un’altra volta. Papà mi ha incatenato stretto. Sentivo dolore perché mi ha picchiato. Questa volta ho preso il bastone e gliel’ho tirato via dalla mano, e ho fatto un rumore. Lui è andato via e la sua faccia era bianca. Correva via dal mio letto e ha chiuso la porta a chiave.

Non sono tanto contento. Qui è freddo tutto il giorno. La catena esce poco dal muro. E ho una brutta rabbia contro mamma e papà. Glielo farò vedere. Farò quello che ho fatto già una volta.

Strillerò e riderò forte. Correrò sui muri. E alla fine mi metterò a testa in giù con tutte le gambe e riderò e schizzerò di verde per tutta la cantina fino a che non saranno dispiaciuti che non mi hanno trattato bene.

Se cercano di picchiarmi di nuovo gli farò male. Lo prometto.

Titolo originale: «Born of Man and Woman»

(pubblicato sulla rivista “Fantasy & Science Fiction”, estate 1950)

da qui

 

Francesco Masala
una teoria che mi pare interessante, quella della confederazione delle anime. Mi racconti questa teoria, disse Pereira. Ebbene, disse il dottor Cardoso, credere di essere 'uno' che fa parte a sé, staccato dalla incommensurabile pluralità dei propri io, rappresenta un'illusione, peraltro ingenua, di un'unica anima di tradizione cristiana, il dottor Ribot e il dottor Janet vedono la personalità come una confederazione di varie anime, perché noi abbiamo varie anime dentro di noi, nevvero, una confederazione che si pone sotto il controllo di un io egemone.

2 commenti

  • Spiazzante, abbastanza angosciante. Mi ha ricordato Kafka

  • Andrea Ettore BERNAGOZZI

    Capolavoro assoluto, ancora di più se si pensa che è il *primo* racconto pubblicato da Richard Matheson. Avendo ormai una certa età, sono molto affezionato alla prima traduzione in italiano che lessi, credo di Carlo Fruttero, con il termine inglese originale “retch” tradotto come “obbrobrio” invece di “schifo”. Credo che “retch” letteralmente voglia dire “vomitevole”. L’espressione “obbrobrio” in effetti appare molto ricercata, però proprio per questo è spiazzante: una mamma che chiama il figlio obbrobrio fa veramente impressione! Si tratta comunque di questione di… imprinting personale: questa traduzione, che credo sia di Maurizio Nati, è altrettanto di valore. Grazie a dibbì che l’ha riproposto nel 70° anniversario della prima comparsa (sì, era l’anno scorso, ma si sa che il 2020 non vale), grazie a tutte le persone che hanno pubblicato e tradotto il racconto, che l’hanno letto su YouTube, soprattutto grazie a chi l’ha scritto!

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